La signora mia zia

Auntie Mame
USA 1958, Warner Bros
con Rosalind Russell, Forrest Tucker, Coral Browne, Fred Clark, Roger Smith, Jan Handzlik, Peggy Cass, Joanna Barnes, Pippa Scott, Lee Patrick, Willard Waterman, Yuki Shimoda
regia di Morton DaCosta


AuntieMame


Chicago 1928: rimasto orfano Patrick Dennis viene affidato alla zia Mame, eccentrica gran dama del bel mondo new yorkese che non ha problemi a riciclarsi in umili lavori dopo aver perso tutto nel crollo del 1929, ritrova la fortuna sposando un ricco petroliere del Sud che la lascia vedova dopo qualche anno. La tutela del ragazzo però, è condivisa con il bigotto banchiere Dwight Babcock che costringe Patrick a frequentare i collegi più rigorosi e a frequentare la zia solo nei periodi festivi. Il ragazzo col tempo impara ad apprezzare anche Babcock ma il legame con zia Mame sarà sempre fondamentale e la zia lo salverà dal matrimonio con la superficiale Gloria mostrandogli la vacuità della ragazza e dei suoi ottusi genitori.



La signora miazia


Il romanzo Zia Mame di Patrick Dennis uscito in Italia solo da pochi anni (circa un decennio) venne trasformato nel 1956 in una pièce teatrale che ebbe grande successo, gran parte del cast, regista compreso, furono protagonisti del film che replicò il successo in USA con diverse nomination agli oscar.



La signora miazia


La scelta di puntare sullo stesso regista che ha curato la regia teatrale trasporta anche nel film molta dell’atmosfera teatrale, soprattutto le chiuse dei vari episodi con lo schermo che si fa scuro mentre un occhio di bue illumina i protagonisti della scena. Una soluzione elegante ma che sottolinea la segmentazione degli episodi : il film racconta un ventennio partendo dal 1928 per concludersi nel 1946 con zia Mame che estende la sua influenza sul figlio dell’adorato Patrick.



Lasignoramiazia


Per quanto molto divertente e sorretto magnificamente dalla verve di Rosalind Russell  anche le quasi due ore e mezza di durata si fanno sentire.
Giganteggia la figura di Mame, donna indipendente ed eccentrica, fintamente svanita ma dal gran cuore: anche se povera in canna per la Grande Depressione sposa il suo petroliere solo per amore e pur non avendo mai visto prima il nipote decenne, quello per Patrick è amore materno a prima vista e, anche se da lontano, Mame segue passo passo le avventure del protetto intervenendo sempre per riportarlo sulla retta via, cioè fuori dall’influenza bigotta e omologata di Babcock. Liberarlo da una futura moglie snob e vana, dato che Patrick è obnubilato dall’amore, è più difficile che cavalcare all’amazzone un ombroso cavallo senza aver mai preso lezioni di equitazione, ma Mame non si scoraggia davanti a nulla e alla fine riuscirà a liberarsi del rischio di avere dei pessimi parenti acquisiti.



La signora mia zia


Il film è una gioia per gli occhi: i costumi che Orry-Kelly disegna per la protagonista sono stravaganti, colorati ma sempre elegantissimi e l’appartamento newyorkese di Mame è più che una scenografia: con tutte le trasformazioni che subisce nel corso degli anni diventa a sua volta un personaggio della commedia al pari della sgangherata combriccola di fedeli amici di cui si circonda Mame, dall’amica perennemente ubriaca a Ito, il maggiordomo orientale, da Nora la governante che ha accompagnato Patrick e non se ne è più andata a Agnes Gooch, l’insignificante stenografa a cui Mame insegna a vivere e l’aiuta nelle conseguenze dell’aver vissuto.

A Classic Horror Story

Italia 2021, Netflix
con Matilda Lutz, Francesco Russo, Peppino Mazzotta, Yuliia Sobol, Will Merrick, Alida Calabria, Cristina Donadio
regia di Roberto De Feo e Paolo Strippoli


Aclassic horrorstory


Federico usa un vecchio camper per fare carpooling verso la Calabria. In questo viaggio accompagna  Elisa, una ragazza che torna a casa per motivi molto personali e dolorosi, una coppia di stranieri -Sofia e Mark- che vanno a un matrimonio e Riccardo, un ombroso medico di mezz’età. A un certo punto Mark, completamente ubriaco pretende di guidare e per schivare la carcassa di un animale in mezzo alla strada, il camper finisce contro un albero. I viaggiatori si risvegliano però in una radura in mezzo al bosco lontano da ogni strada, vicino a un bizzarro chalet che ospita strani e orridi culti legati a  Osso, Mastrosso e Carcagnosso, i leggendari cavalieri a cui si fa risalire la nascita delle mafie…



A classichorror story


Uno dei film più discussi del momento, produzione Netflix che ha avuto una distribuzione mondiale, A Classic Horror Story è proprio il genere di film che mi manda in solluchero perché rende difficile capire quanto sia un’operazione voluta e quanto sia ascrivibile alla povertà di mezzi della produzione.
La scena iniziale prima dei titoli di testa, rimanda subito al tipo di horror che ha dominato i primi anni ‘2000: la vittima che si risveglia ferita, distesa e legata in un ambiente squallido mentre si avvicina il killer per finirla ma da una crepa nel muro spunta un occhio che osserva, un dettaglio rivelatore dell’indirizzo metacinematografico che prenderà la storia. Non è difficile capire che le disavventure dei viaggiatori sono orchestrate ad arte: troppo segnali horror incombono sul viaggio, ad esempio il manifesto scarabocchiato di una pubblicità del latte.



Aclassichorror story


Chi fosse il deus ex machina io l’ho capito quando ha spinto i compagni di viaggio sul solaio dello chalet lasciando il povero Mark al suo destino ma il coglione muore sempre per primo e De Feo e Strippoli seguono pedissequamente tutti i topos dell’horror almeno fino al twist plot che non sorprende per la scoperta del killer ma per il segmento ironico molto tarantiniano del “dietro le quinte” che mi ha divertito tantissmo.
A Tarantino rimanda anche la vendetta di Elisa, l’unica sopravvissuta del gruppo: come Beatrix Kiddo riemerge dalla tomba la nostra eroina si sfila le mani inchiodate alla sedia a rotelle e da lì inizia la sua mattanza.



Aclassichorrorstory


I sottofinali si sprecano anche questo un classico del genere ma in ACHS ognuno è diverso dall’altro e mostra un orrore più realistico §§spoiler§§ del delirante aspirante regista che ha trasformato i tre cavalieri della mafia in maschere horror con il placet della madre, Carmela Casciello interpretata l’iconica Scianel di Gomorra.


Aclassichorrorstory


Come sempre l’orrore non è nella torma di gente che riprende con il cellulare, nel padre di famiglia che si diletta di snuff movie ma l’orrore vero sta nella vita dei protagonisti: la ragazza costretta ad abortire per non rinunciare alla carriera, il padre di famiglia che per lo stress del lavoro perso diventa violento, queste sì ordinarie storie di vita italiana.

Il mare d’erba

The Sea of Grass
USA, !947 MGM
con Spencer Tracy, Katharine Hepburn, Robert Walker, Melvyn Douglas, Phyllis Thaxter, Edgar Buchanan, Harry Carey, Ruth Nelson, William ‘Bill’ Phillips, Robert Armstrong, Morris Ankrum, Trevor Bardette, Robert Barrat, James Bell, Charles Trowbridge, Russell Hicks
regia di Elia Kazan



TheSeaofGrass


1880: il colonnello Brewton, grande latifondista del New Mexico si sposa con Lutie (nella versione italiana Lucia) Cameron, una raffinata signorina di St. Louis. Nonostante la donna faccia di tutto per comprendere il marito e il suo duro stile di vita, le difficoltà della solitaria condizione femminile nella prateria hanno la meglio quando per uno scontro con i cow boy del marito, Selina, l’unica amica di Lucia, perde il figlio e rifiuta di continuare a vederla. Lucia se ne va a Denver dove incontra il giudice Brice Chamberlain, rivale storico del marito, i due trascorrono una notte d’amore e Lucia capisce di amare il marito da cui torna. Ben presto scopre di essere incinta di Chamberlain e nel delirio del parto si lascia sfuggire il segreto. Jim Brewton fa finta di nulla e accoglie il figlio come suo ma ben presto la verità viene fuori e Lucia è costretta ad andarsene rinunciando ai due figli. Per quanto si faccia per mantenere il riserbo, tutti in paese sanno chi è il vero padre di Brock, anche il ragazzo che morirà proprio per un insulto sulle sue origini. La morte di Brock riporta a casa Lucia che viene finalmente perdonata dal marito.



Ilmare derba


Il quarto film della coppia Hepburn -Tracy è un melodramma famigliare tratto dal romanzo omonimo di Conrad Richter e diretto dall’emergente regista Elia Kazan, al suo secondo film.
Per quanto ancora soggetto alle imposizioni della casa di produzione con grandi ricostruzione in studio degli ambienti, Kazan innesta l’uso di paesaggi naturali nel tentativo di utilizzare la natura come sottolineatura espressionista delle atmosfere filmiche che riprende Il vento di Sjostrom.



Il mared'erba


Attraverso la saga familiare dei Brewton, l’opera vuole raccontare un momento di mutamento storico, il passaggio dal latifondismo dei mandriani alla parcellizzazione della prateria in piccole proprietà per gli allevatori. Jim Brewton, detto il Colonnello si è conquistato il terreno lottando direttamente con gli indiani e si considera una specie di custode della prateria, difendendo anche i valori di quei nativi a cui l’ha sottratta, è disposto a lottare persino con le armi contro l’arrivo dei coltivatori, che non ritiene in grado di capire la grandezza della prateria, in parte Brewton ha ragione: dopo alcuni anni di ottimi raccolti, quando inizia un lungo periodo di siccità, i coltivatori si scoprono impotenti: hanno solo sfruttano il terreno senza pensare al futuro.
Nel declino ecologico e morale crescono i due figli di Lucia e Jim, allontanati dalla madre e con il marchio della nascita illegittima che da sempre pesa su Brock, un ragazzo che il padre cresce assecondandolo forse per ripagarlo dalla lontananza della madre.
Durante una partita di poker Brock uccide il rivale che faceva pesanti allusioni sulla sua nascita poi fugge non tanto per paura ma per salvaguardare l’onore del padre e viene mortalmente ferito durante uno scontro a fuoco con gli uomini dello sceriffo che lo stanno cercando. L’incontro con il padre in punto di morte è molto toccante, del resto le tematiche famigliari sono un punto centrale nell’opera di Kazan.



Il mare d'erba


Lucia scopre della morte del figlio dal giornale, in treno e fa ritorno a casa. Dopo vent’anni le convinzioni che hanno diviso la coppia si sono smussate e i due ritrovano la serenità perduta insieme a Sara Beth, la figlia rimasta.
Il mare d’erba è sicuramente un’opera giovanile, con tutte le debolezze del caso, pesa anche la transizione tra egemonia degli studios e la libertà ambita dalla nuova generazione di registi emergenti, resta la grande prova del cast guidata da un tris di stelle come Katharine Hepburn, Spencer Tracy e Melvyn Douglas.

Sette passi verso Satana

Seven Footprints to Satan
USA 1929
con Thelma Todd, Creighton Hale, William V. Mong, Sheldon Lewis, Laska Winter, DeWitt Jennings, Nora Cecil, Kalla Pasha, Harry Tenbrook, Angelo Rossitto
regia di Benjamin Christensen


7passiversoSatana


Il ricco rampollo James Kirkham è determinato a fare l’esploratore e scoprire una civiltà perduta nell’Africa nera; una sera la fidanzata, Eva Martins, gli chiede un favore: suo padre sta dando una festa in cui esporrà la sua ricca collezione di gioielli ma un professore tedesco amico di James non sembra chi dice di essere, la presenza di James è richiesta per smascherare l’eventuale truffatore. E di truffatore si tratta, con diversi complici che invitando James e Eva a recarsi alla polizia per denunciare il fatto in realtà li rapiscono e li portano nella misteriosa villa di Satana dove nulla è quello che sembra e anche il rapimento alla fine si rivelerà una burla

Il regista danese Benjamin Christensen che nel 1922 aveva diretto il caposaldo del cinema fantastico Häxan – La stregoneria attraverso i secoli, si trasferisce negli Usa e dirige alcune commedie mistery sulla falsariga de Il Castello degli Spettri di Paul Leni, di cui la più celebre è certamente Sette passi verso Satana, noto in Italia anche con il titolo La Scala di Satana.
Il colpo di scena finale, che non svelerò, mi ha strappato una risata quando si scopre in cosa consistono i tre anni di servitù verso Satana.
Per il resto il film rischia di scadere nella noia anche se Christensen conferma la grande abilità nel costruire atmosfere e situazioni che toccano direttamente l’inconscio. Il nano che mette più volte all’erta i due protagonisti ricorda il mondo lynchiano e nella sarabanda a cui alla fine si riduce il film spiccano diverse figure horror classiche del periodo: la figura della scimmione, interpretazione del lato belluino dell’uomo ricorre spesso nei film del periodo aprendo la strada al capolavoro di King Kong.
Se la scena dell’auto che corre su sfondo nero è inquietante a livello emotivo, quel che accade all’interno, la scoperta di James e Eva di essere in un auto blindata è inquietante per quanto riguarda la vita della protagonista, l’attrice Thelma Todd che nel 1935 sarà trovata morta in macchina all’interno del garage, si parlò di suicidio ma quella della Todd resta ancora una delle morti più misteriose di Hollywood anche se archiviata come possibile morte accidentale.
Il film era girato in due versioni muta e sonora, la seconda è andata perduta.
Su youtube si trova, con il titolo originale inglese una versione con le didascalie in italiano ma la copia è veramente di pessima qualità.

Emotivi anonimi

Les Émotifs anonymes
Francia 2010
con Isabelle Carré, Benoît Poelvoorde, Lorella Cravotta, Lise Lametrie, Swann Arlaud, Pierre Niney, Stéphan Wojtowicz, Jacques Boudet
regia di Jean-Pierre Améris


EmotiviAnonimi


Angélique Delange è una cioccolataia di grande talento la cui carriera è inficiata dalla timidezza patologica che l’affligge. Trova lavoro in una fabbrica di cioccolato sull’orlo del fallimento diretta da Jean-René Van Den Hugde anche lui impossibilitato a gestire i rapporti con gli altri per l’ansia.
Tra i due scoppia l’amore ma sarà più facile salvare la fabbrica dal fallimento che riuscire a gestire i propri sentimenti.



Emotivi anonimi


Una commedia sentimentale carina, più divertente che profonda: si ha l’ìmpressione che il regista, frequentatore a sua volta di gruppi di supporto per Emotivi Anonimi, si identifichi più con il personaggio maschile che con Angélique prendiamo ad esempio la scena la ristorante, forse la più esilarante del film con i continui cambi di camicia di Jean-René per porre rimedio a una sudorazione eccessiva, quando si accorge di aver indossato una camicia con le rouches l’uomo scappa per l’imbarazzo, la scena è molto divertente e proviamo anche tenerezza per il disagio dell’uomo che lo porta a fuggire calandosi dalla grondaia del ristorante. Se ci sta che il giorno dopo Angélique torni al lavoro fingendo indifferenza, resta l’incompiutezza data dal non sapere come la ragazza abbia reagito quando ha capito di essere stata abbandonata al ristorante alla mercè del sussiegoso maitre.



Lesemotifsanonymes


Anche il finale per quanto dolce è piuttosto prevedibile; un’opera che punta più a una dimensione favolistica nonostante i disturbi legati all’ansia siano attualissimi; anche l’idea di ambientare la vicenda nel mondo del cioccolato ha precedenti illustri da Chocolat a La fabbrica di cioccolato, guarda caso nome dell’azienda di Van Den Hugde.
Nonostante tutto il film si guarda piacevolmente grazie a un ottimo cast, sia per quanto riguarda i protagonisti che i personaggi di contorno.

Incontriamoci a Saint Louis

Meet Me in St. Louis
USA 1044, MGM
con Judy Garland, Margaret O’Brien, Mary Astor, Lucille Bremer, Leon Ames, Tom Drake, Marjorie Main, Harry Davenport, June Lockhart, Henry H. Daniels Jr., Joan Carroll, Hugh Marlowe, Robert Sully, Chill Wills
regia di Vincente Minnelli


Meetmeinstlouis


St. Louis 1903, mentre in città fervono i preparativi per l’imminente Exposizione mondiale, il tran tran di casa Smith, le scaramucce amorose dei tre fratelli maggiori,Rose Lon ed Esther e le marachelle delle piccole Agnes e Tootie viene sconvolto dalla decisione del padre di trasferire la famiglia a New York per avere migliori prospettive economiche ma visto l’impatto traumatico che il trasloco pare avere sui figli Alonzo si ricrede e decide di rimanere in città



Meetmeinstlouis


Incontriamoci a Saint Louis è il musical galeotto che fece nascere l’amore tra Vincente Minnelli e Judy Garland, regista e protagonista di questa graziosa pellicola che sfida dignitosamente il tempo.
L’opera è tratta da un romanzo di Sally Benson, 5135 Kensington composto da una serie di racconti nati originariamente per la pubblicazione sula rivista The New Yorker. Minnelli riesce a ricostruire l’atmosfera nostalgica della vecchia America in un momento di transizione verso l’era industriale come la grande fiera di Saint Louis del 1904, che celebrava il centenario dell’acquisto della Louisiana.
Le note nostalgiche come le foto sepiate che prendono vita in colori zuccherini, sono stemperate dal cast molto giovanile a partire da Judy Garland che dopo il successo de Il mago di Oz era la reginetta delle pellicole giovanilistiche per finire con la piccola Margaret O’Brien, già una stella in erba assai talentuosa ma forse un po’ troppo smorfiosa per replicare il successo della Garland. Nel film è protagonista di una delle sequenze più godibili, la notte di Halloween vissuta come una sequenza horror, subito smorzata dalle risate infantili.
Le vicende dei giovani Smith sono al centro del film, con la complicità del nonno, la madre e la burbera cameriera per cui al povero Alonzo Smith non resta che capitolare davanti alle schermaglie amorose dei figli più grandi e restare a vivere a Saint Louis.
Il dramma del probabile trasferimento si consuma tutto nel periodo natalizio e nonostante il tema natalizio occupi poco spazio nell’economia filmica, Incontriamoci a Saint Louis è considerato un classico natalizio grazie alla celebre canzone Have Yourself a Merry Little Cristmas interpretata da par suo dalla Garland.
Pur essendo un classico del cinema americano, in Italia il film è pocp noto perchè non uscì mai in sala ma venne recuperato solo nel 1980 per una rassegna su Judy Garland, la Rai commissionò il doppiaggio e a dare alla voce all’attrice c’è Anna Marchesini, molto brava: pur sapendo prima della visione che la voce era la sua mi sono dovuta concentrare per riconoscerla.

Wonder Woman 1984

USA 2020, Warner Bros
con Gal Gadot, Kristen Wiig, Pedro Pascal, Chris Pine, Connie Nielsen, Robin Wright, Gabriella Wilde, Kristoffer Polaha, Ravi Patel
regia di Patty Jenkins


Wonderwoman1984


L’amazzone millenaria Diana Prince nel 1984 nasconde la sua attività di eroina dietro i panni di un’esperta d’arte per la Smithsonian Institution di Washington, fa amicizia con una nuova assunta, Barbara Minerva e insieme indagano su un manufatto ritrovato in una gioielleria che riciclava oggetti d’arti rubati il cui tentativo di furto era stato sventato dalla stessa Wonder Woman. Come testimonia la scritta latina, la pietra ha il potere di realizzare di desideri di chi la tocca, Diana richiama in vita Steve, l’amato pilota della prima guerra mondiale, Barbara vuole diventare affascinante come Diana e Max Lord, un imbonitore televisivo fallito a conoscenza dei poteri del manufatto diventa la pietra stessa per nutrirsi dell’energia di tutti coloro di cui realizza i desideri. Ben presto il mondo è sull’orlo della catastrofe, del resto la pietra ha segnato la fine di tutte le civiltà con cui è venuta in contatto.
Rinunciando per prima al suo sogno d’amore Diana riesce a convincere il mondo a rinunciare ai propri desideri…



Ww1984

Il film si apre su un’episodio dell’infanzia di Diana quando la zia Antiope la priva della vittoria perché la ragazzina ha usato una scorciatoia: non si può essere eroi con l’inganno.
Anche la facilità con cui la pietra realizza i desideri porta solo scompiglio perché non c’è impegno e fatica e (guarda caso) tutti i desideri espressi hanno un fondo egoisitico persino quello involontario di Diana.
La morale del film si sposa anche bene ai gaudenti anni ’80 dove l’importante è la ricerca del proprio piacere senza curarsi delle conseguenze, peccato che il lunghissimo film (oltre 150 minuti) esasperi il concetto nella chiusa in un trionfo di melensa retorica.
Non ho visto il primo film ma di certo l’eroina non è molto simpatica in questa pellicola, altera e distaccata, solitaria e dedicata al culto del grande amore perso quasi 70 anni prima, non riesce a realizzare nemmeno una coppia romantica destinata sempre al sacrificio, difficile sviluppare un personaggio romantico con un protagonista maschile che per metà del film è stupito delle innovazioni tecnologiche scambiando una cyclette per una bici normale, e indossando tutti i look più assurdi del tempo.
Anche il potenziale del vilain si perde nella redenzione finale, più centrato il personaggio dell’antagonista di Wonder Woman, la sfigata dottoressa Minerva che non rinuncia fino all’ultimo alla prospettiva di essere ammirata e forte come Diana, anche se il desiderio avverato la sta inaridendo e la sta trasformando in Cheetah, donna ghepardo. Nel personaggio di Barbara Minerva vedo l’unica critica femminista del film: quanto costa a livello emotivo, per una donna, adattarsi agli standard richiesti dal mondo odierno!
Oltre alla bella scena iniziale della gara tra amazzoni, resta la puntuale ricostruzione d’epoca degli anni ’80 anche Alistair, il figlio sino americano di Lord, riprende il modello del simpatico bambino orientale che compariva in molte pellicole, si cita poi una battuta di un classico della filmografia degli anni ’80 che tutti abbiamo detto almeno una volta, quel “un caffè.. tè.. me” di Una donna in carriera che però era del 1988.
Della scena post credit è protagonista niente meno che Lynda Carter, la Wonder Woman televisiva che si rivela essere Asteria la mitica amazzone a cui erano dedicati i giochi che hanno aperto il film e la cui armatura d’oro è fondamentale per la novella Diana Prince per salvare il mondo: cosa ci riserverà il terzo film che dovrebbe essere ambientato in epoca contemporanea?

Un turco napoletano

Italia 1953, Lux Film
con Totò, Carlo Campanini, Aldo Giuffré, Isa Barzizza, Primarosa Batistella, Mario Castellani, Dino Curcio, Peppino De Martino, Christiane Dury, Franca Faldini, Giacomo Furia, Amedeo Girard, Guglielmo Inglese, Nicola Maldacea Jr., Enzo Turco, Anna Vivaldi, Vinicio Sofia, Anna Campori, Totò Mignone, Valeria Moriconi, Mario Passante, Edith Jost, Ignazio Balsamo, Liana Billi
regia di Mario Mattoli


Unturconapoletano

Felice Sciosciammocca, forzuto e donnaiolo, finisce in carcere prendendosi la colpa di un padre di famiglia ma quando capisce di essere stato condannato alla pena capitale accetta di fuggire assieme al compagno di cella, il borsaiolo Faina. I due evasi incontrano un turco che chiede indicazioni per Sorrento, scoperto che l’uomo non è conosciuto, Faina decide di tramortirlo e spacciare Sciosciammocca per il turco nella speranza di fare qualche soldo. Il turco era atteso da don Pasquale Catone, proprietario di una ricca bottega e gelosissimo della giovane moglie. Quando scopre dalla lettera di presentazione che il turco è un eunuco gli affida senza timore la moglie e la figlia con grande invidia di don Ignazio anche lui gelosissimo della moglie.
La figlia di don Pasquale dovrebbe sposare il nipote di Don Ignazio, Carluccio un gradasso detto uomo di ferro per la sua forza, la ragazza non ne vuole sapere e su consiglio del turco fa uno scandalo alla festa di fidanzamento rifiutandolo. Alla festa è presente anche il deputato che ha presentato il turco a Don Pasquale e ovviamente si accorge che Felice non è il vero turco ma avendo spacciato per sua moglie una ballerina francese ben conosciuta dal donnaiolo è costretto a reggere il gioco al falso turco. Sarà Faina che, scoperto che Felice non vuole dividere con lui l’ottima paga che riceve, per vendicarsi rivela la verità a Don Pasquale ma Felice salva la famiglia Catone dalla vendetta di Carluccio mettendo in fuga il bullo e riportando la pace in famiglia.



Ilturco napoletano

Il primo dei tre film tratti dalle opere di Eduardo Scarpetta a cui seguono Miseria e Nobiltà e Il medico dei pazzi girati entrambi nel 1954 a testimoniare il successo del trittico.
Totò innesta la sua vis comica fatta di improvvisazione e battute surreali su una struttura più solida degli esili canovacci da rivista che sono spesso i suoi film e il risultato si vede.
Che all’operazione sia data da subito una grande importanza lo si evince dalla grande cura nella ricostruzione storica di scenografie e costumi tanto che l’unico errore è evidente: il film si apre come una rappresentazione teatrale che dovrebbe andare in scena  il 24 febbraio 1904 al teatro San Carlino di Napoli, ma il teatro era stato demolito venti anni prima, nel 1884.
Nonostante il film sia la riproduzione di uno spettacolo, la pellicola non è certo un esempio di teatro filmato, molti movimenti di macchina nelle scene d’interni ed esteri girati en plein air con un gusto che restituisce la pittura di genere napoletana (scuola di Posillipo) di fine ottocento.
L’intro teatrale serve, sicuramente per ricordare la derivazione scarpettiana ma soprattutto per chiarire nel dialogo tra i due spettatori che si tratta di una pochade una commedia che fa ridere e la vecchia matrona preoccupata che l’opera potesse scandalizzare il figlio 24enne chiosa che quando si vuol far ridere si può scherzare su tutto, anche un tema così “scottante” per gli anni d’oro del gallismo italiano, quello dell’evirazione: man mano che si sparge la notizia della triste condizione del turco gli uomini hanno per lui un grande senso di compassione, forte sottolineatura dell’ipocrisia machista meglio avere la reputazione di grande amatore che passare del tempo in compagnia delle donne.



Unturconapoletano

Ipocrisia che torna nei personaggi di Carluccio e del deputato che si presenta con l’amante e scende a patti con
Sciosciammocca “per amor di patria” (tema che conosciamo bene ancora oggi).
Ovviamente le gag con il deputato fanno parte del repertorio classico di Totò non a caso ad interpretare l’onorevole Cocchetelli c’è Mario Castellani il celebre onorevole Trombetta della gag del treno di Totò a colori del 1951 (ricordiamo il primo film italiano a colori).

Tenet

USA 2020
con John David Washington, Robert Pattinson, Elizabeth Debicki, Aaron Taylor-Johnson, Clémence Poésy, Michael Caine, Kenneth Branagh, Dimple Kapadia, Himesh Patel, Fiona Dourif, Andrew Howard, Martin Donovan
regia di Christopher Nolan


Tenet

Un agente segreto americano, chiamato solo il Protagonista, partecipa sotto copertura ad una azione antiterroristica russa e infrange gli ordini per mettere in salvo il pubblico innocente sequestrato nel teatro dell’OPERA di Kiev venendo catturato e ingerendo una pillola di cianuro per evitare la tortura ma si risveglia in un luogo segreto dove scopre che l’operazione era un test che ha superato e ora è pronto per entrare a far parte di una sezione speciale che vuole combattere una terribile minaccia proveniente dal futuro dove si è scoperto come invertire l’entropia degli oggetti e farli muovere a ritroso nel tempo. Il protagonista si reca a Mumbai per scoprire chi rivende i proiettili a entropia invertita, qui prende contatti con l’agente Neil che diventerà il suo braccio destro nel tentativo di fermare SATOR l’oligarca russo che ha immesso sul mercato i proiettili. Per entrare in contatto con lui sfruttano la debolezza della moglie, Kat che ha conosciuto il magnate vendendogli un falso Goya realizzato dal falsario Thomas AREPO. Sospettando l’inganno Sator minaccia la moglie di non farle più vedere il figlio e il Protagonista promette alla donna la sicurezza per lei e il bambino se lo aiuterà e in cambio farà sparire il falso Goya dal magazzino di massima sicurezza gestito dalla ROTAS all’aeroporto di Oslo.
La trama si fa ancora più complessa quando si scopre che la scienziata che ha scoperto il fenomeno dell’inversione ha diviso il logaritmo in nove blocchi per impedire la distruzione del mondo ma Sator, ormai malato terminale per aver trascorso la prima giovinezza in una città fantasma russa scavando materiale nucleare poi rivenduto ai terroristi del futuro, ha recuperato anche l’ultimo blocco del logaritmo per far terminare il mondo con la sua morte, in un delirio di onnipotenza…



QuadratodiSator

Nel film che avrebbe dovuto risollevare le sorti cinematografiche dell’estate pandemica del 2020, Christopher Nolan sviluppa la sua ossessione filmica per il tempo nel suo lavoro più personale, realizzato da solo senza il consueto aiuto del fratello Jonathan alla sceneggiatura.
Come sempre si tratta di una trama molto semplice complicata dalla destrutturazione temporale in questo caso arricchita dalla declinazione misteriosa (vogliamo dire alchemica?) del famoso Quadrato di Sator un quadrato palindromo dove le lettere formano una frase latina il cui significato non è ancora chiaro. Molto diffuso in epoca romana il quadrato si trova anche su diverse cattedrali per cui si pensa che alla frase sia stato attribuito un significato religioso.
Non credo però che il regista abbia voluto giocare con i significati della frase, Nolan sfrutta il mito del quadrato ma quello che gli interessa è la pura rappresentazione del testo le due parole ripetute in senso in verso che creano quella tenaglia temporale che tanta importanza avrà nella battaglia finale.
Del resto la critica stessa muove la stessa accusa il film, piacevole e intrigante ma superficiale.
A me ha divertito anche se quasi sempre nei lavori di Nolan soffro qualche lungaggine di troppo necessaria forse a chiarire i meccanismi temporali (però Terminator era del 1984, Fringe ha una decina d’anni e dobbiamo ancora star qui a spiegare i paradossi e i multiversi temporali?!?).
Se mi annoio nelle reiterate lezioncine mi esalto anche nella precisione con cui il regista riesce a fare intersecare i diversi mondi: la scena dell’inseguimento in autostrada che nell’inversione temporale spiega bene il ruolo della macchina che si frappone tra i duellanti.



Tenet

Oltre all’ossessione per il tempo, è nota l’idiosincrasia del regista per le riprese digitali che limita sempre al massimo, anche molte delle scene a ritroso sono state girate con il più classico dei metodi, riavvolgendo la pellicola e per chi, come la sottoscritta, ha passato decenni a smanettare con il videoregistratore il riconoscimento è lampante e forse è il vero atto d’amore che Nolan riserva nel suo film da tutti descritto come algido e impersonale, almeno nella descrizione dei personaggi.

Chi ha paura delle streghe?

The Witches
USA 1990 Warner Bros
con Anjelica Huston, Mai Zetterling, Brenda Blethyn, Rowan Atkinson, Jasen Fisher, Charlie Potter, Bill Patterson, Anne Lambton
regia di Nicolas Roeg


Chihapaura dellestreghe?


L’orfano Luke Eveshim accompagna in vacanza la nonna, ex cacciatrice di streghe che lo ha ben educato a individuare le acerrime nemiche dei bambini. L’hotel dove alloggiano è stato scelto dalla congrega di streghe inglesi per ospitare la Strega Suprema che espone il suo piano per liberarsi di tutti i bambini del regno con una pozione che li trasforma in topi. Luke ascolta casualmente il terribile progetto, viene scoperto e trasformato in topo come il suo amico Bruno. Nonostante la metamorfosi il ragazzino decide di trafugare la pozione e servirla al banchetto delle streghe affinché siano esse a diventare topi. Il piano riesce e Luke adattatosi alla nuova condizione topesca, progetta già di liberare l’America dale streghe quando l’intervento dell’ex assistente della Strega Suprema, che è diventata una strega buona lo trasforma nuovamente in un bambino

Dal romanzo per bambini Le streghe di Roald Dahl da cui è stato tratto anche l’omonimo film di Robert Zemeckis del 2020, l’incontro bizzarro tra il film per ragazzi e l’inquietante sguardo visionario di Nicolas Roeg.


Thewitches


Se la fiaba per bambini perde mordente nella seconda parte, lo sguardo del regista resta la cosa più interessante del film, riuscendo addirittura a infilare una citazione della carrozzina de La Corazzata Potemkin ovviamente con lieto fine come ne Gli Intoccabili del 1987.
Citazioni a parte, il regista riesce a creare un mondo angosciante grazie a inquadrature sghembe, primi piani degli adulti che incombono sui bambini e ancor più sui topi/bambini di cui il regista ripropone il punto di vista con soggettive rasoterra
Interessante anche la fotografia diafana, lontano dai colori vivaci dei tardi anni ’80 che crea una dimensione fuori dal tempo.
Molto del successo del film si deve anche all’interpretazione di Anjelica Huston che da lì a poco avrebbe interpretato Morticia ne La famiglia Addams del 1992. Altera e snob nella versione umana di Eva Ernst, si tramuta nella più laida vecchia strega grazie al trucco di Jim Henson chiaramente ispirato alla versione vecchia venditrice di mele della regina Crimilde nel classico Disney di Biancaneve del 1937.
Nel film compare anche il comico Rowan Atkinson in uno degli ultimi ruoli prima di diventare il per me insopportabile, Mr. Bean
Tra tante citazioni fatte dal film, mi viene da pensare che la scena del topo che crea scompiglio in cucina sia stata citata dal film Pixar Ratatouille.