Harvey

USA 1950, Universal
con James Stewart, Josephine Hull, Peggy Dow, Charles Drake, Cecil Kellaway, Victoria Horne, Jesse White, William H. Lynn, Grayce Mills, Wallace Ford, Clem Bevans, Nana Bryant
regia di Henry Koster


Harvey


La vedova Veta Louise Simmons si è trasferita con la figlia zitella Myrtle Mae a casa del fratello Elwood P. Dowd, amabile signore di mezz’età che ha come migliore amico Harvey, un invisibile coniglio bianco alto un metro e ottanta. La signora Simmons sopporta la stranezza del fratello fino a quando Elwood non mette in fuga le signore della buona società presentando il suo amico invisibile. Veda decide di far internare il fratello in una clinica ma viene scambiata per pazza e internata al posto del congiunto dal solerte dottor Sanderson. Per evitare che la donna faccia causa alla clinica, il titolare, il dottor Chumley, si mette sulle tracce di Elwood e rimane molto affascinato dalla figura di Harvey che si rivela essere un pooka, uno spirito della mitologia celtica. Mentre il dottor Chumley finisce per credere all’esistenza di Harvey e chiede a Elwood di lasciarglielo, l’uomo, per compiacere la sorella, è disposto ad accettare una drastica cura che lo riporterà alla realtà ma alla fine Veta preferisce che Elwood resti quello che è e anche Harvey preferisce rimanere con lui piuttosto che col dottor Chumley.



Harvey


Tratto dalla pièce omonima di Mary Chase che le valse il premio Premio Pulitzer per la drammaturgia, nel 1945, Harvey è una bizzarra commedia fantastica che ripropone gli stilemi assurdi delle commedie slapstick anni ’30 per cui in alcuni passaggi potrebbe sembrare fuori tempo massimo, ma la progressiva naturalità con cui viene accettata la presenza del coniglio invisibile anticipa le stranezze a cui ci hanno abituato le commedie indie del XXI secolo e pare che da Harvey discenda l’inquietante coniglio di Donnie Darko per la capacità del pooka di viaggiare nel tempo.



Harvey


Oltre la piacevolezza della pellicola che è rimasta inalterata nel tempo, Harvey si presenta quindi come un interessante trait d’union tra cinema classico e cinema contemporaneo dove sotto le battute svagate pulsano le nevrosi dell’America post bellica: Elwood è un uomo di buona famiglia, destinato a un sicuro successo ma non si è sposato né ha avuto una carriera, nessun avvenimento particolare sembra aver ostacolato la sua vita eppure è chiaro che Elwood ha un grosso problema di alcolismo, e la sua solitudine e il suo senso di inadeguatezza emergono sempre più dai suoi dialoghi.
James Stewart aveva già interpretato il personaggio a teatro con grande successo ma sul grande schermo Elwood non avrebbe potuto essere che lui, anche per un certa rivisitazione acida del suo più grande successo, La vita è meravigliosa di Frank Capra dove la bontà d’animo del protagonista viene ripagata dalla riconoscenza spontanea dei concittadini, in Harvey l’amabilità, financo eccessiva, del protagonista è una difesa dal mondo, la madre di Elwood gli diceva sempre che nella vita bisogna essere o molto astuti o molto amabili, e il protagonista confessa di aver ripiegato sull’amabilità anche se avrebbe preferito l’astuzia: ma quale astuzia più grande di quella di essere sempre amabili? Ci si fa perdonare anche la pazzia…

Dieci piccoli indiani

And Then There Were None
USA 1945
con Barry Fitzgerald, Walter Huston, Louis Hayward, Roland Young, June Duprez, Mischa Auer, C. Aubrey Smith, Judith Anderson, Richard Haydn, Queenie Leonard, Harry Thurston
regia di René Clair

 


Dicecipiccoliindiani

Otto sconosciuti vengono invitati da un tale che non conoscono a trascorrere il weekend in un’isola provata. Ad attenderli ci sono solo una coppia di servitori che a loro volta non hai mai visto il proprietario. A un certo punto della serata il maggiordomo segue le missive ricevute per posta e fa partire una registrazione in cui il misterioso U.N. Owen rivela che il motivo per cui gli invitati si trovano sull’isola è per scontare le loro colpe. subito dopo iniziano gli omicidi fedeli alla macabra filastrocca dei dieci piccoli indiani…

10piccoliindiani

L’ultimo film americano del regista francese René Clair è la prima trasposizione cinematografica del celebre romanzo di Agatha Christie, il finale, adottato anche nelle trasposizioni successive, non è quello originale del libro dove muoiono tutti e il mistero si risolve grazie al ritrovamento una lettera postuma, ma è quello con lieto fino dell’adattamento teatrale realizzato dalla stessa scrittrice.
Il film è l’unica incursione nel giallo del celebre regista, noto per i toni fantastici e surreali delle sue opere, cifra a cui Clair si mantiene fedele anche in questa pellicola con l’uso dei trasparenti che riescono a dare una connotazione irreale all’ambientazione, soprattutto negli esterni.
Il tono è piuttosto leggero, da giallo rosa con una forte caratterizzazione dei personaggi che prevede anche tocchi umoristici e l’ottimo cast supporta con successo l’idea del regista: le occhiate furbesche di Barry Fitzgerald nei panni del giudice Quinncannon, la quasi perenne ubriacatura di Walter Huston ovvero il dott. Armstrong, l’alterigia snob di Emily Brent interpretata da Judith Anderson, la celeberrima signora Danvers, governante di Rebecca la Prima moglie, Misha Auer nei panni dello scroccone russo purtroppo prima vittima del crudele meccanismo che ci toglie subito le sue esilaranti performances. La scena dei vari personaggi che si spiano dai buco della serratura (ingrandito) è degno di una commedia ma più l’azione avanza con la certezza che l’assassino sia tra gli ospiti della villa, più l’atmosfera si fa tesa, puntando sui toni surreali piuttosto che drammatici: notevole l’incontro tra l’ultima sopravissuta e l’assassino per come il regista costruisce la scena mantenendo fino all’ultimo il mistero sull’identità con una serie di immagini dalla valenza profonda.

Profezia di un delitto

Les magiciens
Francia7 Italia, 1976
con Franco Nero, Stefania Sandrelli, Jean Rochefort, Gert Fröbe, Gila Von Weitershausen, Cecile Labussière, Moheddine Mrad, Jalila Baccar
regia di Claude Chabrol



Profezia di un delitto


Il ricco e annoiato Edouard, in vacanza a Djerba fa amicizia col veggente Vestar che si esibisce con numeri di magia nel resort ma vanta poteri paranormali. Quando predice l’aura malevola che circonda una cavallerizza che poco dopo cade malamente da cavallo, Edouard fa disdire la tournee all’indovino e lo paga per seguire gli sviluppi della vicenda. La donna è Sylvia, sposata con un architetto di origini arabe, Sandry, i due, in crisi, sono sull’isola di cui è originario il marito per stare vicino alla madre di lui che sta morendo. Sylvia in realtà non ha mai incontrato la suocera timorosa di ferirla con i suoi modi troppo occidentali. Sandry riprende la relazione con Martine una vecchia fiamma e la spaccia per la moglie quando va visitare la madre. Edouard, accortosi della tresca di Sandry manipola i due coniugi per cercare di far avverare la profezia di Vestar ed effettivamente avviene un delitto…



Profeziadiundelitto


Il film è introdotto da una lunga didascalia sui poteri paranormali e il peso che hanno sull’esistenza dell’uomo, le scritte, lette da una voce off, scorrono su alcuni quadri di Magritte e il film mantiene i riferimenti pittorici soprattutto negli esterni tra deserto e mare che diventano linee astratte come i quadri di Rothko, anche il nitore delle strutture del resort acuiscono il senso surreale del film, che pur essendo un ‘opera minore meriterebbe di essere restaurato proprio per ritrovare pienamente le valenze pittoriche.
Profezia di un delitto non è certo tra i film più memorabili di Chabrol ma presenta le tematiche cardine dell’autore: l’indagine sulla coppia e l’omaggio a Hitchcock: la pellicola è un divertissement sulla previsione del futuro: le visioni di Vestar si sarebbero avverate comunque senza l’intervento di Edouard? L’annoiato milionario arriva anche a chiedere la complicità di una bambina a cui compra uno stock di palloncini rossi da lasciar volare via al suo ordine.



Les magiciens


Lo scavo sulla coppia è come sempre piuttosto crudo: Sylvia e Sandry sono una coppia interraziale: ebbene sì Franco Nero, coi sui occhi azzurri e i suoi capelli biondi interpreta un tunisino che avuto successo in Europa!!! Sylvia è noiosa e infantile e non apprezza per nulla Djerba, luogo natale del marito in cui è costretta a trascorrere tutte le vacanze per dare l’occasione al compagno di rivedere la madre. Quando scopre la tresca del marito tutto il latente razzismo ddlla donna esplode provocando la furia omicida di Sandry che non si sfoga solo sulla moglie ma anche sul veggente colpevole di aver predetto la cruenta fine del suo matrimonio (è solo un mezzo spoiler perché di assassinii Sandry ne compirà solo uno…)

Il principe di Roma

Ilprincipediroma

Italia 2022
Con Marco Giallini, Giulia Bevilacqua, Filippo Timi, Sergio Rubini, Denise Tantucci, Antonio Bannò, Andrea Sartoretti, Liliana Bottone, Giuseppe Battiston, Massimo De Lorenzo
regia di Edoardo Falcone

Bartolomeo Proietti, ex trovatello arricchitosi alle spalle di chi l’ha aiutato e facendo lo strozzino, sta per diventare principe tramite il matrimonio con una giovane di alto lignaggio ma spiantata. I soldi che servono al principe padre per ripagare i propri debiti sono la condicio sine qua non del matrimonio ma il sottoposto del Sor Meo che li aveva in custodia, finisce sulla forca prima di poter rivelare il nascondiglio. Pur di riuscire a recuperarli, Bartolomeo si rivolge a una fattucchiera per mettersi in contatto con lo spirito dell’amico pur essendo avvisato che potrebbe più facilmente incontrare uno dei tanti spiriti inquieti che circolano per le strade di Roma e così avviene: Bartolomeo incontra i fantasmi di tre noti personaggi romani che lo aiutano a ritrovare i denari e soprattutto a redimersi.

Favola natalizia che mescola le atmosfere romanesche con il classico Canto di Natale di Charles Dickens con esiti anche piacevoli.
Se la citazione dickensiana con i tre fantasmi che mostrano il passato, il presente e il futuro è puntuale, gli archetipi cinematografici romaneschi sono più sfumati, sicuramente i film della Roma papalina di Magni e Il Marchese del Grillo, e qualcosa da Fantasmi a Roma di Antonio Pietrangeli.
La ricostruzione storica, soprattutto nei costumi è precisa, mi dispiace quella punta eccessiva di sentimentalismo nel finale con l’incontro con il fantasma materno, deux ex machina dell’avventura di Bartolomeo ma soprattutto ho patito qualsiasi mancanza di atmosfera goticheggiante a cui il film si prestava, anche sospesa e surreale come in Fantasmi a Roma, eppure anche da questo lato non mancavano i classici a cui guardare: din don, din don cento campaaane…

Maschietta

Manhandled
con Gloria Swanson, Tom Moore, Lilyan Tashman, Ian Keith, Arthur Housman, Paul McAllister, Frank Morgan, Pierre Collosse, Marie Shelton, Carrie Scott, Ann Pennington, Brooke Johns, Frank Allworth
regia di Allan Dwan

Maschietta

La commessa Tessie McGuire è fidanzata con il meccanico e inventore Jimmy Hogan che dedica troppo tempo al lavoro nella speranza di far fortuna con una sua invenzione. All’ennesima dimenticanza di un appuntamenti da parte di Jimmy, per ripicca Tessie accetta l’invito a una serata mondana dove viene notata da uno scultore che le chiede di posare come modella. Tornata a casa trova Jimmy ad aspettarla per un saluto perché deve partire al più presto per Chicago per vendere la sua invenzione. Durante l’assenza di Jimmy continua la scalata al bel mondo sempre rifiutando le avances dei ricconi che le propongono un lavoro. Liberatasi dall’ennesimo corteggiatore dalle mani lunghe, Tessie trova Jimmy ad aspettarla ma l’uomo, vedendola tornare scarmigliata e notando i segni di una nuova ricchezza nell’appartamento, crede che Tessie sia diventata una mantenuta e fa per lasciarla ma notando il calendario su cui la ragazza aveva segnato ogni giorno l’avvicinarsi del suo ritorno, su convince della sua innocenza.


Manhandled

Anche chi non la conosce solo per Viale del Tramonto è abituato all’immagine da vamp di Gloria Swanson per cui Maschietta è un film fondamentale per capire la poliedricità della diva del muto che interpreta una commessa sguaiata con tanto di cicca in bocca, un cliché identificativo che possiamo ancora trovare in sitcom contemporanee.
Il ritorno dal lavoro con il viaggio in metropolitana che costa alla nostra protagonista le spropositate ciliegie che ornano il suo cappello a cloche è una vera comica, un film nel film potremmo definirlo.
Anche se poi la pellicola sviluppa temi classici del muto, con tutta una serie di amorazzi ambientati nel bel mondo, l’introduzione dei personaggi personali ci porta in un mondo del tutto diverso, sottolineando la fatica e la povertà della classe operaia con un taglio molto realista.
Come ci spiegano le due pagine di didascalie introduttive, anche se Tessie accetta di entrare nel giro del bel mondo solo per guadagnare e resta sempre fedele all’innamorato lontano, chi gioca col fuoco si brucia ed ecco che i continui contatti con il vacuo bel mondo mettono la reputazione di Tessie a rischio, rischiando di farle perdere anche il grande amore della vita e solo dopo una notte di pianti e preghiere disperate, il dettaglio del calendario restituirà credibilità alla spavalda ma ingenua fanciulla che pensava di poter uscire indenne da certi giri… se non loschi quanto meno molto leggeri!
Fortunatamente la trita morale è relegata solo all’introduzione e al finale nel mezzo possiamo goderci l’abilità della Swanson nell’imitare una principessa russa, giocoso ruolo che diventa poi il suo lavoro in una raffinata sala da tè che ostenta una clientela di classe.
Da notare ancora una volta l’uso creativo delle didascalie: quando una vera fuoriuscita russa si avvicina alla presunta principessa, le sue parole sono presentate da una didascalia in cirillico, ciò permette di identificare subito il personaggio e di mostrare che Tessie non la capisce affatto e si toglierà dall’impaccio mettendosi a piangere mentre un cameriere spiega alla signora russa che la principessa è talmente traumatizzata da non voler più sentire la lingua madre.
Interessante anche la regia di Allan Dwan che trova delle posizioni insolite dall’alto per la comica in metro e utilizza la stessa costruzione scenica a inizio e a fine film con due significati antitetici: quando Jimmy non vuole portare Tessie a divertirsi la ragazza si appoggia alla finestra che riflette la sua immagine sciatta e poi la mdp si apre sul cortile e sbircia dalle finestre le scene di fatica e insofferenza che caratterizzano le vite dei vicini di casa sposati, alla fine del film quando Jimmy lascia la ragazza, Tessie si appoggia nuovamente alla finestra che riflette l’immagine di una donna elegante ma triste perché dalle finestre dei vicini spuntano quadretti di serena vita domestica, sogno che la ragazza sta perdendo.

La cripta e l’incubo

Italia 1964
con Christopher Lee, José Campos, Adriana Ambesi, Carla Calò, Véra Valmont, Pieranna Quaglia, Nela Conju, John Karlsen, José Villasante, Angel Midlin, Cicely Clayton, James Brightman, Billy Curtis
regia di Camillo Mastrocinque



La cripta e l'incubo


Sull’antica casata dei Karnstein grava una terribile maledizione che profetizza la vendicativa reincarnazione di un’antenata, Sheena Karnstein, mandata a morte come strega; il conte Ludwig teme che il destino infausto si sia abbattuto sulla figlia Laura da quando la ragazza fa incubi spaventosi in cui prevede le morti violente dei Karnstein, per risolvere il mistero il conte chiama uno studioso restauratore, Friedrich Klauss, affinché scopra il vero volto di Sheena per vedere se ha le stesse fattezze della figlia che sta scivolando in una melanconica pazzia. Un giorno, al castello viene ospitata Ljuba, in seguito ad un incidente in carrozza e la sua presenza è un balsamo per Laura ma le morti al castello continuano fino a quando il conte e il giovane Friedrich scoprono il vero volto di Sheena…



La criptaielncubo


Camillo Mastrocinque è noto soprattutto per le regie dei film di Totò e di altri comici, da Macario a Rascel, a Noi Duri interpretato da Fred Buscaglione, il regista fece solo due incursioni nel genere horror, o meglio gotico: La Cripta e l’incubo e Un angelo per Satana. Il primo è il più noto anche per la chiara derivazione dal romanzo Carmilla di Le Fanu, primo romanzo ad avere per protagonista una vampira, per giunta venata di lesbismo e la scena in cui Ljuba irrompe nel film riprende fedelmente il romanzo.
Anche le allusioni lesbiche sono presenti nel film che pure non ebbe problemi con la censura, credo che la spiegazione stia nella colonna sonora che ho trovato molto divertente: durante i lunghi e languidi sguardi tra le due protagoniste risuona la musica del theremin il più antico strumento musicale elettronico usato al cinema per sottolineare il sovrannaturale o la presenza di extraterrestri, mi diverte molto il fatto che le vibranti note del theremin sottolineino la natura sovrannaturale di Ljuba e anche il rapporto -permettetemi la brutta espressione- “contro natura” tra le due fanciulle.
Pur non essendoci nessuna scena esplicita, il film di Mastrocinque è considerato l’ispirazione per la trilogia Kernstein della Hammer che tra il 1970 e il 1974 spinse molto sul registro erotico legato alla figura dei vampiri attraverso questo trittico.



La cripta e l'incubo


Un altro debito è sicuramente verso La maschera del Demonio di Bava, da cui deriva la malefica profezia di Sheena sul suo ritorno per vendicarsi dei Karnstein che hanno denunciato le sue pratiche occulte. Del resto il film è molto fedele agli stilemi del gotico italiano basato più su un’eleganza fotografica e compositiva che su scene veramente paurose anche se qualche momento orrorifico c’è, penso soprattutto alla nutrice di Laura Rowena, che vaga per il castello con una perfetta mano di gloria.

Il pranzo di Babette

Babettes gæstebud
Danimarca 1987
con Stéphane Audran, Jean Philippe Lafont, Jarl Kulle, Bodil Kier, Birgitte Federspiel, Vibeke Hastrup, Bibi Andersson, Preben Lerdorff Rye, Ebbe Rode, Hanne Stensgaard, Axel Strobye, Lisbeth Movin
regia di Gabriel Axel


Ilpranzodibabette


Martina e Philippa sono le figlie di un austero pastore protestante alla cui visione religiosa hanno sacrificato la vita anche se in gioventù avrebbero potuto avere amori importanti, Martina con un ufficiale di cavalleria e Philippa, con le sue doti canore avrebbe potuto avere una brillante carriera da cantante se avesse seguito il baritono Achille Papin. E’ lo stesso Papin che dopo trent’anni indirizza presso le due sorelle, Babette Hersant una parigina in fuga dalle violenze che si sono abbattute sulla Francia. Martina e Philippa accolgono Babette che diventa la loro governante. Una quindicina d’anni dopo Babette vince diecimila franchi alla lotteria francese e le due sorelle sono convinte che tornerà in patria ma Babette sorprende tutti chiedendo di poter organizzare un pasto “alla francese” in commemorazione del compleanno del pastore. Al pranzo sono invitati i membri della congrega e a loro si unisce il generale Lowenhielm, il vecchio spasimante di Martine. Le temute gioie della gola si trasformano in una vera festa in grado di appianare rancori e malinconie. Alla fine del banchetto si scopre che Babette era una rinomata cuoca e che ha speso tutta la vincita per poter eseguire ancora una volta la sua arte.

Dall’omonimo racconto di Karen Blixen, il regista Gabriel Axel trae un film pluripremiato, anche con l’Oscar come miglior film straniero nel 1988.
Nella storia delle due sorelle rimaste zitelle nonostante la loro avvenenza e incontri che hanno fatto loro battere il cuore, si cela una critica verso i rigori della religione protestante ma il tema si amplia diventando un inno all’arte, declinata in diverse forme, soprattutto quella materica di Babette, che sa trasformare le vivande in un atto d’amore, che arriva anche a chi lo gusta e così la rinsecchita congrega, vittima dei pregiudizi verso i peccati di gola, riesce addirittura superare i vecchi e stupidi rancori attraverso la convivialità.
Se la joie de vivre è un’arte, notevoli sono anche i riferimenti artistici in particolare al pittore danese della seconda metà dell’Ottocento, Vilhelm Hammershøi che trasforma la luce fredda dei paesi nordici e la solitudine delle figure nei suoi quadri in un grido malinconico, le stesse atmosfere sono presenti soprattutto nella prima parte del film dove la malinconia di aver perso le grandi occasioni della vita è l’atmosfera dominante del film, l’arrivo di Babette e soprattutto il suo pranzo scaldano il cuore dei commensali e anche la fotografia del film.

Luci della città

City Lights
con Charlie Chaplin, Virginia Cherrill, Florence Lee, Harris Myers, Allan Garcia, Hank Mann, Robert Parrish, Jean Harlow, James Donnelly, Victor Alexander, Eddie Baker, Albert Austin, Henry Bergman, John Rand, Stanhope Wheatcroft, Tom Dempsey, Willie Keeler, Eddie McAuliffe, Tony Stabeman, Emmett Wagner, T.S. Alexander, Harry Ayers, Joe Van Meter
regia di CharlieChaplin


Citylights


Charlot s’invaghisce di una bella fioraia cieca e fa di tutto per cercare di soccorrerla: dall’aiutarla a non essere sfrattata con la nonna fino a pagarle l’operazione a Vienna che le può ridare la vista. Ci riesce con l’aiuto di un milionario che lo riconosce solo quando è ubriaco e non si ricorda di lui quando è sobrio, Accusato di aver rubato i soldi che il milionario gli ha donato da brillo, Charlot sconta la sua generosità con un anno di prigione, appena uscito va a cercare la fioraia e la trova a pochi metri dal suo vecchio posto: ora ha riacquistato la vista e gestisce un elegante negozio di fiori, la ragazza fa la carità a Charlot e toccandogli la mano riconosce il suo benefattore.

Il più noto e più celebre tra i capolavori di Charlie Chaplin, frutto di una lavorazione complessa durata tre anni con un girato lunghissimo, licenziamenti -anche della protagonista Virginia Cherrill- ciack rifatti centinaia di volte per trovare le soluzioni ideali, il perfezionismo di Chaplin fu premiato dal grande successo della prima a cui partecipò anche Albert Einstein.
Il successo del film non era scontato perché nel frattempo era esploso il cinema sonoro, a cui Chaplin si rifiutò di cedere per tutti gli anni ’30 e in Luci della città non esita a prendere in giro la nuova tecnica: nella scena iniziale dell’inaugurazione della statua, i discorsi dell’autorità sono parodiati dai suoni dei kazoos, e il collega di lavoro che inizia a inveire contro Charlot nella pausa pranzo produce vacue bolle di sapone.
Seppur critico verso il sonoro, Chaplin è attento alle novità stilistiche dei primi anni ’30 come la nascita dei gangster movie di cui ricostruisce l’atmosfera e le luci cupe nella sequenza della fuga dopo esser stato accusato di aver derubato il milionario.
Oltre che per la toccante storia d’amore con, o meglio per, la fioraia, Luci della città è importante anche per la critica sociale che emerge fin dalla prima scena: tra le braccia del gruppo marmoreo dedicato alla Pace e alla Prosperità dorme un barbone che con la sola presenza mette in ridicolo la pomposa cerimonia inaugurale tenuta dalle autorità cittadine. La città fantasiosa ricostruita nel film, misto di esterni reali e quartieri ricostruiti in studio è lo scenario dove ricchi e poveri si sfiorano senza toccarsi, senza vedersi presi dal loro tran tran quotidiano. L’incontro può avvenire solo lontano dalle LUCI della città: nel buio della cecità della fioraia o nel buio della notte dove il nevrotico milionario in preda ai fumi dell’alcol può essere amico del barbone che lo ha casualmente salvato dai suoi propositi di suicidio, ed è ancora paradossale che sia un vagabondo a illustrare le gioie della vita a un uomo che ha tutto.
Il fulcro del film è la scena finale dove finalmente la fioraia riconosce il suo benefattore, dopo averne riso per gli scherzi inflittigli dagli strilloni: la ragazza ha sempre immaginato di esser stata aiutata da un ricco milionario e nonostante la riconoscenza non può celare una certa delusione, ma ad esser veramente commovente è la ritrosia e la vergogna di Charlot per essersi spacciato per un milionario, dimentico della sua buona azione anche se il sorriso e l’inizio del dialogo tra i due su cui si chiude il film, è di buon auspicio per il futuro.

Terrore sul Mar Nero

Journey into Fear
USA 1943 RKO
con Joseph Cotten, Dolores Del Rio, Ruth Warrick, Agnes Moorehead, Jack Durant, Everett Sloane, Eustace Wyatt, Frank Readick, Edgar Barrier, Orson Welles, Jack Moss, Richard Bennett
regia di Norman Foster


Terrore sulmarnero


L’ingegnere americano Howard Graham, con moglie al seguito, è in missione tra la Turchia e la Russia per effettuare vendite di armi. Ad Istanbul viene portato in un nightclub da Kopeikin, l’impiegato turco della sua azienda. Coinvolto in un gioco di magia, Graham si salva fortunosamente da un tentativo di omicidio in cui muore l’illusionista. Il colonnello Haki costringe l’americano a cambiare i suoi progetti e a proseguire il suo viaggio verso il porto di Batumi su un vecchio piroscafo dove ritrova la ballerina Josette Martel, stella del night dove ha subito il tentativo di omicidio ma sulla nave ci sono anche il killer e il suo mandante nazista che hanno intenzione di fermare Graham. Non riuscendo ad eliminare l’ingegnere, Muller decide di farlo internare in un sanatorio per qualche settimana, pur di bloccare la compravendita di armi e dare un vantaggio ai nazisti ma Graham riesce a sfuggire un’altra volta e a raggiungere la moglie in hotel ma i due nazisti l’hanno preceduto…



Journeyinto fear


Al terzo film, i rapporti sempre complicati di Orson Welles con le major esplodono: quella che doveva essere la sua terza regia vede la quasi completa estromissione del regista sostituito da Norman Foster, non gli viene neppure accreditata la partecipazione alla stesura della sceneggiatura e soprattutto il film subisce grossi tagli durante il montaggio che comporta un taglio di una ventina di minuti passando dai previsti 92 minuti ai 69′ della versione ufficiale. non viene accreditato neppure il ruolo del produttore, anche se gran parte del cast arriva dalla compagnia del Mercury Theatre fondata da Welles. La protagonista femminile è Dolores Del Rio, esotica stella della cinematografia americana anni ’30 all’epoca legata al regista; Terrore sul Mar Nero fu il suo ultimo film americano prima di tornare in patria e consolidare la sua immagine di icona cinematografica nazionale.
A Welles è riconosciuta la paternità della scena che precede i titoli di testa e che introduce il personaggio dello sgradevole killer Banat sulle note di un disco gracchiante e stonato al grammofono, lo stile inconfondibile del regista permea comunque gran parte dell’opera: i forti chiaroscuri, le angolazioni inusuali delle riprese, il piano sequenza nel piroscafo, ambiente claustrofobico in cui il protagonista tenta di sfuggire al proprio destino fino all’inseguimento finale sotto la pioggia scosciante tra le finestre dell’ultimo piano dell’hotel che costarono la brutta caduta di uno stuntman.
Al di là delle complesse vicende legate alla produzione, Terrore sul Mar Nero resta un film piacevole, una pellicola di spionaggio che riprende alcune tematiche tipiche dei film anni ’30 con un gruppo eterogeneo di personaggi costretti a interagire in un luogo chiuso, da Shangai Express a Ombre rosse, tanto per citare due film cult.
Non mancano i tocchi ironici nei personaggi minori (il marito di Agnes Moorehead che diventa socialista solo per infastidire la moglie megera, lo stesso Welles che costruisce il personaggio del colonnello Haki sulla figura di Stalin) e nelle situazioni, vedi il coltellino multiuso e la punta dell’ombrello che si rivelano armi più efficaci di quanto appaiano inizialmente.
La storia è rievocata sotto forma di lettera in cui Graham cerca di raccontare alla moglie i fatti successi sul piroscafo, giustificando il suo rapporto con la seducente Josette come puramente amicale, la lettera nel finale viene stracciata prima di essere consegnata: il suo ruolo nell’economia narrativa del film si è concluso e la mancata consegna si allinea alla tematica wellesiana dell’impossibilità di conoscere a fondo un’individuo, il tema base di Quarto Potere si adatta perfettamente alla spy story dove tutti sono diversi da quel che appaiono.

Le tombe dei resuscitati ciechi

La noche del terror ciego
Spagna 1972
con César Burner, María Elena Arpón, José Thelman, Lone Fleming, Rufino Inglés, Verónica Llimerá, Simón Arriaga, Francisco Sanz, Juan Cortés, Andrés Isbert, Antonio Orengo, José Camoiras, María Silva, Carmen Yazalde
regia di Amando De Ossorio


Letombe deiresuscitaticiechi


Due amiche dei tempi del liceo si rincontrano casualmente dopo anni, in vacanza. Virginia è col fidanzato Roger che invita Betty a unirsi a loro in una gita su un treno a vapore. Virginia un po’ per gelosia e un po’ per vergogna per l’amore lesbo con l’ex compagna di scuola decide di scendere dal treno in aperta campagna. Raggiunge una vecchia abbazia diroccata dove decide di passare la notte, non immaginando che il luogo sia infestato da una congrega di templari scomunicati che resuscitano ogni notte per ripetere i loro riti satanici. Il giorno dopo Virginia viene ritrovata cadavere, Betty e Roger indagano sul mistero della sua morte e scoprono la leggenda dei templari ciechi, mentre Virginia resuscita a sua volta e uccide fino a quando non finisce divorata dalle fiamme. Roger e Betty sono più propensi a credere che gli omicidi attorno al villaggio abbandonato siano opera di una banda di contrabbandieri che sfrutta la leggenda per tenere lontane le persone dalla zona dei loro traffici, Roger decide quindi di sfidare il capobanda Pedro e così Betty, Roger, Pedro e la sua amante trascorrono la notte nell’abbazia finendo vittime dei resuscitati ciechi, si salva solo Betty perché il fuochista ferma il treno a vapore per salvarla ma ne seguirà una strage…



Le tombe dei resuscitaticiechi


Amando de Ossorio viene considerato il maestro dell’horror iberico grazie all’invenzione dei resuscitati ciechi, una congrega di templari che si sono votati al demonio e per questo sono stati scomunicati e uccisi dopo essere stati accecati, le pratiche immonde di vampirismo che vediamo in apertura del film, li hanno resi immortali per cui ogni notte i templari resuscitano e cercano di replicare i loro riti sui malcapitati che incontrano, le vittime terrorizzate dal vedere gli scheletrici esseri non possono fare a meno di urlare e così i monaci li individuano facilmente pur essendo ciechi.



Letombedeiresuscitaticiechi


Il regista ambienta parte delle gesta dei resuscitati ciechi in veri monasteri gotici che ben suppliscono alla mediocrità degli effetti speciali degli avelli che si scoperchiano, la vera genialata è però quella di usare un rallenti esasperato che rende indimenticabile la cavalcata dei templari, facendo passare in secondo piano la debole trama che non sa bene dove andare: l’inizio che punta sul presunto triangolo tra i protagonisti, la figura del lavorante all’obitorio un po’ sadico e un po’ necrofilo, prima vittima della resuscitata Virginia; i buchi di sceneggiatura dei cavalli in carne ed ossa a perenne disposizione dei morti viventi senza una plausibile spiegazione e l’evidente derivazione del film da La notte dei morti viventi di George Romero a cui s’ispira l’inopinata invasione finale del treno da parte dei resuscitati ciechi: non sempre le buone azioni pagano.
Il film ebbe tre sequel tra il 1973 e il 1975.