Avrei voluto con tutta me stessa diventare fan accanita di American Horror Story ma invece le mie (troppe?) aspettative sono andate miseramente deluse.
Indubbiamente ben girato, con delle ottime atmosfere e soprattutto con una Jessica Lange da urlo, la serie e’ un centone di tutte le situazioni horror che si possono immaginare: la casa infestata, fantasmi, serial killer, mostricci in cantina e piu’ chi ne ha piu’ ne metta. Il guaio e’ che questo minestrone non va mai oltre la superficie, non spaventa e non sorprende proprio per la sensazione di dejà vu anche di precedenti serie di culto: vorrebbe essere il nuovo Twin Peaks ma si limita a riproporre lo stesso stridulo commento musicale di Lost nei momenti topici, e che che momenti poi! Nel primo episodio un colpo di scena dovrebbe essere quando Constance (Jessica Lange) minaccia la cameriera Moira di ucciderla un altra volta. Peccato che siamo in una casa infestata dove chiunque entra senza permesso, la cameriera ha la facolta’ di apparire anziana alle donne di famiglia mentre al marito appare sexy e vogliosa e mi dovrei stupire perche’ si tratta di un fantasma?!?!?
L’idea della cameriera che appare agee’ alla moglie e alla figlia mentre incarna le voglie del marito e’ oggettivamente una bella trovata ma forse la cosa che mi disturba di piu’ in America Horror Story e’ il messaggio che vuole passare. Qualcuno dice che la casa infestata rappresenti la crisi economica che in America si e’ abbattuta soprattutto sulle proprieta’ immobiliari, io purtroppo temo una lettura legata al femminile estremamente sterotipata; del resto nella prima scena la protagonista e’ dal ginecologo che paragona il suo corpo a una casa e la coppia si e’ spostata da Boston a Los Angeles finendo nella casa da incubo (architettonicamente molto brutta, per altro) per sfuggire ai ricordi di un aborto a cui consegue il tradimento del marito con la classica allieva che finira’ a sua volta incinta.
L’horror gioca sempre con le aberrazioni del puritanesimo americano ma la mia impressione e’ che, come il mix di situazioni paurose non scolfisce la superficie, anche la lettura dei rapporti matrimoniali e del ruolo della donna nella serie, segue il piu’ trito modello americano che non avra’ le fissazioni per il corpo della donna che abbiamo in Italia ma non e’ comunque un esempio di liberta’ femminile; in fin dei conti gira tutto attorno alle colpe del marito fedifrago i cui tradimenti innescano la vicenda e sul tema dell’aborto: la casa stessa fu fatta costruire negli anni ’20 da un medico delle dive e visti i feti mostruosi che ancora si conservano nel seminterrato possiamo ben immaginare a cosa dovesse la sua fama questo dottore.
Continuerò a seguire il programma, sempre disposta a ricredermi e soprattutto curiosa di capire chi e’ Tate: le due ipotesi che mi frullano in testa al momento sono che sia il figlio bello di Costance oppure il gemello sopravvissuto dei due che entrano nella casa nell’inizio del primo episodio.
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13 assassini
Il principe Naritsugu, fratello dello Shogun e’ un sadico violento e borioso. I consiglieri dello Shogun si trovano di fronte un delicato problema: fermare l’ascesa politica di Naritsugu senza scontentare il loro signore. Si forma allora un manipolo di 13 valorosi samurai che si assumono la responsabilita’ di eliminare il nobile durante un viaggio. Ma a vegliare sulla sicurezza del principe c’e’ Hanbei, vecchio compagno d’armi di Shinzaemon Shimada, capo degli assassini, che ben presto intuisce il piano ai danni del suo protetto e fara’ di tutto per sventare l’impresa.
Takashi Miike si cimenta con un remake dell’omonimo film del 1963 di Eiichi Kudo, realizzando una pellicola dal gusto molto classico idealmente divisa in due parti, la prima narra le delicate trame politiche che stanno alla base della decisione dell’eliminazione di Naritsugu con flashback molto rapidi che raccontano le perversioni del principe e la costituzione del manipolo di samurai giustizieri. Sicuramente questa e’ la parte che mi ha intrigato di piu’ con ambientazioni in interni molto scuri che ben si adattavano al tono cospiratorio. Anche la violenza in questa prima parte e’ narrata per celazione come dimostra la bella scena iniziale dell’harakiri del samurai che si toglie la vita per protestare contro la crudelta’ del fratello dello Shogun: tutto viene raccontato con la cinepresa fissa sul volto dell’uomo e solo dai movimenti delle spalle intuiamo cosa stia facendo. Miike pero’ non dimentica le sue origini horror e allora ecco l’apparizione tremenda della donna con gli arti e la lingua mutilati che scrive con la bocca il destino toccato ai suoi familiari. Il doloroso cartiglio tornera’ a raccontare il rovesciamento di sorti quando scatta l’astuta trappola di Shimada.
La seconda parte e’ puramente di azione e si dilunga un po’ troppo anche se contiene una perla di cinema come la sequenza in soggettiva di un duello visto da un samurai morente che giace a terra. L’uomo (e noi con lui) segue con apprensione il duello del suo compagno d’armi da un’angolazione insolita. Una soluzione stilistica davvero efficace.
13 assassini non vuole essere il solito film di intrattenimento di cappa e spada: come dice una didascalia in apertura di pellicola, i fatti narrati si svolgono nel 1844, esattamente 100 anni prima delle bombe di Hiroshima e Nagasaki, in un’epoca in cui la civilta’ samurai era gia’ in declino, infatti per i protagonisti piu’ giovani l’attacco al drappello del principe sara’ la sola occasione di un combattimento vero con la spada fuori dai campi di allenamento. Tutto il film e’ percorso dalla tensione che anima i leggendari soldati nipponici, a disagio in tempi di pace e risulta fondamentale la contrapposizione tra l’ideale samurai rappresentato da Shimada che persegue il bene anteponendo gli interessi del popolo ai voleri folli del sovrano e il modello proposto da Hanbei per cui il samurai non si deve interessare delle conseguenze ma avere a cuore solo la volonta’ del proprio signore.
Rango
Un camaleonte con la passione per il cinema vola fuori dal suo terrario durante un trasloco. La bestiola si ritrova spersa nel deserto del Nevada e finisce nella citta’ di Dirt dove grazie alla sua immaginifica fantasia il camaleonte si crea un’identita’ fittizia: e’ Rango, una leggenda del selvaggio West. Rango viene acclamato sceriffo, ma riuscira’ a sventare la crisi idrica che incombe sulla citta’?
La trama non e’ il punto forte del debutto nel cartoon di Gore Verbinski, per certi versi ricorda un po’ Cars ma l’idea del camaleonte non e’ male. Allevato in cattivita’ Rango ha una vita virtuale ma non ha l’occasione di esercitare il proprio mimetismo naturale e in tutta la pellicola lo vedremo cambiare colore solo una volta in una situazione d’emergenza e con esiti improbabili. Arrivato a Dirt (tradotta malamente in italiano in Polvere) il camaleonte ha l’occasione di mimetizzarsi con gli abitanti del posto e quindi si finge un duro del selvaggio West. Insomma la scelta di avere per protagonista un camaleonte in una storia incentrata sulla finzione la trovo molto sottile.
Se il successo del cartone animato contemporaneo si deve al citazionismo cinefilo, in Rango non si teme di spingere la citazione fino in fondo arrivando anche a una visione di Clint Eastwood con poncho spaghetti western dove il mitico straniero senza nome incarna lo spirito del West. West inteso come metafora di vita a contatto con la natura, esistenza dura che rispetta i ritmi di una natura aspra, ben lontana dalle facilitazioni del progresso: dall’altro lato dell’autosrtada sorge Las Vegas, rappresentazione per eccellenza di spreco e indifferenza ai ritmi naturali, quindi anche la morale ecologista non e’ banale e posticcia.
La pellicola sposa bene le due opposte concezioni del deserto (la vita dura e la dimensione psichedelica) ponendo i due estremi sui due lati dell’autostrada con incitazioni a passare spesso dall’altra parte, e nel film non si teme di passare dalla dimensione western a quella piu’ surreale sempre con una forte vena di humor nero.
La vera forza del film pero’ sta nella sgradevolezza dei personaggi: la Pixar ha reso carino anche un ratto di fogna rendendolo compatibile con la linda cucina di un ristorante, Verbinski non indulge troppo neppure verso il suo sgraziato protagonista con quel collo stortignaccolo. Il riferimento potrebbe essere Tim Burton, visto che Borlotta, la lucertola di cui Rango si innamora ricorda vagamente La sposa cadavere. I personaggi secondari sono davvero stupefacenti per l’estro della rappresentazione in particolare la banda di talpoidi orridi e dementi per i continui incesti, chiaro omaggio alle turpi famiglie dei film horror di Tobe Hooper e Rob Zombie.
Nomads
Nomads
USA 1986
con Pierce Brosnan, Lesley-Anne Down
regia di John McTiernan
Los Angeles. Durante un turno di notte in ospedale, la dottoressa Eileen Flax visita un barbone farneticante. Prima di morire l’uomo l’aggredisce e la morde. Si scoprira’ in seguito che la persona scambiata per un barbone era un antropologo di chiara fama, Jean Charles Pommier. Intanto la dottoressa Flax, in conseguenza al morso, comincia a ricordare le ultime esperienze di Pommier..
Nel 1986 John McTiernan (Predator, Caccia a Ottobre rosso) debutta alla regia con questo piccolo cult horror che declina in maniera del tutto originale il tema del vampiro. Essendo un mistery di suggestione e ben poco di sangue, possiamo solo dedurre dal morso che unisce la mente di Eileen a quella di Pommier e dal fatto che i soggetti non impressionino la pellicola fotografica, che la banda violenta e sanguinaria che attira l’attenzione di Pommier sia un’accolita vampiresca. L’elemento gotico e’ in realta’ al servizio di una teoria antropologica ben piu’ intrigante, che le megalopoli, al pari dei deserti, possano ospitare delle colonie di nomadi.
Ben presto Pommier comprende che gli strani personaggi in cui si e’ imbattuto sono degli spiriti maligni attirati da scenari di fatti di sangue (la casa che Pommier ha preso in affitto a L.A. senza sapere che e’ stata teatro di morti violente) esattamente come le entita’ malefiche presenti nelle mitologie delle popolazioni nomadi da lui studiate. Forse pero’ si tratta solo di suggestione, del resto lo stesso Pommier nel suo incipiente delirio, ricorda le parole di un vecchio cacciatore inuit: quando ci si spinge troppo oltre, sul pak come nella vita, si finisce per superare il confine della realta’.
Dopo cinque lustri il film mantiene inalterato tutto il suo fascino, i segni del tempo si rivelano solo nell’uso spinto delle luci blu per gli esterni notturni che fa tanto anni ‘80 e tanto videoclip e a confermare la dimensione musicale troviamo il cameo di Adam Ant nel ruolo di Number One, il capo della banda.
Pierce Brosnan non e’ mai stato cosi’ bello e c’e’ uno strano incrocio nelle carriere dei due protagonisti: Lesley-Anne Down che nei titoli di testa viene prima di Brosnan, aveva avuto un inizio carriera prettamente cinematografico per poi specializzarsi in ruoli televisivi e la possiamo vedere quasi quotidianamente in Beautiful nei panni di Jackie Marone, la madre peperina di Nick. Pierce Brosnan invece aveva alle spalle una carriera squisitamente televisiva e Nomads e’ il suo primo ruolo da protagonista sul grande schermo sul finire della serie di successo Mai dire si’ (Regminton Steele) terminata nel 1987. Ben presto Brosnan avrebbe abbandonato del tutto il mondo della televisione per dedicarsi esclusivamente al cinema vestendo anche i panni del penultimo 007.
Shadow
Kevin, giovane soldato americano appena tornato dall’Iraq, si regala il viaggio che ha sempre sognato nel paradiso per bikers sulle Alpi, il Passo delle Ombre. Qui conosce la bella Angeline, con la stessa passione per le bici; tra i due sta per nascere l’amore ma la coppietta attira le attenzioni malevoli di due cacciatori fuori di testa che passano dalla caccia ai cervi a quella dei bikers. L’inseguimento porta i quattro ad addentrarsi in zone sconosciute del bosco su cui aleggiano fosche leggende..
Federico Zampaglione, ex leader dei Tiromancino, torna dietro la macchina da presa dopo l’esperienza fallimentare di Nero bifamiliare dimostrando di aver ben assimilato le regole del genere horror con la costruzione di una storia carica di tensione che nella valida spiegazione finale si trasforma in un j’accuse contro gli orrori della guerra.
Il regista fa affidamento sui topos classici del genere, dal bosco al casolare isolato dove abita il solito pazzoide sadico, che questa volta si fa ricordare per uno dei volti piu’ inquietanti visti sul grande schermo da tempo immemorabile, quello dell’attore svizzero Nuot Arquint.
Anche lo stile di ripresa dimostra una certa abilita’ passando dai concitati inseguimenti della prima parte della pellicola a soluzioni molto classiche, come l’omicidio fuori campo raccontato attraverso il dettaglio dell’arma e lo spruzzo di sangue sul terreno.
Per l’originalita’ con cui maneggia i diktat dell’horror, Zampaglione si candida a diventare il Rob Zombie italiano, seguendone l’esempio anche nel firmare l’aggressiva colonna sonora del film, ma la vera chicca venata di ironia e’ l’uso del classico La strada nel bosco durante la cattura notturna di Kevin.
Il grande inquisitore
The Witchfinder General
(titolo americano The Conqueror Worm)
GB 1968
con Vincent Price, Rupert Davies, Ian Ogilvy, Hilary Dwyer
regia di Michael Reeves
1645. Nell’Inghilterra squassata dalla guerra civile tra Cromwell e Carlo I, l’inquisitore Matthew Hopkins con l’aiuto dell’ancor piu’ sadico assistente John Stearne, mette a ferro e fuoco i villaggi in cui e’ chiamato, di solito per delazione, torturando e uccidendo presunte streghe e stregoni.
Sara, la nipote di un prete cattolico caduto nelle mani di Hopkins, si offre all’Inquisitore per risparmiare allo zio la morte; quando il perfido Stearne scopre la tresca, violenta Sara distogliendo cosi’ Hopkins dalle sue grazie e condannando a morte il prete. La ragazza e’ pero’ fidanzata con Richard Marshall, soldato di Cromwell che, venuto a conoscenza dei fatti, giura vendetta e, a rischio della diserzione, si getta all’inseguimento dei due uomini..
Il film e’ famoso per essere l’ultima opera compiuta del promettente regista inglese Michael Reeves che mori’ appena venticinquenne nel 1969, per abuso di barbiturici. Viene considerato uno dei migliori horror inglesi di tutti i tempi, ma certamente i dubbi che ancora aleggiano sul presunto suicidio del giovane regista, alimentano il mito.
Dalla pellicola sono quasi assenti l’elemento orrorifico e quello splatter, tendendo a creare un horror d’atmosfera che gioca con i timori ancestrali legati alla tremenda caccia alla streghe che devasto’ il Vecchio e il Nuovo Mondo per secoli. Resta la sensazione di angoscia dovuta alla concezione pessimista di una realta’ dove il male sovrasta e contamina tutto: nel finale Marshall infierisce a lungo con un’ascia sull’inquisitore e maledice il compagno d’armi che finisce l’uomo con un colpo di pistola perche’ gli ha tolto la sua vendetta.
L’opera puo’ deludere i fan di Vincent Price per la sua prova raggelata e contenuta, che pure ha ispirato il personaggio del giudice Frollo ne Il gobbo di Notre Dame targato Disney. E’ noto che l’attore fu imposto dalla casa di produzione ed ebbe un rapporto contrastato con il regista.
In ogni caso il film e’ invecchiato maluccio ma lo sorreggono ancora la perfetta ricostruzione storica e l’ottima fotografia che gioca molto sul contrasto chiaro scuro.
Thriller – Tributo a Michael Jackson
Incubi
Incubi è un viaggio nella paura al cinema e un’occasione unica per riscoprire i classici horror proiettati in pellicola, quei capolavori del genere gotico che sono alla base dell’immaginario del pubblico contemporaneo.
Si parte con Incubi live, un progetto di sonorizzazione musicale dal vivo dedicato a tre capolavori del cinema muto espressionista, che saranno presentati con l’accompagnamento sonoro di musicisti e dj d’eccezione. Un’occasione inedita per far dialogare le immagini che hanno ispirato il cinema di tutti tempi con i nuovi linguaggi artistici e la sensibilità contemporanea.
Il Palazzo delle Esposizioni ha invitato i migliori esponenti della scena musicale romana, tra ricerca e contaminazioni, a ripensare musicalmente le atmosfere allucinate di questi capolavori visionari, che saranno accompagnati dal vivo dalle sperimentazioni di Gianni Music con Pino Pecorelli dell’Orchestra di Piazza Vittorio e il chitarrista inglese Mike Cooper; dal rock noir dei Belladonna, la band rivelazione candidata ai Grammy Awards 2008, che attinge la sua carica emotiva dai racconti di Edgar Allan Poe; infine dalle contaminazioni musicali intense e raffinate di Andrea Pesce, musicista e produttore dei Tiromancino, con alcuni musicisti del Colletivo Angelo Mai.
La rassegna prosegue come un viaggio notturno attraverso la storia del cinema sino a Roger Corman e Mario Bava, tra allucinazioni e mostri da incubo, alla scoperta delle origini del fantastico, inteso come ciò che impaurisce e attrae al tempo stesso, come rappresentazione dello spazio tra l’esperienza reale e il mistero, discesa in quella parte di noi che non riconosciamo, il doppio e l'oscuro dell’essere umano.
Sono gli incubi notturni a raccontarci la strana storia che abbiamo dentro noi, a liberare la nostra realtà profonda e a tradurre in immagini insopportabili la frattura di un mondo diurno che vorremmo stabile. Come sapeva Freud il regno del perturbante nasce dall’attraversamento di linee d’ombra che disturbano la nostra sicurezza, dal mostro che fuoriesce improvvisamente dal quotidiano, come in questi film dove reale e fantastico spesso si fondono, per un viaggio al buio ma guidati dal talento visionario di grandi maestri del cinema.
Il progetto di sonorizzazione musicale Incubi live è in collaborazione con Giovanni Guardi
Programma
18 e 19 novembre, ore 21.00
Il gabinetto del dottor Caligari
di Robert Wiene. Con Werner Krauss, Conrad Veidt. Germania 1920 – v.o. con sottotitoli in italiano (78’)
Incubi live – musicato dal vivo da Gianni Music Trio
Opera espressionistica per eccellenza, capolavoro del muto di straordinaria influenza sul cinema successivo, è il primo film di culto della storia del cinema. Oltre a una forza figurativa claustrofobica, grazie alle scenografie realizzate dagli espressionisti del gruppo "Der Sturm" – con strade a zigzag e prospettive deformate – il film è incredibilmente moderno per l'intersecazione dei suoi livelli di realtà.
Gianni Music Trio, miscela di suoni digitali con strumenti tradizionali, è il progetto sperimentale di Gianni Rosace (dj e producer, fondatore di Half Die Festival e Slow Motion), affiancato per questa creazione musicale originale dal contrabbassista Pino Pecorelli (Orchestra di Piazza Vittorio) e alla chitarra slide da Mike Cooper, figura storica della musica internazionale dagli anni 70 (ha suonato con John Lee Hooker e Howlin’ Wolf).
20 e 21 novembre, ore 21.00
Nosferatu il vampiro
di Friedrich Wilhelm Murnau. Con Max Schreck, Gustav von Wangenheim. Germania 1922 – v.o. con sottotitoli in italiano (84’)
Incubi live – musicato dal vivo da Luana e Dani dei Belladonna con Massimiliano Annibaldi
Capolavoro assoluto del cinema e il più grande film vampiresco di tutti i tempi, rappresenta il punto di svolta dell’espressionismo tedesco, abbandona le scenografie pittoriche per ambientare la vicenda in esterni ed inserisce degli effetti speciali “impressionanti” per l’epoca. Nella sua complessità si presta a diverse letture in chiave psico-sociologica, metafisico-esistenziale, psicoanalitica.
Le proiezioni saranno accompagnate dall’esibizione live di musiche inedite, composte espressamente per questo evento dalla cantante e dal chitarrista dei Belladonna, la band romana che con il suo rock gotico sta conquistando il pubblico italiano ed internazionale: “The Next Big thing” li definisce New Musical Express, la rivista musicale culto per eccellenza; il loro primo album ha avuto più di un milione di ascolti su MySpace e ha ricevuto due Nomination ai Grammy Awards 2008, un’occasione senza precedenti per una band italiana. Li accompagna per questa occasione Massimiliano Annibaldi, compositore e musicista di viola da gamba e theremin.
22 e 23 novembre, ore 21.00
Ombre ammonitrici
di Arthur Robison. Con Alexander Granach, Fritz Kortner, Ruth Weyher. Germania 1923 – v.o. con sottotitoli in italiano (85’)
Incubi live – musicato dal vivo da Andrea Pesce in collaborazione con il Collettivo Angelo Mai
Un piccolo classico del cinema espressionista di grande eleganza, un capolavoro di onirismo denso di erotismo, sadismo e umorismo nero. Invitato in un palazzo a dare uno spettacolo durante un ricevimento, un artista d'ombre cinesi ipnotizza gli spettatori provocando lo scatenarsi delle loro pulsioni rimosse, delle loro fantasie erotiche e aggressive.
Il clima psicologico sospeso del film ha ispirato il commento sonoro eseguito da Andrea Pesce e da alcuni musicisti del Collettivo Angelo Mai: Renato Ciunfrini, Cristiano De Fabritiis, Gabriele Lazzarotti, Fabio Rondanini. Il gruppo rappresenta una delle esperienze musicali più interessanti nate negli ultimi anni, la ricchezza delle sue diverse identità artistiche si rispecchia nella suggestiva varietà di sonorità acustiche ed elettroniche impiegate anche in questo progetto, dove si incrociano sensibilità ed esperienze in una forma di condivisione musicale che non ha oggi eguali nella scena della nuova musica italiana.
25 novembre e 9 dicembre, ore 21.00
Vampyr
di Carl Theodor Dreyer. Con Sybille Schmitz, Julian West. Francia 1932 – v.o. con sottotitoli in italiano (75’)
Capolavoro del cinema fantastico diretto da un maestro di tutti i tempi, un superbo viaggio fra le ombre di un incubo da riscoprire per farsi trasportare in un’altra dimensione. L’incanto del film deriva dalle molte sperimentazioni rispetto al genere orrorifico, come l’ambientazione in esterni alla luce diurna e il prevalere del bianco sul nero. Le invenzioni visive, come la famosa soggettiva dall’interno della bara, creano un’atmosfera incerta e inquietante, dove l’immagine non testimonia mai un mondo reale.
26 novembre e 10 dicembre, ore 21.00
Il bacio della pantera
di Jacques Tourneur. Con Simone Simon, Kent Smith. USA 1943 – v. italiana (73’)
A causa di un'antica leggenda, la bella protagonista è convinta di essere una donna-belva, cioè capace di rivelare il suo fondo ferino dopo un rapporto sessuale. Fonte di ispirazione per molti registi, giocato sagacemente sull'ambiguità tra l'horror e il thriller, con una dimensione fantastica suggerita più che rappresentata, è un classico del cinema fantastico più volte imitato.
27 novembre e 11 dicembre, ore 21.00
La iena – L'uomo di mezzanotte
di Robert Wise. Con Boris Karloff, Bela Lugosi. USA 1945 – v. italiana (77’)
Ispirato al caso vero di un medico che per le sue ricerche si procurava cadaveri nei cimiteri o ricorrendo all'omicidio, è considerato un classico dell'horror per la sobrietà con cui suggerisce invece di mostrare, l'atmosfera inquietante, lo scambio ambiguo tra bene e male.
28 novembre e 12 dicembre, ore 21.00
La donna e il mostro
di George Sherman. Con Erich von Stroheim, Richard Arlen, Vera Ralston. USA 1944 – v. italiana (86’)
È un thriller fantachirurgico carico di fascino, grazie anche a un grande e geniale Eric von Stroheim, strepitoso nel ruolo di uno scienziato che sperimenta il modo per tenere in vita il cervello anche dopo la morte. Il film rinnova il mito di Frankenstein e del filone degli scienziati resi folli dal potere di dare l'immortalità, di andare oltre la morte.
29 novembre e 13 dicembre, ore 21.00
I tre volti della paura (Black Sabbath)
di Mario Bava. Con Boris Karloff, Michèlle Mercier, Italia 1963 (93’)
Mario Bava è un maestro ammirato da molti registi contemporanei come Tim Burton e Quentin Tarantino, qui alle prese con tre racconti che ripercorrono tutte le sfumature del genere horror, dalle classiche ambientazioni gotiche con situazioni claustrofobiche, a tematiche più contemporanee, come la relazione morbosa fra le due protagoniste del primo episodio e la dissacrazione ironica del genere horror nell’incredibile epilogo, affidato a un’icona del terrore, Boris Karloff. Il film ebbe un successo travolgente all'estero dove uscì con il titolo Black Sabbath, da cui il gruppo capeggiato da Ozzy Osbourne ha preso il nome.
30 novembre e 14 dicembre, ore 21.00
Incubi notturni
di Basil Dearden, Charles Crichton, Alberto Cavalcanti, Robert Hamer. Con Mervyn Johns, Roland Culver, Michael Redgrave. Gran Bretagna 1945 – v.o. con sottotitoli in italiano (102’)
Uno dei più celebri film del terrore dell'intera storia del cinema, è una delle prime, più famose e più copiate incursioni nel fantastico del cinema britannico. Un film ad episodi con un racconto cornice: un architetto, chiamato per una consulenza in una villa di campagna, incontra diversi signori che stanno discutendo con uno psicologo freudiano le loro esperienze insolite, tra razionalità e paranormale. Il film affascina per la felice miscela di commedia, melodramma, spavento, orrore, surrealismo e riesce a tenerci inchiodati alla poltrona lasciandoci con la sensazione di qualcosa di sospeso.
2 e 16 dicembre, ore 21.00
Il mulino delle donne di pietra
di Giorgio Ferroni. Con Scilla Gabel, Pierre Brice. Italia, Francia 1960 (100’)
Giorgio Ferroni si segnalò come uno dei primi e più competenti registi horror italiani con questa affascinante rappresentazione macabra, dalla straordinaria atmosfera gotica. Un film ipnotico e malsano su un artista folle e la sua ossessione per la figura femminile, che riproduce nelle statue a grandezza naturale in un carillon-mulino.
3 e 17 dicembre, ore 21.00
L'orribile segreto del dr. Hichcock
di Riccardo Freda. Con Robert Flemyng, Barbara Steele, Montgomery Glenn. Italia 1962 (88’)
Uno dei più celebri horror gotici del cinema italiano, inaugurato dallo stesso Riccardo Freda che, con molto talento e senza ricorso al soprannaturale, affronta la necrofilia, tema raramente trattato dal cinema, puntando sulla suggestione dell'atmosfera e l’interpretazione di Barbara Steele, considerata la regina indiscussa del cinema horror.
4 e 18 dicembre, ore 21.00
Il figlio di Frankenstein
di Rowland V. Lee. Con Basil Rathbone, Boris Karloff, Bela Lugosi. USA 1939 – v. italiana (99’)
È considerato un vero e proprio classico del genere, il terzo film dedicato al barone Frankenstein, grazie alle ambientazioni fantastiche, che rimandano all’espressionismo di Caligari, e all'ottima prova degli attori, da un mitico Rathbone, eccellente Barone Frankestein a Boris Karloff, per l'ultima volta nei panni del mostro, ad uno strepitoso, indimenticabile Bela Lugosi nei panni del viscido Igor.
5 e 19 dicembre, ore 21.00
Frankenstein contro l'uomo lupo
di Roy William Neill. Con Lon Chaney jr, Patric Knowles, Bela Lugosi. USA 1943 – v. italiana (74’)
Sequel sia di Il terrore di Frankenstein che di L'uomo lupo, inaugura la stagione dei cosiddetti "cross-over", quei film dove appaiono due o più mostri classici. Un cult per gli appassionati del genere ricco di ritmo e suspense.
6 e 20 dicembre, ore 21.00
I vivi e i morti
di Roger Corman. Con Vincent Price, Mark Damon, Myrna Fahey. USA 1960 – v. italiana (79’)
Regista assolutamente innovativo sia nella tecnica che nella scrittura, Corman è uno dei grandi padri del genere gotico, il cui stile ha influenzato tutti i registi horror successivi. Tratto dal racconto The Fall of the House of Usher, questo film inaugura la serie dedicata alle opere di Edgar Allan Poe, le cui atmosfere angoscianti e claustrofobiche sono ricreate con una sapienza figurativa straordinaria e cercando l’orrore nella psicologia dei personaggi, grazie alla superba interpretazione di Price.
7 e 21 dicembre, ore 21.00
I maghi del terrore
di Roger Corman. Con Vincent Price, Boris Karloff, Peter Lorre. USA 1963 – v. italiana (86’)
Classico duello tra maghi ispirato a un racconto di Poe, in cui Corman attenua le atmosfere terrificanti dei film precedenti e realizza un’irresistibile capolavoro di umorismo nero, sostenuto dalle interpretazioni istrioniche di tre mostri sacri del cinema horror.
INFO sala Cinema
ingresso scalinata di via Milano 9 A
biglietto: intero € 4,00 – ridotto € 3,00
abbonamento alla rassegna € 25,00
I vampiri
Italia 1956 Titanus
con Gianna Maria Canale, Paul Müller, Carlo D’Angelo, Dario Michaelis, Wandisa Guida, Angiolo Galassi
regia di Riccardo Freda
La storia resta comunque arzigogolata e prevedibile, ispirata alla leggenda della crudele Erzsebet Bathory.
Quello che lascia perplessi e affascinati e’ la strana commistione delle ambientazioni: gli esterni di una Parigi contemporanea alle riprese, filmata con le luci naturali degne di un film della nouvelle vague, cozzano con la ricostruzione del malefico castello dei du Grand dove si assembla tutto il ciarpame della tradizione horror: sotterranei con grate e ragnatele secolari, teschi e scheletri in bella vista, laboratori di scienziati pazzi ecc..
La cosa sconvolgente e’ che questo non e’ il lato nascosto del castello ma la bella Giselle sostiene un interrogatorio dove riesce a convincere la polizia della sua innocenza mentre alle sue spalle svolazzano tende bianche logore, sfilacciate e tarmate.
A dirigere la fotografia del film c’e’ Mario Bava che completa l’atmosfera del castello con lunghe, lugubri ombre di gusto espressionista e poi compie la magia di invecchiare a vista il volto di Gianna Maria Canale.
Rec – la paura in diretta
Una troupe televisiva documenta l’attivita’ di una stazione dei pompieri di Barcellona, sembra una notte tranquilla quando la squadra entra in azione per rispondere alla chiamata per le urla provenienti dall’appartamento di un’anziana signora..
Horror adrenalinico che lascia addosso un’angoscia palpabile per l’allusione al rischio di contagio batteriologico, una delle grandi paure del nostro tempo, purtroppo la spiegazione finale abbassa lievemente il livello del plot, riportandolo a una dimensione puramente gotica anche se il “mostrillo” in questione e’ davvero realistico e disturbante e a casa ho lanciato occhiate inquiete verso la botola del sottotetto.
Si avverte la nota stridente della chiusa perche’ nella pellicola ci sono elementi piu’ realistici che sono poco sviluppati e che invece piu’ approfonditi avrebbero potuto innescare dinamiche molto interessanti, mi riferisco al classico clima di pregiudizi che si crea nelle situazioni di pericolo nelle piccole comunita’ come i condominii, per cui la colpa viene sempre data all’elemento debole e in questo caso erano presenti diversi prototipi di capri espiatori: la vecchia solitaria e gattara, l’animale domestico portatore di malattie, l’extracomunitario, insomma senza dover ricorrere ad un finale surreale il film sarebbe stato in piedi perfettamente e forse avrebbe potuto guadagnarci, ma ribadisco: Rec si fa apprezzare comunque e a differenza di Cloverfield in questo caso si’ che si puo’ discutere di filosofia della visione: la telecamera e’ parte integrante della vicenda e come in ogni esperimento sul campo la presenza dell’osservatore modifica l’ambiente, da qui le reazioni isteriche contro le riprese o il desiderio si ravvivarsi per far bella figura anche in una situazione al limite come quella descritta dal film.