The interpreter

Theinterpreter Silvia lavora all’ONU come interprete, un giorno casualmente ascolta una conversazione dove si progetta l’omicidio del presidente di uno stato africano che a breve dovrebbe parlare alle Nazioni Unite. Dopo qualche titubanza la donna denuncia il fatto alla polizia ma le sue vicende famigliari la pongono tra i possibili sospettati.

Un film che a mio parere non strappa la sufficienza, benche’ alcuni aspetti del film si salvino, giustificando forse il prezzo del biglietto.
Di certo la cosa piu’ interessante e’ l’ambientazione nella sede dell’ONU: com’ e’ ormai noto questa e’ la prima volta che un cineasta ottiene il permesso di girare dentro l’edificio, e la grande sala delle conferenze riesce a emozionare lo spettatore per il valore simbolico del luogo; non manca il riferimento alla politica attuale su cui il peso dell’’organizzazione e’ ormai minimo ed il concetto e’ ben rappresentato dalla lettura dei nomi di vittime di genocidio che riecheggiano negli ambienti vuoti del palazzo di vetro.
Funziona anche il rapporto che si crea tra Silvia e Tobin, l’agente che deve proteggerla: uniti da due diverse sofferenze, entrambe lancinanti; fortunatamente la loro vicinanza non sfocia nella classica love story che avrebbe banalizzato ulteriormente una pellicola dalla trama gia’ traballante.
Purtroppo il thriller non funziona proprio, nonostante su tutto aleggi il fantasma di Hitchcock (o forse proprio per quello) e quando si ricerca il possibile assassino nella sala affollata di persone il pensiero va a L’uomo che sapeva troppo versione 1956.
Nel film di Pollack ci sono troppi personaggi e la trama troppo complessa, spesso perde anche di mordente e di tensione, mandando in confusione lo spettatore.
Un ‘occasione mancata, peccato.