DADADA

Geroge_maciunas L’indagine che Achille Bonito Oliva compie sul dadaismo a 90 anni dalla nascita del movimento presso il Cabaret Voltaire di Zurigo e’ davvero molto interessante: a un primo nucleo che racconta la genesi storica ddel fenomeno artistico, esponendo le opere dei piu’ famosi rappresentanti Dada come Man Ray o Duchamp, si contrappone una sezione molto piu’ articolata sui dadaismi contemporanei, da Fluxus al lettrismo (solo per citare alcune forme) correnti artisitiche che giocando con le parole o la sovraproduzione consumistica riescono a far sorridere sulle disgrazie del nostro tempo, come nell’opera di Sarenco, Writing is freedom, my dear Osama dove la stessa parola che unisce una marca di penne e il nome del capo di Al Quaeda diventa il mezzo per sottolineare l’importanza della liberta’ di espressione che in quest’epoca e’ sempre piu’ a rischio.
Conclude la mostra un divertentissimo filmato Totomodo che spiega i concetti fondamentali del dadaismo, dal ready made alla scrittura automatica attraverso una serie di gag dei film di Toto’, elevando il Principe de Curtis al ruolo di dadaista per antonomasia, anche se (?) inconsapevole, l’analisi dadaista del comico continua anche nel catalogo con un dialogo immaginario tra l’attore e Duchamp.
Credo che una mostra sia veramente riuscita quando non solo illustra un periodo artistico ma quando ti permette di capire a fondo lo spirito di un movimento artistico, soprattutto se ancora attuale come quello dei dadaismo: ora guardo a Blob con occhi nuovi, conscia della matrice new dada del programma.

DADADA
Dada e Dadaismi del contemporaneo. 1916–2006
Mostra a cura di Achille Bonito Oliva
7 settembre – 17 dicembre 2006
Pavia, Castello Visconteo
Viale XI Febbraio, 35

Artaud. Volti / Labirinti

Artaud1fn_1

Il Pac di Milano dedica una mostra ad Antonin Artaud nel centodecimo anniversario della sua nascita, mostra che intende indagare i vari aspetti della vita dell’artista che fu pittore, poeta, scrittore teatrale e attore cinematografico, mettendo in mostra  foto, scritti,  disegni, lettere e spezzoni dei film a cui partecipo’; pur ritenendo il cinema un mestiere orribile Artaud vanta ventidue partecipazioni ad opere cinematografiche in un periodo che va dal 1924 al 1935, lavorando per autori come Pabst  e Lang ma da menzionare sono soprattutto il ruolo di Marat nel Napoleon di Abel Gance (regista con cui collaboro’ sovente) e quello di Massieu ne La passione di Giovanna D’Arco di Dreyer.

CameraelettroshockPurtroppo la vita di Artaud fu segnata dalla pazzia e lo spazio dell’esposizione e’ pervaso dalla voce urlante dell’artista che recita in un provino per la Fin du mond di Abel Gance, un suono che lungo tutto il percorso ci rammenta la condizione di sofferenza ed alienazione di Artaud che culmina nell’intenamento in case di cura psichiatriche nel decennio ’37/48; dal 1943, anno in cui la tecnica fu introdotta in Francia, Artaud fu sottoposto a durissimi trattamenti di elettroshock che gli causarono gravi lesioni alla colonna vertebrale: la ricostruzione  della camera ddell’artista nella  clinica di Rodez dove veniva messa  in atto questa cura, scuote profondamente il pubblico.
Pazzo o profeta?  Facendo riferimento alle teorie sulla schizofrenia di Deleuze che ritiene il malato mentale prodotto della societa’  in cui vive e non  tanto di debolezze  psicologiche personali e trasmettendo  nell’ultima sala   un brano tratto da Per farla finita con il giudizio di dio, ultima piece radiofonica dell’autore, censurata fino al 1968 che   non e’ altro che una lucida e spietata profezia del mondo attuale dove la guerra serve ad incentivare la produzione e il prodotto di sintesi vuole sostituire la bellezza e la verita’ della natura, l’allestimento prende una posizione ben precisa verso la vita di un genio del XX secolo.

Artaud. Volti / Labirinti
Pac Padiglione d’arte contemporanea
Via Palestro 14, Milano
Fino al 12 febbraio 2006

Lo scenografo monferrino nel paese dei pistoleros

CimiterobuonobruttocattivoCarlo Leva e’ una gloria cittadina e un maestro del cinema italiano che ha firmato le scenografie di film come Il gatto a nove code, Tre passi nel delirio ma soprattutto e’ stato grande amico di Sergio Leone con il quale ha collaborato nella Trilogia del dollaro e in C’era una volta il west: il  capolavoro inventivo di Leva  e’ sicuramente il cimitero circolare, con oltre 250 tombe ricostruite  (e uno scheletro vero, ma questa e’ un’altra storia) ne Il buono il brutto e il cattivo che va in onda stasera su Rete4 alle ore 21.
La mostra che Asti dedica al maestro scenografo e’ stata curata dall’appassionato cinefilo Armando Brignolo e si concentra sui bozzetti creati per i film di Leone gettando uno sguardo interessante sul lavoro del grande maestro dei western all’italiana e dei suoi collaboratori.
In particolare stride l’appellativo di spaghetti western nato con una connotazione dispregiativa e il certosino lavoro di ricostruzione storica compiuto da Leva nel realizzare le scenografie della vita di frontiera, in un’epoca in cui la fedelta’ storica non era cosi’ fondamentale come nella cinematogafia odierna: le scene di costruzione della ferrovia di C’era una volta il West nascono dallo studio di foto dell’epoca e il refuso che compare su alcune divise operaie non e’ una distrazione  ma la fedele riproduzione di un linguaggio sgrammaticato.
La rielaborazione italiana del mito del West e’ in realta’ piu’ fedele alla storia che alla leggenda esaltata dalla cinematografia americana.

«Lo scenografo monferrino nel paese dei pistoleros» 
Asti, Casa Buneo (piazza Cattedrale 12)
Fino al 2 febbraio (martedì 18,30-19,30; da mercoledì a domenica, 17,30-19,30).

Caravaggio e l’Europa

CatalogocaravaggioC’e’ pure La Madonna dei Pellegrini, quella che al Freddo pare fiera in Romanzo Criminale, tra le poche tele del maestro lombardo effettivamente presenti nella mostra dedicata al Caravaggio e ai caravaggeschi. Un allestimento che sfrutta il trend corrente delle mostre d’arte, quello di attirare il pubblico con un nome di richiamo nel titolo dell’evento e circondare le poche opere con un gran contorno di seguaci (la primavera scorsa la mostra pisana sul Cimabue presentava addirittura la sola diapositiva della Maestà di Cimabue che sta al Louvre).
Tra le anguste sale del Palazzo Reale di Milano la delusione e’ ancora piu’ palpabile perche’ per vedere una sezione di anonimi cavareggeschi bisogna pagare un supplemento di cinque euri e allora nel corpus principale dell’evento ti aspetti di trovare solo lui, il Caravaggio di cui si vantava la presenza di una trentina d’opere; invece dopo le prime due sale dove si affolla il pubblico stritolato tra i gruppi accompagnati dalla guida, inizia una sequela di epigoni e l’irritazione monta, almeno finche’ non scopri questa meraviglia

Maestro_del_lume_di_candela0001_1

Vanitas, Maestro del lume di candela


Caravaggio e l’Europa. Il movimento caravaggesco internazionale. Da Caravaggio a Mattia Preti – Dal 15/10/2005 al 6/02/2006
Palazzo Reale, Piazza Duomo 12, Milano

(dal 5 marzo al 9 luglio 2006 la mostra’ sara’ a Vienna)

Dispaccio riservatissimo per Sua Maesta’ Napoleone I

Mio imperatore,
tornando dal blogpranzo di domenica scorsa a Fossano, non potevo esimermi dal visitare la mostra di Alba dedicata ai capolavori piemontesi che avete portato con Voi in Francia durante le Vostre Campagne in Italia: nelle didascalie viene spiegato piuttosto chiaramente che la raccolta di materiale artistico dai Paesi conquistati era una mossa politica necessaria ad accrescere il prestigio della Vostra Augusta Persona, la qualcosa presumo sia chiara anche ai monaci della Certosa di Pavia, che in questi tempi grami per l’arte condiscono la visita guidata al complesso con un simulato astio nei Vostri confronti per aver fatto incetta del piombo delle grondaie e di altre suppellettili per farne palle per i Vostri cannoni.
Non mi ha stupito che dopo la Vostra caduta il recupero delle opere fosse affidato a un tortonese, (quelli sono austroungarici dai tempi del Barbarossa e ancora oggi fanno i milanesi!) e cosi’, se Torre Garofoli vi ospito’ per la Vostra Gloria, Tortona mando’ un suo rappresentante a far su i resti, tal Lodovico Costa (il cui profilo, ritratto del Quenedey, si rivela quello di un frequentatore puzzone del Malaspina ante litteram).
Devo invece complimentarVi con Voi per aver scelto studiosi molto acuti che tra le opere da portare in Francia inclusero anche tardi primitivi piemontesi: oggi con la pregiudiziale del toscanocentrismo vedere un quadro di Defendente Ferrari che nei primi del ‘500 dipingeva ancora Madonne assise in trono con uno scarsissimo senso di prospettiva, alla Duccio, e’ quasi un’offesa per la grande pittura italiana.
Stupenda poi la Madonna del Coniglio di Hans Clemer che mischia curiosamente la gloria della Madonna in trono con l’ umilta’ dell’ hortus conclusus.
Una mostra veramente interessante, come ho scritto anche sul registro degli ospiti senza tema di aggiungere un Vive l’Empereur!

Napoleone e il Piemonte. Capolavori ritrovati.
Alba, Fondazione Ferrero,
dal 29 ottobre 2005 al 27 febbraio 2006

Sogni. Visioni tra Simbolismo e Liberty

DieSünde E’ con orgoglio campanilista che racconto di questa bella mostra che inaugura la funzione museale del restaurato Palazzo Asperia, ex sede della Camera di Commercio di Alessandria ed ora distaccamento della Fondazione Palazzo Bricherasio.
Meriterebbero due parole anche l’edificio costruito nei primi anni ‘30 in quello stile variegato che va sotto il nome di “eccletismo novecentista” che rielabora l’eccletismo di fine ottocento semplificandolo e anticipando il razionalismo e l’ottimo restauro che ne ‘e stato fatto, ma visto che la mostra che lo inaugura e’ stata curata da uno Sgarbi singolarmente contenuto e pregnante con l’argomento dell’esposizione, il fascino del palazzo passa in secondo piano.
Tra simbolisti francesi e primi espressioni del divisionismo, passando per i bronzi di Bistolfi e i vasi liberty di Chini, ritrovo gli aspetti che amo dello stile artistico che prediligo, cioe’ l’illusione che in quegli anni in cui fu inventato quasi tutto, cinema, telefono, auto.. l’uomo potesse finalmente godersi pacificamente la natura mentre la macchina suppliva alla fatica d’esistere, utopia che viene esplicitata dai decori floreali art nouveau.
Chimere di un’Arcadia Felix che flirta con la morte, da sempre corrispettivo dell’eros che in quel periodo decadente si fa sempre piu’ imperante.
Anni che rivelano le malcelate angosce di un mondo sull’orlo di un abisso di guerra da cui riemergera’ schiavo delle macchine.
Ovviamente c’e’ molto di piu’ dietro l’arte della fine del XIX secolo, ma questa romantica utopia, conscia di esser tale, mi commuove.





Sogni. Visioni tra Simbolismo e Liberty
Dal 19 novembre 2005 al 26 febbraio 2006
Palazzo Asperia, Alessandria



Chronos

ChronosIl Filatoio di Caraglio (CN) presenta fino al 9 ottobre 2005 un’interessante mostra sul concetto di  tempo, dall’eta’ barocca fino ai giorni nostri: opere classiche e  delle avanguardie convivono nelle medesime  sale cercando di analizzare la visione del tempo nell’eta’ moderna, un percorso affascinante   dedicato  non solo agli amanti dell’arte moderna.

L’analisi del tempo parte dal XVII secolo perche’ e’ in quel periodo che sotto la spinta della nascente scienza moderna e  della controriforma si sviluppa l’idea di tempo quale inalienabile motore dell’esistenza umana che conosciamo ancora oggi.
Robert MapplethorpeIl concetto e’ reso molto bene nella seconda sezione espositiva, "Vanitas" dove accanto al Ritratto di un medico,  di Fede Galizia, austero uomo in nero che reca in mano un teschio, c’e  la polaroid di Wharol Autoritratto  con teschio del 1978 che riporpone la stessa costruzione figurativa e l’elaborazione del tema torna nell’opera seguente, il celebre Self Portrait  (1988) di Robert Mapplethorpe dove il fotografo, ormai prossimo alla morte, brandisce un bastone da passeggio il cui pomello e’ un teschio, che sta in primo piano rispetto al volto dell’autore.
Non manca un sezione dedicata agli strumenti per misurare il tempo, dalle clessidre (particolarissimi i modelli in bachelite o vetro del XX secolo) alla collezione artistica  Swatch che nasce nel 1985, passando ai calendari tra cui spicca una stampa litografica del Calendario Rivoluzionario francese che appassionera’ molto gli amanti della storia; ma gli strumenti per misurare il tempo possono essere a loro volta rivisitati artisticamente: gli  orologi   allora divengono danzerini e  le  lancette si muovono a tempo di musica nel Temps/Danse di Charles Dreyfus mentre i biglietti augurali dell’anno nuovo creati da Boetti utilizzano i foglietti del calendario dell’anno precedente.
Elizabeth TaylorLa sezione dedicata la tema della giovinezza e della vecchiaia presenta una chicca per i cinefili, due ritratti firmati da Herb Ritts: se la giovinezza e’ rappresentata dal sognante profilo di una giovanissima Drew Barrymore (l’opera e’ del 1993) il ritratto di Liz Taylor del 1997 che dovrebbe rappresentare la vecchiaia non ha nulla della laidezza che nell’arte classica si attribuisce a questa eta’ femminile, piuttosto il suo bellissimo ed altero profilo ricorda la medaglionistica rinascimentale attribuendo alla diva la grandiosita’ di un sovrano o di un condottiero.
La mostra non manca di prendere in considerazione l’effetto che il tempo produce sul fisico umano: accanto a opere d’avanguardia che arrivano a studiare maniacalmente la pelle umana, c’e’ una sezione di autoritratti di Rembrandt che fu sempre ossessionato dal cambiamento che il tempo imprimeva al suo volto, tre opere di De Chirico dimostrano come il maestro della metafisica avesse la medesima ostinazione.
Di certo, tra le innumerevoli opere esposte quella che colpisce maggiormente gli spettatori e’ una video istallazione di Muzzolini: il giovane artista lavora sulle tagliole decontestualizzando la funzione crudele dell’oggetto, immergendolo in acqua e facendolo congelare, poi  l’autore filma il processo di scongelamento e lo spettatore che assiste alla performance scandita  dal  suono di una goccia che cade, viene coinvolto dall’evento prima cercando di intuire quale sia l’oggetto nascosto dal ghiaccio e poi cercando di prevedere il momento in cui la tagliola scattera’, ma come sempre il tempo e’ imprevedibile e prosegue inesorabile al dila’ delle nostre previsioni.

Sul filo della lana

Sulfilodellalana Un settore che fortunatamente non conosce crisi del nostro turismo e’ quello delle esposizioni temporanee i cui tempi sempre piu’ spesso vengono prorogati per il grande numero di affluenze.
L’ultimo periodo ha visto anche il confronto tra alcune mostre curate dai piu’ noti critici d’arte, sto parlando di Vittorio Sgarbi che si e’ (definitivamente?) riciclato come curatore di mostre quali Il male, esercizi di pittura crudele, a Stupinigi o Il ritratto interiore ad Aosta, piu’ qualche piccola mostra a carattere locale come quella su Bonzagni ad Acqui Terme. A lui si e’ contrapposto l’altro critico televisivo, Philippe Daverio, che ha accettato la sfida di organizzare una mostra piuttosto inconsueta per il tema scelto, Sul filo della Lana, in un museo defilato che sta tentando d’inserirsi nel circuito dei grandi eventi, il Museo del Territorio in quel di Biella, riuscendo a realizzare una delle mostre piu’ interessanti che abbia visto negli ultimi tempi.
Il progetto e’stato sviluppato in tre sedi museali dove si sviscerano diversi aspetti del tema: Il mito al Museo del territorio, La fantasia al lanificio Pria e Il lavoro alla Fabbrica della Ruota di Pray.
Il mito fa riferimento ad opere che si ispirano alla mitologia classica dove il filo o il vello sono spesso presenti e simboleggiano l’attesa o il tradimento per l’archetipo femminile (Penelope ed Arianna) temi che saranno ulteriormente sottolineati nella sezione dedicata alla fantasia, cioe’ all’arte moderna coi i lavori di matrice femminista di Clemen Parrocchetti Arsenico e molti rocchetti mentre l’archetipo maschile si lega all’usurpazione, da Giasone a Teseo arrivando fino al celebre ordine del Toson d’oro.
Nella sezione archeologia colpiscono non tanto i resti fossili della lavorazione della lana che risalgono al 25.000 a. C., ma piuttosto un pied de poule stupefacente nella sua perfezione che risale “solo” all’eta’ del ferro. Nell’excursus sulla lana nei tempi e nelle varie culture non si puo’ restare indifferenti di fronte ai tappeti afgani dell’epoca della guerra con la Russia dove la stilizzazione tipica dell’Oriente lascia il posto ad un triste realismo che fa tessere elicotteri incombenti su un villaggio.
La sala che piu’ mi ha toccato e’ quella delle Veneri della lana, un corridoio di raccordo tra diverse sezioni dove sulle pareti occhieggiano gigantografie di foto di moda fatte per Vogue negli anni 60-70 con le modelle in pose maliarde che dialogano con una compostissima matrona romana velata posta al centro della sala.
Nella sezione dedicata all’arte moderna che troviamo nel lanificio Pria oltre al lavoro di Clemen Parrocchetti di sicuro (ed allegro) impatto e’ The Blue Penguin’s bridge del Cracking Art Group.
Di particolare suggestione la Fabbrica della Ruota di Pray, un monumento fondamentale dell’archeologia industriale italiana in quanto la fabbrica tessile funzionava grazie all’energia scaturita dalla grande ruota che prendeva forza dalle acque del torrente ed era in grado di alimentare tutti i macchinari.
La prima grande sala offre una forte emozione sensoriale grazie all’allestimento che fa rivivere i suoni e le voci di coloro che lavorarono in fabbrica.
In quella attigua vi e’ un documento di sicuro interesse per i cinefili, un film che potremmo definire pubblicitario girato negli anni 10 che mostra il lavoro dell’azienda ed ha per chiaro referente i primi film dei Fratelli Lumiere, tanto da copiare l’uscita dalla fabbrica nella versione con il cavallo.
Sul filo della lana si segnala per esser una mostra multimediale non sono nell’allestimento, ma anche nelle presentazioni: alle solite didascalie si alternano inserti filmati dove Daverio con il narcisismo e l’ironia che lo contraddistingue spiega il percorso, inoltre a chi acquista il catalogo viene offerto un dvd di circa 27 minuti in cui il curatore illustra la mostra con lo stile della sua trasmissione domenicale Passepartout.
Altro dato da segnalare a proposito di questa mostra che chiudera’ il prossimo 11 settembre e’ la disponibilita’ dimostrata dal personale nell’interagire con il pubblico.