Gioia Mia

Italia 2025
con Marco Fiore, Aurora Quattrocchi, Martina Ziami, Camille Dugay Comencini
regia di Margherita Spampinato

Violetta, la babysitter di Nico si sposa e lascia il lavoro, durante le vacanze estive il bambino viene mandato in Sicilia da Gela, un’anziana parente. L’incontro tra Nico e Gela ha un inizio piuttosto ostico…

Gioia mia è l’opera prima della regista Margherita Spampinato, vincitrice a Locarno 2025 del Premio speciale della giuria Ciné+ e premiata con 2 David di Donatello.

È una storia delicata che riscrive con originalità il film di formazione.
Nico è un ragazzino iperconnesso, con le unghie smaltate che si ritrova, per giunta di malavoglia, in una casa d’altri tempi, senza il wi-fi e l’aria condizionata con una lontana parente piuttosto scorbutica e molto religiosa; in compenso il palazzo pare essere infestato dagli spiriti e nel cortile c’è un gruppo di ragazzini che gioca a pallone con cui Nico è costretto, suo malgrado, a fare amicizia.

La peculiarità del film è che non compaiono gli adulti, a parte Violetta nella scena d’apertura, vediamo solo i bambini e le vecchie nonne eppure in Gioia mia si ritroveranno gli ultra quarantenni per cui le estati erano lunghi periodi nelle case dei nonni o altri parenti, lontani dai genitori con nuovi amici e con nuove regole da seguire.

Estati fatte di noia e insofferenza che però sono quelle che si ricordano con più affetto e sono state le più formative: il film della Spampinato sa riportare quel sapore al tempo presente.

Nonostante qualche scivolone, non mi ha molto soddisfatta la risoluzione del mistero degli spiriti, Gioia mia è un film che indaga con tenerezza un momento di crescita: a modo suo anche Nico vive un lutto dato che la sua tata lascerà l’Italia dopo il matrimonio.

La macchina da presa è rispettosa pur seguendo da vicino i protagonisti di cui svela sentimenti e segreti.
La fotografia che alterna la luce dirompente del sole siciliano all’ombra misteriosa degli interni dell’antico palazzo restituisce pienamente il sapore di certe estati irripetibili.

Cuore sacro

Cuoresacro Italia 2005,
con Barbora Bobulova, Andrea Di Stefano, Lisa Gastoni, Erica Blanc, Camille Dugay Comencini
regia di Ferzan Ozpetek

Irene Ravelli e’ una manager senza scrupoli, disposta a passare sull’amicizia in nome degli affari ed a trasformare lo storico palazzo di famiglia in una serie di mini appartamenti. Il ritorno nella casa che la vide bambina e che divenne la dimora-prigione di una madre a cui fu tolta precocemente, coincide con l’incontro con Benny, una ragazzina di strada che schiudera’ ad Irene le porte su un mondo di sofferenza e poverta’. La morte di Benny portera’ Irene a cambiare la propria vita e a dedicarsi agli altri.

Come nei suoi lavori precedenti, Ozpetek costruisce il film partendo da uno degli assunti classici del melodramma, la soluzione di un segreto che sconvolge la vita della protagonista: se ne Le fate ignoranti la scoperta della doppia vita del marito portava Antonia (Margherita Buy) a confrontarsi con il mondo esterno, ne La finestra di fronte l’incontro con il vecchio pasticciere smemorato insegnava alla protagonista, Giovanna Mezzogiorno, a realizzare se stessa, in Cuore Sacro la riscoperta della figura materna conduce Irene a confrontarsi con la spiritualita’.
E’ un film costruito tutto per antinomie: due case, una fredda ed ipertecnologica dove vive l’Irene manager e un palazzo antico pieno di memorie e fantasmi dove possono avvenire gli incontri piu’ strani, due zie compongono quel che rimane della famiglia di Irene: una avida e d arrivista che spinge la giovane donna nella sua carriera, l’altra internata in una clinica perche’ troppo sensibile per sopravvivere ad una famiglia di squali senza l’aiuto dell’alcol, due misteri, la madre e la ragazzina, vengono a turbare la vita di Irene, divisa tra il desiderio per una madre mai conosciuta e l’istinto materno che l’attrae verso Benny.
Tra reminiscenze pasoliniane (la costruzione dell’abbraccio con il barbone ispirato all’iconografia sacra e soprattutto il viso da angelo sperduto di Benny) ed un parrocco che si chiama Padre Carras come il prete de L’esorcista, risulta impossibile analizzare la pellicola senza citare Europa ‘51 di Roberto Rossellini, a cui Ozpetek ammette di essersi ispirato, tanto da scegliere lo stesso nome per la sua protagonista: entrambe le Irene sono ricche e conducono una vita senza problemi e in entrambi i casi e’ la morte di un figlio (o di una figura che sopperisce all’istinto materno nell’opera del regista turco) a scatenare una crisi che porta la protagonista a donarsi totalmente agli altri.
Se il film di Rossellini si chiudeva con la reclusione in una casa di cura, il metodo piu’ sbrigativo per la famiglia borghese di liberarsi di questa imbarazzante presenza ed accettato di buon grado dal personaggio della Bergaman nel suo delirio salvifico, questa seconda Irene incontra una psicologa comprensiva che non ritiene necessario il suo ricovero: ancora una volta, il lavoro di Ozpetek che riesce a raggiungere in questa pellicola vette di intensita’ mai toccate grazie all’insistenza della macchina da presa sui personaggi e alla bravura di Barbora Bubolova, si perde in una chiusa troppo ottimista e confortante.