Rapito

Italia 2023
con Enea Sala, Leonardo Maltese, Paolo Pierobon, Fausto Russo Alesi, Barbara Ronchi, Samuele Teneggi, Filippo Timi, Fabrizio Gifuni, Aurora Camatti, Paolo Calabresi, Bruno Cariello, Andrea Gherpelli, Walter Lippa, Alessandro Bandini, Leonardo Bianconi, Daniele Aldovrandi, Corrado Invernizzi, Michele De Paola, Fabrizio Contri, Giustiniano Alpi, Orfeo Orlando, Federica Fracassi, Giulia Quadrelli, Flavia Baiku, Tonino Tosto, Renato Sarti, Christian Mudu, Riccardo Bandiera
regia di Mario Bellocchio


Rapito

All’insaputa di tutti, la fantesca di una famiglia ebrea bolognese battezza l’ultimo nato convinta che sia in punto di morte. Dopo sette anni l’informazione arriva all’inquisitore Feletti che decreta che il bambino sia tolto alla famiglia e allevato secondo la religione cattolica. Nonostante al caso s’interessino anche potenze straniere, il Papa Re non cambia posizione ed Edgardo viene allevato in un convitto religioso, nonostante alcune possibilità di tornare a casa e riavvicinarsi alla famiglia, il ragazzo non abbandona la Chiesa ma diventa un missionario.

Quello di allontanare i cristiani dalle famiglie di origine soprattutto se ebree, era una prassi consolidata nello Stato Pontificio, il caso di Edgardo Mortara è il più eclatante anche per il periodo storico in cui avviene, a ridosso della nascita del regno d’Italia e la caduta dello Stato pontificio con la breccia di Porta Pia.
Storia, religione e famiglia sono i temi portanti della filmografia di Marco Bellocchio che dal libro di
Daniele Scalise, Il caso Mortara del 1996 trae un bellissimo e doloroso film, perfetta ricostruzione storica dell’età risorgimentale che resta solo una cornice, al regista piacentino interessa indagare il rapporto religione/potere e religione/famiglia.
Nella dimensione più intima delle persone normali la religione coincide con l’identità: pur facendo di tutto per cercare di riprendersi il figlio i Mortara non rinunciano alla loro religione, principio che si radicalizza nel terribile ultimo incontro tra Edgardo e la madre sul letto di morte.
Per i vertici della Chiesa allontanare Edgardo dalla famiglia naturale per avere la certezza che venga allevato secondo i dettami della fede cristiana è solo una prova di forza, una semplice attuazione delle leggi pontificie indifferenti al destino del singolo.
Il bambino si trova diviso tra le due fazioni che lo contendono: il suo essere diligente nasce dal consiglio di Elia la prima notte al convitto, prima si dimostra di essere buoni cattolici prima si può tornare a casa ma tutta la disperazione del bambino si scioglie nell’incontro con la madre.
Pio IX s’interessa molto al ragazzo e cerca di ingraziarselo proprio per il suo valore di esempio: deve dimostrare al mondo che il rifiuto a scendere a patti con la famiglia Mortara ha dato i suoi frutti.
È interessante come si ripetano alcune scene: Edgardo che si nasconde sotto le gonne della madre per non essere portato via, il Papa che nasconde il ragazzino sotto il suo mantello mentre gioca a nascondino lasciando interdetto il compagno di giochi che vede i piedi spuntare da sotto il mantello ma non può certo opporsi al Papa e deve fingere di non vederlo mentre il Papa giocosamente chiede dov’è Edgardo?
Già, dov’è Edgardo conteso tra la madre naturale e la Santa Madre Chiesa mentre il mondo decide il suo destino tra tentativi falliti di rapimento e processi intentati dal nuovo Stato?
Il suo stupore/dolore per il crudele destino che gli è toccato si scioglie nell’ossessione per i crocifissi, primo emblema che incontra della nuova religione e arriva fino alla dimensione onirica di togliere i chiodi dalla Croce permettendo al Cristo di andarsene, liberato dal suo martirio, (ripresa della dimensione onirica di Buongiorno Notte con Moro che passeggia libero per Roma).
L’antisemitismo per secoli è stato giustificato dal fatto che gli ebrei avrebbero crocifisso Gesù quindi il valore simbolico di quella scena è lampante: far scendere Cristo dalla croce significa liberarsi della propria croce rimediando alla “colpa” ebraica.
Un altro punto interessante è il cambiamento del titolo in corso d’opera. Inizialmente il film avrebbe dovuto chiamarsi La conversione: Bellocchio in alcune interviste dice di non sapersi spiegare la scelta di Edgardo di restare prete, il cambio del titolo vuole spostare l’attenzione dalla conversione del ragazzo al suo destino crudele o Rapito si può intendere anche nel suo significato secondario, un rapimento quasi estatico della Fede?
Oltre ai molti spunti di riflessione offerti dall’opera ne vanno menzionati anche i grandi pregi tecnici, la costruzione per antitesi di molte scene: preghiere ebraiche e preghiere latine, giaculatorie alternate allo sfondamento delle mura vaticane. La fotografia dalle tonalità caravaggesche e l’eccezionale cast, dagli attori che interpretano Edgardo fanciullo ed adulto all’intensa Barbara Ronchi nei panni della madre e Paolo Pierobon che tratteggia un Pio IX mellifluo e quasi folle nelle sue ostentazioni di potere e il raggelante cardinale Feletti di Gifuni.

Tarda primavera

Tarda primavera

Banshun
Giappone 1949
con Setsuko Hara, Chishū Ryū, Haruko Sugimura, Yumeji Tsukioka, Hohi Aoki, Jun Usami, Kuniko Miyake, Masao Mishima
regia di Yasujirō Ozu

La ventisettenne Noriko non vuole sposarsi per accudire l’anziano padre, il professore Shukichi Somiya. L’uomo le fa credere di avere intenzione di sposare una vedova per lasciare la figlia libera di vivere la sua vita

Il film più celebre di Ozu dove si delinea la tematica portante delle opere del maestro giapponese, l’evoluzione del microcosmo famigliare piccolo borghese all’interno di una nazione che affronta la modernità.
Shukichi e la figlia sono sicuramente personaggi moderni che hanno trovato un loro equilibrio messo in discussione dalla zia
Masa che rappresenta la tradizione, posizione introdotta dalla sua critica al comportamento ritenuto sconveniente di una giovane sposa durante la festa di nozze con il professore che giustifica le intemperanze dei giovani sopravvissuti alla guerra.
Shukichi cede alle ingerenze della zia e prima chiede alla figlia se è interessata al suo assistente, Hattori scoprendo così che il giovane è fidanzato e in procinto di sposarsi, poi finge di voler risposarsi con una vedova per indurre la figlia al matrimonio.
La notizia in realtà addolora profondamente la ragazza (complesso di Eletra?) che già aveva ritenuto immorale il secondo matrimonio di un collega del padre.
Durante un ultimo viaggio a Kyoto Noriko rivede le sue posizioni sulle seconde nozze dell’amico del padre e dopo un ultimo confronto col genitore decide di accettare il matrimonio combinato.
È singolare che il promesso sposo di cui si continua a parlare per tutta la seconda parte del film non compaia mai in scena mentre si sviscera il rapporto amicale era Noriko e Shuichi Hattori: la passeggiata in bici e il rifiuto di Noriko di andare a un concerto con il ragazzo col dettaglio del cappello di Shuichi che tiene inutilmente il posto alla ragazza.
Il film analizza quindi la realtà contingente di Noriko e come viene modificata dalla sola idea di affrontare le nozze.
Allo studio psicologico dei personaggi si accompagna uno stile cinematografico altrettanto delicato e suggestivo: le inquadrature sono praticamente a telecamera fissa, campi lunghi alternati a primi piani dei volti, gli esterni dall’orizzonte molto basso con le figure che si stagliano contro il cielo vuoto in opposizione agli interni dove la profondità di campo sugli ambienti creano un complesso gioco geometrico, la contemplazione senza un punto di vista definito sulla natura esterna o su semplici composizioni di vasi negli interni, tutto ci parla di una riflessione sul tempo che scorre, sull’accettazione e lo spirito di adattamento alle nuove fasi della vita, nel continuo mutare delle onde che aprono e chiudono il film

Povere creature!

USA 2023
con Emma Stone, Mark Ruffalo, Willem Dafoe, Ramy Youssef, Jerrod Carmichael, Margaret Qualley, Christopher Abbott, Kathryn Hunter, Damien Bonnard, Roderick Hill, John Locke, Jeremy Wheeler, Hanna Schygulla
regia di Yorgos Lanthimos


Poor things


L’anatomista Godwin Baxter sceglie un suo allievo, Max McCandles, come assistente per un suo esperimento: si deve occupare di Bella, una giovane donna il cui sviluppo mentale è pari a quello di un infante e seguire i processi evolutivi della sua psiche.
Ben presto Bella non si accontenta più del mondo protetto che il dottor Baxter ha creato per lei e pretende di uscire, i guai iniziano con la scoperta della sessualità: la sua bellezza e la sua sfrontata innocenza la potrebbero mettere in pericolo così Godwin chiede a Max se vuole sposare Bella. Duncan Wedderburn, l’avvocato che deve stendere il contratto matrimoniale, è un libertino che incuriosito dalle clausole del contratto vuole incontrare Bella e ne rimane affascinato chiedendole di fuggire con lui. La ragazza accetta non tanto per passione quanto per desiderio di esperire il mondo. Godwin la lascia partire in nome del libero arbitrio. Duncan ben presto si accorge di non poter gestire la fanciulla che credeva di sedurre e abbandonare nel giro di pochi mesi e finisce per innamorarsene morbosamente, diventando sempre più geloso. Dopo aver regalato tutti i soldi di Duncan, Bella scopre che si può essere pagate per fare sesso, Duncan l’abbandona inorridito mentre Bella decide di vivere in un bordello per mantenersi e poter continuare la sua scoperta dl mondo. Torna in Inghilterra solo quando viene informata che Godwin è molto malato; Bella ha molte domande sul suo passato e il chirurgo le racconta la sua vera storia. Mentre sta per convolare a nozze con Max, il matrimonio viene interrotto dall’ufficiale Alfie Blessington, marito di Bella nella sua vita precedente. La donna lo segue per scoprire il proprio passato e capire perché si è suicidata. Per sfuggire a Blessington che oltre a tenerla prigioniera la vuole sottoporre a una mutilazione genitale per “calmarla”, Bella ferisce l’ex marito e per salvargli la vita lo opera presso casa di Baxter dove ora può condurre una vita libera.


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Dall’omonimo romanzo di Alasdair Gray, Lanthimos trae una produzione mirabile dal punto scenografico che ricostruisce in maniera fantasiosa l’epoca vittoriana, tra rimandi burtoniani e ammiccamenti steam punk (non a caso i premi Oscar vinti riguardano scenografia, costumi e trucco).
La rilettura di fine ottocento però sa incarnare perfettamente lo zeitgeist del momento: più di Barbie o del nostro C’è ancora domani, è indubbiamente Povere Creature! il film che presenta la miglior critica al patriarcato: la società che “castra” la donna impedendole di esprimere liberamente la propria sessualità piegandola esclusivamente alle esigenze riproduttive.
Ovviamente l’opera di Lanthimos non sostiene che la prostituzione sia la via per il riscatto femminile come mi è capitato di leggere sui social ma non mi scandalizza per nulla il percorso di Bella.Povere creature! è un interessante pastiche di letteratura d’epoca vittoriana e d’inizio novecento e la parentesi nel postribolo mi ha fatto tornare in mente un memoire pubblicato da Adelphi Memorie di una maîtresse americana di Nell Kimball, vissuta tra il 1854 e il 1934, quindi coeva di Bella Baxter; un esempio di molta letteratura che per tutto il diciannovesimo secolo ha creato personaggi femminili che nei bordelli son finite per ingenuità (come Bella la prima volta) o per mancanza di scrupoli, perciò il percorso di Bella è perfettamente coerente con la rilettura letteraria dell’epoca vittoriana in cui spicca il romanzo gotico, atmosfera principale con cui gioca Povere creature!: non solo Bella è una creatura strappata alla morte grazie alla sperimentazione medica (il fantastico che nasce dal positivismo) ma addirittura il suo creatore è a sua volta un Frankenstein, inteso come la creatura: Godwin Baxter è un essere fisicamente mostruoso perché vittima del padre che lo usava come cavia dei suoi esperimenti. È commovente, e temo tragicamente realistico, che un bambino vittima di tanti abusi riesca a idolatrare la figura paterna seguendone le orme in ambito scientifico ma maturando molto più rispetto per le sue creature, in particolare per Bella anche se vorrebbe tenerla sempre in una gabbia dorata, Godwin accetta che la ragazza parta con Duncan perché l’ha dotata del libero arbitrio e ha quindi il diritto di vivere la sua vita come vuole.



Povere creature

Di tutt’altra pasta l’avvocato Duncan Wedderburn, seduttore che rimane spiazzato quando si accorge che la sua preda non è certo un arrendevole fanciulla vittoriana da abbandonare dopo essersi baloccato con lei qualche mese, anzi è Duncan a ritrovarsi spesso solo mentre Bella esce a fare nuove esperienze trovando in lui sono un compagno di piacevoli giochi sessuali. La scoperta scatena il lato peggiore dell’uomo che non riuscendo a dominare l’oggetto del suo desiderio le rovina le nuove nozze riportando nella sua vita l’odioso Blessington, il primo marito con cui Bella (all’epoca Vittoria) conduceva una vita crudele a scapito della servitù.
Scoperto il proprio passato, Bella lo rifiuta riconoscendosi solo nella persona rinata dall’esperimento scientifico di Godwin perché bisogna sempre migliorarsi ed è a questo punto che Povere Creature! mi infligge una profonda delusione: capisco l’ironia e la fissa per gli animali del regista, prò il corpo di Blessington non doveva ospitare il cervello di una capra ma avrebbe dovuto essere il nuovo corpo di Godwin, che muore lamentando di non aver mai potuto essere accettato per il suo aspetto.
Regalare una nuova vita al cervello di Godwin sarebbe stato generoso, ridurre Blessington a una capra è dissacrante e ironico, ma in fondo testimonia il fallimento di Bella nel migliorarsi: qualcosa della sua originale vena crudele è sopravvissuta al suo cammino evolutivo, in fondo rimane anche lei una povera creatura.

Città violenta

Italia 1970
con Charles Bronson, Jill Ireland, Michel Constantin, Telly Savalas, Umberto Orsini, Ray Sanders, Benjamin Lev, Peter Dane
regia di Sergio Sollima


Cittàviolenta


Al killer Jeff Heston le cose iniziano a girare male da quando s’è innamora della bellissima
Vanessa Shelton: dopo esser sfuggito al tentativo di omicidio di un ex ”cliente”, Coogan, Jeff si fa due anni di galera e dopo averli scontati, un boss cerca di affiliarlo. Vanessa era fidanzata del cliente vendicativo e ora moglie del malavitoso Al Weber. Jeff avrebbe ben pochi motivi per fidarsi della donna ma continua a farlo, fino a lasciarci la pelle…


Città violenta

Sergio Sollima in trasferta negli USA con una grandiosa produzione italo francese gira un noir che trasuda romanticismo e pessimismo.
I difetti sono i soliti delle produzioni anni ‘70: trame molto arzigogolate che servono soprattutto per la costruzione scenica del film . È poco chiaro perché il cliente che gli ha commissionato l’omicidio del vecchio zio per ereditare ora voglia eliminare Jeff ma è la scusa per l’inseguimento delle auto che apre il film, quasi dieci adrenalinici minuti senza dialoghi ideati dal re degli stunt Rémy Julienne, e tanto ci basta.
La vendetta di Jeff con l’omicidio all’autodromo è invece piuttosto lenta ma la pellicola si riscatta nella seconda parte con l’entrata in campo di Telly Savalas nei panni dell’istrionico boss, personaggio antitetico al laconico killer solitario.
A muovere i fili in realtà è il mellifluo avvocato Steve che ha utilizzato la bellissima Vanessa per impossessarsi dell’impero di Weber.
Vanessa Shelton è interpretata da Jill Ireland, la moglie di Charles Bronson con cui girò una quindicina di film, declinando diversi aspetti dell’amore fou, in
Da mezzogiorno alle tre, per esempio, è lei ad uccidere Bronson mentre qui Jeff alla fine la uccide per poi chiedere a un poliziotto di ucciderlo.
L’omicidio di Vanessa e Steve nell’ascensore panoramico è un’altra scena memorabile che fa il paio con l’inseguimento iniziale ed
è notevole soprattutto per l’uso del sonoro: nonostante la presenza di Morricone come compositore della colonna sonora, Sollima ha l’intuizione di girare la scena senza altri suoni che gli spari e i lamenti soffocati delle vittime.

C’è ancora domani

C'èancoradomani


Italia 2023
con Paola Cortellesi, Valerio Mastandrea, Romana Maggiora Vergano, Emanuela Fanelli, Giorgio Colangeli, Vinicio Marchioni, Francesco Centorame, Lele Vannoli, Paola Tiziana Cruciani, Alessia Barela, Federico Tocci
regia di Paola Cortellesi

Roma, immediato dopo guerra: Delia, sposata a un uomo violento ha come ragione di vita il matrimonio della primogenita Marcella con un ragazzo benestante ma quando si accorge che anche il futuro genero è un violento compirà un gesto impensabile per impedire le nozze. Con l’aiuto della figlia farà tutto ciò che in suo potere per cambiare anche la sua vita.

Come sempre l’acclamato capolavoro campione d’incassi non è un’opera che cambia la storia del cinema ma sicuramente un bel film. Ho avuto qualche difficoltà ad entrare in sintonia con l’opera perché la scena iniziale, lo schiaffo immotivato al risveglio pone il film in una posizione di pantomima, anche il primo pestaggio risolto come un balletto non mi ha convinto molto: in un momento in cui la violenza di genere è un’emergenza (Inter)nazionale fatico molto ad accettare la leggerezza, per quanto poetica sul tema, che ammetto pensavo fosse quello principale di C’è ancora domani mentre il tema è tutt’altro, tema che è riuscito a commuovermi ma resto sempre “l’inguaribile romantica” che in Casablanca non batte ciglio per Rick ed Ilsa ma frigna come una fontana quando intonano la Marsigliese alla faccia dei nazisti.
Quindi sì, ho apprezzato il film dell’anno anche per il colpo di scena finale: Delia rincorre ben altro che il progetto di fuga con il metalmeccanico Nino.
Resta qualche fastidio personale: la rievocazione dell’innamoramento tra Delia e Ivano mi ha ricordato un po’ troppo la loro parodia di Sandra e Raimondo del video dei Tiromancino, la scena in chiesa è anacronistica perché fino a una decina di anni fa in chiesa gli uomini e le donne stavano rigorosamente distinti, gli uni n una fila di banchi, le altre nell’altra.
È un film che cita il neorealismo? Forse più il neorealismo rosa che il neorealismo vero e proprio, ma è un film che vuole parlare del presente: l’allusione alla disparità salariale e i continui inviti a tacere e a non impicciarsi delle questioni “serie” sono smacchi che qualsiasi donna, di qualunque ceto, come nel film, si sente rivolgere ancora oggi.

Caccia al Ladro

To Catch a Thief
USA 1955 Paramount
con Cary Grant, Grace Kelly, Jessie Royce Landis, John Williams, Charles Vanel, Brigitte Auber, Jean Martinelli, Georgette Anys, René Blancard, Roland Lesaffre
regia di Alfred Hitchcock


Caccia alladro


Quando una serie di furti di gioielli sconvolge le ricche villeggianti della Costa Azzurra, la polizia pensa subito che il celebre ladro John Robie, detto il Gatto, sia tornato in attività anche perché lo stile acrobatico delle rapine riprende il suo. A Robie non resta che chiedere l’aiuto di un importante assicuratore e scoprire chi è il suo emulatore. Intanto una ricca ereditiera americana ha scoperto la sua identità e vorrebbe aiutarlo, prima nei furti poi a scoprire il vero ladro…


Tra i quattro film del biennio 1952-54 ( gli altri sono Il delitto perfetto, La finestra sul cortile e La congiura degli innocenti) Caccia al ladro è certamente il più debole nell’intreccio giallo e rappresenta quasi un’occasione di riposo/svago per il regista che sfrutta un cast composto dai suoi attori preferiti per una commedia giallo rosa ambientata nella Costa Azzurra più charmant. Come sempre innovativo, Hitchcock sfrutta il pittoresco paesaggio per provare il neonato Vista Vision con riprese aeree della costa e dei suggestivi borghi.
Le riprese fanno anche da trasparente a molte scene girate in studio, una tecnica che oggi appare invecchiata e fa dimenticare il valore innovativo dell’epoca.


Cacciaalladro


Tornando al film, ci si appassiona poco alla ricerca del vero ladro; del resto l’attenzione di Hitchcock è tutta per la sua amata star, l’algida Grace Kelly che durante la lavorazione conosce il futuro marito, il principe Ranieri di Monaco.
Il regista che soprannominò l’attrice ghiaccio bollente svolge il film mettendo in risalto questo suo aspetto: l’indifferente Frances che sulla porta della camera da letto si volta e prende l’iniziativa di baciare Cary Grant; la tranquilla gita sulla Corniche che si trasforma in una folle corsa in auto per sfuggire alla polizia (scene girate in luoghi molto vicini a quelli che costarono la vita alla Principessa nell’incidente dell’1981): tutto è studiato perché si veda il fuoco che scorre sotto l’apparenza altera di Grace Kelly non ultimo il dialogo durante i fuochi d’artificio, un trionfo di doppi sensi non nuovi a un regista che sapeva sempre come aggirare la pesante censura perbenista del cinema americano.
A completare la confezione perfetta del film forse più leggero di Hitch, i costumi di Edith Head che vanno dal raffinato abito azzurro con cui entra in scena Grace Kelly allo sfarzoso abito dorato della festa in maschera.


Soprannominato lo champagne di Hitchcok per la frizzante leggerezza, Caccia al ladro mi ha colpito per la scena dell’inseguimento finale sui tetti: l’effetto straniante dei filtri usati per far sembrare la scena notturna e le geometrie arzigogolate delle riprese dall’alto mi paiono un chiaro omaggio all’espressionismo tedesco che Hitchcock conosceva bene grazie a un’esperienza lavorativa a Berlino a metà anni ‘20.
Il regista compare nel suo immancabile cameo come impassibile viaggiatore sulla corriera accanto al quale siede Cary Grant.

È arrivata la felicità

èarrivatalafelicità

Mr. Deeds Goes to Town
USA 1936, Columbia
con Gary Cooper, Jean Arthur, George Bancroft, Lionel Stander, Douglass Dumbrille, Raymond Walburn, H.B. Warner, Ruth Donnelly, Walter Catlett, John Wray, Margaret Seddon, Margaret McWade, Mayo Methot, Franklin Pangborn
regia di Frank Capra

La morte improvvisa di un ricco banchiere getta New York in subbuglio: a chi andrà la sua ricca eredità? Il fortunato è Longfellow Deeds, un suo parente che vive in una sperduta cittadina coltivando strambi hobby come scrivere rime per le cartoline postali. Gli avvocati che gestivano il patrimonio del banchiere raggiungono subito l’erede convinti di poter manipolare senza problemi l’ingenuo ragazzone di provincia e lo portano a New York. L’arrivo del nuovo milionario mette in fibrillazione la stampa e la cinica cronista Babe Bennett si finge una povera ragazza per conquistare il buon cuore di Longfellow e poter scrivere gustosi pezzi di costume che valgono all’uomo il soprannome di Cinderella Man. Quando Longfellow si accorge dell’inganno perpetrato dalla ragazza di cui si è innamorato, decide di tornare a casa ma l’intrusione di un poveraccio che vorrebbe ucciderlo per disperazione gli fa cambiare idea e decidere di impiegare la sua eredità in favore dei contadini poveri. L’avvocato Cedar capisce di non poter più mettere le mani sul capitale e decide di appoggiare un lontano parente di Deeds che contesta l’eredità accusando Longfellow di insanità mentale. Per la cocente delusione d’amore Deeds non si ribella al processo fino a quando Babe chiamata a testimoniare le sue stranezze documentate negli articoli non inizia a difenderlo rivelando di essere anche lei innamorata…


via GIFER

Il film che vale il secondo Oscar come miglior regista a Frank Capra, dopo Accadde una notte, è una commedia che ne rappresenta appieno lo spirito, la sua aderenza al New Deal e la critica al capitalismo americano.
C’è l’esaltazione delle comunità locali: i festeggiamenti per la partenza di Longfellow per la città sono accompagnati dalla banda musicale in cui lo stesso festeggiato suona l’amata tuba.
Il contrasto tra provincia e grande città: tutti credono di potersi approfittare dello sprovveduto campagnolo ma sono costretti a capitolare davanti al suo granitico buonsenso, compresa Babe Bennet, la cinica giornalista che finisce ben presto per innamorarsi del suo zimbello.
La messa alla berlina dell’avidità: un capitalista che impiega il proprio denaro per aiutare le classi meno abbienti viene processato per insanità mentale da coloro che vorrebbero gestire il suo patrimonio per lucrarne una buona fetta.
È arrivata la felicità è un film importante per i suoi protagonisti: è il primo ruolo da protagonista di Jean Arthur che sostituisce Carol Lombard a riprese già iniziate mentre Gary Cooper riceve la sua prima nomination all’Oscar e la scena al telefono in cui riceve la conferma dalla giornalista di essere stato ingannato per poter scrivere degli articoli di costume è commovente ancora oggi.
Oltre il successo agli Oscar con cui arrivò con cinque nomination, il film fu premiato come miglior film straniero con menzione speciale alla IV mostra del cinema di Venezia. La versione su Raiplay nel ciclo dedicato a Capra integra il doppiaggio originale con le scene tagliate sottotitolate ed è interessante vedere i tagli “politici” come il cambio dei nomi: per l’intraducibile Longfellow viene scelto Orazio e per rimanere in tema di romanità Cindarella man diventa Cincinnato, le solite follie della censura!
La pellicola segna anche l’introduzione in ambito cinematografico del termine picchiatello, che diventerà l’epiteto per eccellenza di Jerry Lewis.
Il film avrebbe dovuto avere un seguito ma per l’indisponibilità di Gary Cooper fu scelto James Stewart e così a Washington ci andò Mr Smith invece di Mr. Deeds: parlo di Mr. Smith va a Washington del 1939.

Don’t Worry Darling

USA 2022
con Florence Pugh, Harry Styles, Olivia Wilde, Chris Pine, Gemma Chan, Nick Kroll, Douglas Smith, KiKi Layne, Timothy Simons, Kate Berlant, Asif Ali
regia di Olivia Wilde


Dontworrydarling


Alice Chambers conduce la perfetta vita della mogliettina anni ‘50 in un villaggio residenziale per gli impiegati al misterioso progetto Victory. Una vita di feste e shopping in cambio della cura della casa e una totale discrezione sulle attività di Victory supervisionate dalla moglie di Frank, ideatore e guru del progetto e del villaggio. Improvvisamente Margaret, un’altra abitante di Victory, inizia ad avere problemi psicologici, in parte giustificabili per la recente perdita del figlioletto ma un giorno Alice la vede suicidarsi anche se tutti insistono nel dirle che ha travisato l’accaduto; Alice però continua ad avere presunte allucinazioni e si ritrova in luoghi di Victory a cui può accedere solo il personale autorizzato. Il suo stato mentale peggiora fino a dover essere ricoverata ma una volta tornata a casa Alice scopre la terribile verità sulla propria esistenza…


Dontworry darling


Sono davvero esterrefatta che il film di Olivia Wilde sia stato praticamente stroncato mentre il simpatico ma mediocre Barbie passi per l’apoteosi della critica al patriarcato: forse la Wilde è troppo bella per poter accettare che abbia anche un buon talento da regista?
Il film è molto interessante anche da un punto di vista stilistico: belle riprese sia al servizio della trama che quelle di valore simbolico: la scena in cui Alice si trova schiacciata nel corridoio che si restringe o con la faccia avvolta nella pellicola trasparente esprimono bene l’alienazione della protagonista già anticipata dalle tante scene di rifrazione della sua immagine negli specchi, classico escamotage cinematografico per rappresentare la dissociazione mentale.
Molto bella la seguenza che rappresenta la manipolazione mentale, l’occhio che si trasforma in un balletto alla Busby Berkeley è a mio parere geniale visto la grande valenza che avevano gli spettacoli di rivista durante la Grande Depressione: occasione di lavoro oppure via di fuga da una triste realtà, esattamente quello che si dimostra essere Victory.


Don'tworrydarling


Certo, il film è estremamente citazionista, definito anche derivativo e oltre a Matrix e Vanda Vision possiamo ritrovarci La Valle delle Bambole e anche Westworld, di certo Olivia Wilde non si limita a una lettura semplice del patriarcato inteso come lo scontro tra un maschile soverchiante e un femminile che si limita a subire. La connivenza tra patriarcato e potere porta un personaggio femminile a sostituirsi a Frank senza farsi scrupoli di genere, Bunny il personaggio interpretato da Olivia Wilde, è cosciente della realtà di Victory e ha scelto di viverla per ottimi quanto dolorosi motivi. La stessa Alice in fuga potrebbe cedere al fascino del luogo perché essere amati e protetti a discapito della propria libertà è una bella tentazione per tutti, indipendentemente dal genere.

Fiamme sul mare

Fiammesulmare

Italia 1947
con Carlo Ninchi, Silvana Jachino, Evi Maltagliati, Giacomo Rondinella, Edda Albertini, Felice Romano, Ciro Berardi, Nando Del Duca, Mario Gallina, Piero Palermini, Alfredo Rizzo, Peppino Spadoro, Giuseppe Varni, Leopoldo Valentini
regia di Michał Waszyński e Vittorio Cottafavi

A Napoli, Stefano, capitano eroe di guerra ora disoccupato, decide di fondare una cooperativa e recuperare un relitto per rimetterlo in sesto. Stefano chiede aiuto dell’armatore Matteo La Spina nonostante la pessima fama dell’uomo e scopre che anche La Spina è interessato al recupero. La cooperativa riesce a rimettere in sesto la Santa Maria grazie al supporto finanziario di un altro armatore e ben presto organizza il viaggio inaugurale per Buenos Aires. Sulla nave s’intrufola una clandestina, Alda, che deve raggiungere il fratello malato in Argentina ma è sprovvista di documenti la ragazza viene scoperta quando il marinaio l’aveva fatta imbarcare viene messo ai ferri costringendo Alda ad uscire dal suo nascondiglio in cerca di cibo. La ragazza riesce a conquistare la simpatia di tutti, soprattutto di Stefano che s’innamora di lei.
Al viaggio inaugurale partecipa anche La Spina con la figlia, da sempre innamorata di Stefano. L’armatore acquista di nascosto le quote dei marinai e stipula una grossa assicurazione perché intende far affondare la nave nel viaggio di ritorno. La figlia, scoperte le intenzioni del padre, torna a bordo per avvisare Stefano ma muore nell’incendio del carico di materiale infiammabile. Stefano è ormai deciso a chiedere la mano di Alda ma un suo giovane marinaio lo batte sul tempo…


Fiamme sul mare


Primo dei tre film realizzati da Vittorio Cottafavi e il regista polacco
Michał Waszyński, Fiamme Sul Mare è un’opera inconcludente che si muove su troppi registri narrativi: brani musicali della tradizione napoletana che sembrano accostarlo al musical, personaggi secondari molto stereotipati in ruoli comici e la trama sentimentale che aspira al melodramma ma non riesce ad appassionare perché i personaggi sono appena abbozzati, soprattutto la figura di Diana La Spina il cui sacrificio lascia piuttosto indifferenti sia gli spettatori, che il protagonista tutto preso da suo amore a senso unico per la giovane Alda che lo ha sempre visto come un padre.
L’unico aspetto interessante del film è il registro neorealista: le immagini quasi documentaristiche del lavoro per risistemare la nave e la vita di bordo, l’ottimo recupero della pellicola restaurata dalla Ripley’s Film permette di godere della magnifica fotografia, soprattutto dei giochi di luce sull’acqua.


Fiammesul mare


Curioso il registro musical-napoletano coniugato con le immagini dal vero della vita marinara, da segnalare tra i protagonisti la presenza del cantante Giacomo Rondinella, stella di film sentimentali anni ’50.
Paradossalmente riescono più convincenti i personaggi minori divertenti nelle loro tipicizzazioni da commedia dell’arte, su tutti spicca la superficiale diva del varietà Dory Jane interpretata da Evi Maltagliati.

Saltburn

GB, 2023
con Barry Keoghan, Jacob Elordi, Rosamund Pike, Carey Mulligan, Archie Madekwe, Richard E. Grant, Reece Shearsmith, Lolly Adefope, Alison Oliver, Sadie Soverall, Paul Rhys, Aleah Aberdeen, Michelle Thomas, Pierre Bergman


Saltburn


Per Oliver Quick, studente middle class ammesso ad Oxford non è facile integrarsi con i compagni di college, rampolli snob dell’alta società. Oliver riesce a conquistare l’amicizia di Felix Catton, uno dei ragazzi più popolari del college e riceve un invito per le vacanze estive a Saltburn, il castello di famiglia dei Catton. Oliver inizia la sua opera di seduzione verso gli altri esponenti della famiglia, soprattutto l’insicura Venetia, la sorella di Felix ma tutto crolla in vista del compleanno di Oliver per cui i Catton organizzano una grande festa: Felix dal canto suo ha preparato una gita a sorpresa a casa dell’amico dove si scopre che il ragazzo ha raccontato un cumulo di menzogne sul proprio passato. La grande festa per il compleanno di Oliver diventerà il suo commiato da Saltburn ma la morte improvvisa di Felix a cui segue il suicidio di Venetia, cambia le cose…


Saltburn  1

Più delle scene scabrose di necrofilia e sesso, dell’ottimo Saltburn mi ha colpito scoprire che la MGM è di proprietà di Amazon, Saltburn incarna comunque i tratti distintivi della più celebre major americana, nota per la sfarzosità degli ambienti e la bellezza carismatica della sua scuderia di attori, e la bravura del fascinoso cast del film è innegabile come l’interesse verso Drayton House, la magione nobiliare del Northamptonshire scelta come location; Drayton House è più di un set cinematografico ma diventa parte integrante della storia, vero oggetto del desiderio, incarnazione di uno status sociale.
Come il grandioso castello di 127 stanze è un coacervo di stili architettonici, anche l’opera seconda di Emerald Fennell è un miscuglio di rimandi cinefili che spaziano tra i vari generi cinematografici e anche televisivi: quante sono le serie teen a partire da Beverly Hills 90210 che iniziano con l’arrivo del protagonista nella scuola più snob con relative difficoltà di adattamento? Da buona millennial la Fennell cita Harry Potter, facendo leggere i romanzi ai protagonisti nei pomeriggi estivi a Saltburn ma soprattuto ricreando l’atmosfera della prima cena a Hogwarts nel primo ingresso di Oliver nel refettorio oxfordiano che fece da scenografia al refettorio della saga.


Saltburn

Il tema portante del film è quello della manipolazione nata dall’invidia sociale tema sviscerato in tante pellicole da Il servo di Losey a Il talento di Mr Ripley passando per Teorema di Pasolini.
La regista conferma la sua bravura mescolando citazioni alte con un’estetica più popolare che rimanda ai classici del cinema gotico, in particolare all’inglese Hammer, casa di produzione cinematografica che ha a lungo dominato il genere determinandone l’estetica a cui si rifà appunto Saltburn che però non dimentica di essere opera figlia dei suoi tempi e penso che la scelta del formato in 4/3 (quadrato) rimandi al formato di Instagram, come vi rimanda l’uso di colori saturi e la composizione della fotografia.


Saltburn

Mi è piaciuto molto il sottofinale, dopo la scoperta delle vere origini di Oliver (paradossalmente una sana vita borghese a cui tutti aspirano è meno interessante di un’infanzia difficile tra droga e abusi familiari) l’amicizia tra Felix e Oliver è irrimediabilmente incrinata e a quel punto possono cadere le maschere (a una festa in maschera!) così Felix indossa due ali da angelo e Oliver corna caprine (ennesimo rimando a un ruolo precedente di Barry Keoghan ne Il sacrificio del cervo sacro).
Svelate le vere nature angelica e diabolica dei protagonisti non è necessario indulgere sulla necessità di eliminare fisicamente chi si frappone tra Oliver e il suo desiderio di restare a Saltburn ovvero Felix e Venetia le cui morti sono troppo puntuali per essere accidentali come ottusamente vogliono credere i genitori. Molto meno chiaro il lasso temporale che riporta Oliver nella vita di Elspeth ai tempi della pandemia: in un film in cui la casualità è sempre costruita, davvero Oliver ritrova la via per Saltburn per puro caso? Io me lo immagino aver perseguito i suoi scopi da lontano e mi sarebbe piaciuto avere sapere qualche retroscena della costruzione del nuovo incontro con lady Catton fresca vedova ma ci sta anche qualche non detto per non distogliere troppo l’attenzione dal legame Felix/Oliver, fulcro del film.