La ragazza che sapeva troppo (2016)

The Girl with All the Gifts
GB 2016, Netflix
con Gemma Arterton, Glenn Close, Sennia Nanua, Paddy Considine, Anamaria Marinca, Dominique Tipper, Fisayo Akinade
regia di Colm McCarthy


The Girl with All the Gifts


Una terribile infezione fungina trasforma le masse in zombie famelici, i pochi sopravvissuti al contagio vivono in campi di sicurezza protetti dall’esercito nella speranza che presto si trovi un vaccino all’infezione. La ricerca della cura si effettua sui famelici di seconda generazione: bambini che nonostante la presenza del fungo nel loro cervello sono riusciti a mantenere le capacità intellettive, in pratica degli ibridi tra umani sani ed infetti. In uno di questi centri vive Melanie, una ragazzina molto sveglia che per la sua innata gentilezza si attira le simpatie della maestra Justineau che la tratta con umanità. Il centro è diretto dalla dottoressa Caldwell che vede nei bambini solo delle cavie per portare a termine le sue ricerche. Il giorno in cui dovrebbe dissezionare il cervello di Melanie, il centro cade sotto l’invasione dei famelici, riescono a fuggire la dottoressa Cadwell con alcuni soldati di protezione e la maestra Justineau che si porta dietro anche Melanie che l’ha salvato durante gli scontri con i famelici. La presenza della ragazzina è guardata con sospetto dagli altri membri ma Melanie sa rendersi utile e farsi ben volere…



Thegirlwithallthegifts


Non ho mai avuto particolare simpatia per gli zombie: vedo quotidianamente gli esiti delle azioni di una massa di gente senza cervello che non sento la necessità di seguirne le avventure sul grande schermo, confesso di non aver visto nemmeno Walking Dead.
Fatta questa doverosa premessa devo dire che La ragazza che sapeva troppo mi è piaciuto, molto meno la fantasia dei titolisti italiani che hanno ripiegato sul titolo di un film di Bava del 1963 che non ha nulla a che spartire con la tematica del film Netflix.
Il titolo originale che in italiano suona (bene) “La ragazza che aveva tutti i doni” fa riferimento al mito di Pandora, una storia molto amata da Melanie. L’attenzione forse non dovrebbe essere posta sulla scatola affidata alla donna che conteneva tutti i mali del mondo che Pandora si fa sfuggire per curiosità, trovando sul fondo la speranza: di speranza non ce n’è molta nel finale del film, caso mai un rovesciamento delle parti piuttosto sardonico. Il punto da tener presente del mito di Pandora è che si tratta della prima mortale, quindi la prima della sua specie, senza far troppo spoiler questa considerazione giustifica i comportamenti della ragazzina nel finale senza farli apparire un plot twist troppo azzardato.
LaragazzachesapevatroppoLa particolarità del film è quella di tenere il tema degli zombie sullo sfondo, il tema cardine è il rapporto tra “speci” diverse: Melanie è una mutante in bilico tra due razze, la curiosità e la simpatia innata ne fanno un’adorabile ragazzina in contrasto con gli aspetti violenti della sua natura dovuti alla simbiosi con il fungo. Della razza puramente umana Melanie ha anche il bisogno di affetto materno e forse uno dei momenti più belli del film è la carezza sulla testa della maestra Justineau a cui fa seguito la scena che illustra la vera natura dei bambini rimasta fino a quel punto sconosciuta allo spettatore.
Melanie sembra preferire la razza umana ai suoi simili anche se è spesso discriminata ma quando troverà altri famelici di seconda generazione saprà scegliere in piena coscienza da che parte stare.
E’ interessante l’attenzione per tutti i punti di vista: anche la Cadwell ha le sue ragioni nel vedere nell’adorabile mutante solo una cavia, ultimo tassello da sacrificare per debellare una terribile pandemia; Helen Justineau è solo una maestra molto empatica che si trova coinvolta suo malgrado in eventi molto più grandi di lei.
Ottimo il cast dove spicca la debuttante Sennia Nanua nel ruolo di Melanie; buona la messa in scena di una metropoli abbandonata ormai riconquistata dalla natura: il grande albero fungino avvolto attorno alla torre è di grande impatto e ricorda le grandi radici che avviluppano il sito archeologico di Angkor, consolidando l’idea di una civiltà tramontata.

Mank

USA 1020, Netflix
con Gary Oldman, Amanda Seyfried, Lily Collins, Arliss Howard, Tom Pelphrey, Sam Troughton, Tuppence Middleton, Tom Burke, Joseph Cross, Ferdinand Kingsley, Jamie McShane, Toby Leonard Moore, Monika Gossmann, Charles Dance
regia di David Fincher


Mank


1940: la RKO affida al giovane genio della radio e del teatro, Orson Welles, l’opportunità di girare un film in totale libertà, il giovane regista si affida per la sceneggiatura a Herman J. Mankiewicz, brillante soggettista con l’irrefrenabile passione pe l’alcol. Mankiewicz, detto Mank, scrisse la sceneggiatura di Quarto Potere da infermo, con una gamba fratturata a seguito di un incidente d’auto. Relegato nel deserto del Mojave con un’infermiera, la segretaria e la presenza di John Houseman, braccio destro dell’impegnatissimo giovane genio, a controllarlo. Il copione ha per protagonista Charles Foster Kane, magnate della carta stampata che ha molte analogie con William Randolph Hearst, di cui Mank fu per lungo tempo amico, soprattutto grazie all’affinità elettiva con Marion Davies, l’attrice amante ufficiale di Hearst. Terminata la sceneggiatura e conscio del suo valore, Mank si batterà con Welles per mantenere il nome sullo script che vincerà l’oscar nel 1942.



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Il primo maggio 1941, cinque giorni prima del 26° compleanno di Orson Welles ci fu la prima assoluta di Quarto Potere, film che ancora oggi viene considerato il più bello di sempre o al massimo tra i film più belli di sempre; il sessantesimo anniversario della celebre pellicola viene allietato dall’uscita di Mank il biopic che David Fincher dedica allo sceneggiatore e che sicuramente farà incetta di Oscar alla Notte degli Oscar del 25 aprile.
Il film nasce da una sceneggiatura del padre di David Fincher, Jack che il figlio voleva portare sul grande schermo fin dagli inizi della sua carriera ma negli anni ’90 un film in bianco e nero era praticamente improponibile e solo oggi, grazie alla disponibilità di Netflix, il regista è riuscito a realizzare l’opera secondo i suoi desideri.



Mank


Mank è molte cose: uno spaccato quasi perfetto della Hollywood anni’30 di cui ha il merito di far rivivere i tycoon da Louis B. Mayer al suo pupillo Irving Thalberg, scomparso a soli 37 anni di polmonite. L’elite hollywoodiana si ritrova alla corte del magnate dell’editoria W.R.Hearst che ha per amante ufficiale Marion Davis, un’attrice del muto che passa senza problemi la transizione al sonoro, un grande talento per la commedia ma il potente compagno la preferiva in ruoli drammatici impedendole così di diventare una stella di prima grandezza.
Mankiewicz fu per lungo tempo un invitato di Hearst che ne apprezzava le battute fulminanti ma l’alcolismo molesto finì per farlo allontanare come finì per rovinargli la carriera.
Il lato più metacinematografico è certamente quello sulla lavorazione del film più famoso della storia del cinema, Quarto potere il capolavoro di Orson Welles, Fincher ne ripropone lo stile nei campi lunghi e nelle inquadrature con il soffitto e indaga anche i diversi pesi tra gli autori di un’opera filmica con lo sceneggiatore che si batte perché anche il suo nome compaia tra gli autori della sceneggiatura.



Mank


Il lato più interessante, e quello che ha fatto riprendere a Fincher il progetto accantonato da tempo, è il parallelo tra la strumentalizzazione mediatica degli anni ’30 e quella odierna. Il film si prende certe libertà nel dire che le manovre degli studios spinsero Mank ad allontanarsi dall’élite hollywoodiana e il personaggio del regista suicida per aver montato falsi cinegiornali è inventata, resta il fatto che quei cinegiornali furono creati ad arte e portarono alla vittoria del candidato repubblicano alla carica di Governatore della California a discapito del democratico Upton Sinclair: le fake news esistono da tempo, probabilmente immemore e non è per nulla consolante

Anima persa

Italia, 1977
con Vittorio Gassman, Catherine Deneuve, Danilo Mattei, Anicée Alvina, Ester Carloni, Gino Cavalieri, Michele Capnist, Aristide Caporale
regia di Dino Risi



Anima persa


Il diciannovenne Tino Zanetti vuole studiare pittura e si trasferisce dalla provincia a Venezia, ospitato dagli zii che vivono in una grande casa in decadimento. Lo zio Fabio è arcigno e severo anche con la moglie, la molto più giovane Elisa. Ben presto Tino si accorge di strani rumori e la cameriera Annetta gli rivela che al piano superiore vive recluso, Alberto, fratello pazzo di Fabio. Le confidenze dei due zii però rivelano a Tino una realtà ancora più inquietante…


Animapersa


Il film è tratto dal romanzo di Giovanni Arpino, Un’anima persa che non approvò la trasposizione cinematografica.
L’opera, considerata minore, rimane relegata nella filmografia del regista anche per il tema scabroso trattato, la pedofilia: il rapporto perverso che lega Elisa e Fabio li porta a inventarsi una realtà fittizia fatta di morti e fratelli immaginari per giustificare la scomparsa di un sentimento svanito con la normale crescita della bambina. Uno sguardo inquietante e a suo modo pietoso su uno degli abissi più orridi della follia umana.
E’ interessante lo sviluppo del film che parte da un topos classico del genere gotico, la porta chiusa dietro cui si celano i più oscuri segreti di famiglia e il divieto assoluto di varcarla, veto che ovviamente scatena l’irrefrenabile curiosità.



Anima-persa


Torna anche il rapporto de Il sorpasso: il giovane timido e senza esperienza affascinato suo malgrado da un adulto sicuro e saccente, se Bruno Cortona era l’apoteosi dell’ignoranza e della gaglioffaggine,  Fabio Stolz nasconde i suoi demoni dietro una facciata irreprensibile di conformismo -la tirata contro i cappelloni compagni del corso d’arte del nipote- e cultura: le continue citazioni letterarie, soprattutto in tedesco. Il doppio ruolo di Fabio e Alberto permette a Gassman di sfruttare tutto il suo grande talento di mattatore e Risi riesce a tenere a bada l’estro dell’attore mettendolo al servizio del film.
Se il giovane de Il Sorpasso ci lasciava la pelle, Tino si salva grazie alla fuga finale e all’amicizia con Lucia, la modella che posa al suo corso. La ragazza diventa sua confidente e lo aiuta nelle ricerche della tomba di Beba, la bambina morta, presunta figlia di Elisa.
Anima persa ha anche elementi thriller, piccoli indizi disseminati qua e là che lasciano intuire il legame malsano dei due coniugi: la voce infantile con cui Elisa si esibisce nel fatiscente teatro del palazzo, i continui riferimenti alle piante di Fabio, ingegnere, quando dovrebbe essere Alberto lo studioso di scienze naturali.



Animapersa


Venezia è l’ambientazione ideale per la vicenda: la bellezza decadente, le acque limacciose e piene di immondizie, la galleria di personaggi bislacchi sottolineano l’atmosfera putrescente e morbosa del film.

Sangue blu

Kind Hearts and Coronets
GB 1949, Ealing Studios
con Dennis Price, Valerie Hobson, Alec Guinness, Audrey Fildes, John Penrose, Cecil Ramage, Miles Malleson, Clive Morton
regia di Robert Hamer


Sangue blu


Nell’Inghilterra edoardiana, Louis Mazzini figlio di una giovane duchessa fuggita con un cantante spagnolo morto alla nascita del figlioletto, viene allevato dalla madre nella povertà ma anche nel mito della casata dei duchi di Chalfont che hanno la peculiarità di poter trasmettere il titolo anche per via femminile. Quando i D’Ascoyne negano anche il diritto di sepoltura nella cappella di famiglia alla madre, Louis decide di eliminare tutti i parenti per ereditare il titolo. Il piano incredibilmente riesce ma Louis s’innamora di Edith, la vedova di una sua vittima e decide di sposarla facendo infuriare la sua amante, Sibilla che fa incriminare Louis per la morte del marito che in realtà si è suicidato. Sibilla ricatta Louis dicendo che lo salverà dalla pena capitale se si libererà di Edith per sposare lei, Louis accetta e viene graziato poco prima di essere impiccato. Purtroppo nella notte ha scritto le sue memorie che sono rimaste incustodite nella sua cella.



Kindhearts andcoronets


Un’esilarante commedia nera che si fa beffe delle distinzioni sociali inglesi: il titolo fa riferimento al detto che vale più la nobiltà d’animo che quella titolata ed in effetti i D’Ascoyne sono davvero spietati con la parente che con la sua fuga ha disonorato il casato e non mostrano mai nessuna pietà nei suoi confronti, nessun aiuto economico o interesse per la carriera del figlio fino al rifiuto di seppellirla nella cappella di famiglia che scatena le ire del giovane Louis che fino a quel momento aveva accettato con rassegnazione la sua condizione.
Solo il vecchio banchiere, padre della prima vittima di Louis si dimostra generoso nei confronti del parente e infatti il giovane lo risparmia ma il lord è così anziano e malandato che l’emozione di essere il nuovo Duca di Chalfont gli è fatale.
Tutti gli omicidi su cui si dilunga il film mettono in mostra in realtà i difetti della classe nobiliare: la prima vittima è un libertino, il secondo, marito di Edith, è un beone, l’ammiraglio è un incapace che affonda con la sua nave dopo aver sbagliato una manovra, fatto ispirato a un vero incidente marittimo, il duca di Chalfont è un insensibile e usa ancora modi feudali con i cacciatori di frodo facendoli frustare dopo averli catturati con le tagliole (che gli saranno fatali). Caratteristica del film è che tutti gli otto D’Ascoyne sono interpretati da uno spettacolare Alec Guinnes, il ruolo più divertente è quello di Lady Agatha D’Ascoyne, suffragetta spesso in galera per il suo spirito ribelle, viene abbattuta da una freccia da Louis mentre festeggia la ritrovata libertà sorvolando Londra con una mongolfiera.
A rovinare i piani di Louis però è l’amore, prima quello per Sibilla, il suo primo amore e quindi non di nobili origini. La ragazza gli preferisce Lionello che ha maggiori prospettive economiche di Louis ed è proprio nel rifiuto della proposta matrimoniale che Louis rivela la sua remota possibilità di diventare duca. La relazione con Sibilla continua anche dopo il matrimonio di lei e la donna non ci mette molto a capire che la rapida avanzata di Louis verso il titolo è frutto dell’omicidio quindi spera di condividere il risultato ma Louis, non dissimile dai suoi parenti, trova che la bella e raffinata Edith sia più adatta al ruolo di duchessa.
La donna di basse origini che ricatta l’uomo di classe superiore per farsi impalmare è un topos classico della cinematografia e mentre lo spettatore è col fiato sospeso sulla scelta di Louis appena uscito di galera, arriva il povero cronista che chiede al duca le sue memorie ricordando al protagonista e al lettore che ha appreso la vicenda di Louis Mazzini come flash back durante la stesura, che la confessione di tutti i misfatti giace sul tavolo della cella alla mercé di chiunque voglia leggerla.

Il grande amore

The Old Maid
USA 1939 Warner Bros
con Bette Davis, Miriam Hopkins, George Brent, Donald Crisp, Jane Bryan, Louise Fazenda, James Stephenson, Jerome Cowan, William Lundigan, Cecilia Loftus, Rand Brooks, Sidney Bracey
regia di Edmund Goulding


Ilgrandeamore


1860: il giorno delle nozze di Delia Lovell con il banchiere Jim Ralston, torna in città Clem Spender, ex fidanzato di Delia di cui la ragazza non aveva più avuto notizie da due anni. La aiuta la cugina Carlotta che si reca alla stazione per informare Clem delle nozze imminenti e della preghiera di Delia di non fare scenate. Carlotta però è da sempre innamorata da Clem e gli resta vicina nella delusione. Poco dopo Clem parte per la guerra e muore sul campo di battaglia. Carlotta, che è rimasta incinta mette su un asilo per gli orfani di guerra e nasconde la figlia illegittima, Tina, tra gli altri orfani. Il cognato di Delia, Joe Ralston è da sempre innamorato di Carlotta e finalmente i due stanno per convolare a nozze ma sia la famiglia della ragazza che i Ralston spingono perché smetta di di occuparsi attivamente dell’orfanatrofio. Il giorno delle nozze Carlotta rivela a Delia il motivo per cui non può abbandonare la sua atività benefica: la piccola Tina è sua figlia, l’iniziale comprensione della cugina si trasforma in gelosia quando scopre che è figlia di Clem, l’uomo di cui è sempre stata innamorata. Con la scusa della salute precaria di Carlotta, Delia annulla le nozze. Poco dopo Delia resta vedova e chiede a Carlotta di trasferirsi da lei con la bambina. La piccola Tina nutre da subito un grande affetto per Delia e spontaneamente la chiama mamma e come i figli della donna si rivolge a Carlotta chiamandola zia. Per amore della figlia Carlotta si sacrifica a passare per la zia zitella e severa arrivando a lasciare che Tina venga adottata da Delia per avere una degna posizione e sposare il ricco rampollo di cui è innamorata.



Il grande amore


Tratto da un adattamento teatrale di una novella di Edith Wharton, Il grande amore è un solido melodramma di quelli che all’epoca venivano definiti women’s picture, storie al femminile destinati a un pubblico prettamente femminile: Bette Davis fu una grande protagonista del genere che le permetteva di esprimere tutta la sua ampia gamma drammatica.
In questo film è ancora una volta protagonista di una grande trasformazione: la bella e volitiva ragazza che sacrifica la virtù per amore di un uomo per sapendo che è innamorato di un’altra diventa una zitella arcigna e severa segnata dalle delusioni della vita.
Dopo aver anticipato l’uscita di Via col Vento nel 1938 con il film ambientato durante la guerra civile La figlia del Vento, l’attrice torna nell’anno del successo del kolossal a girare una vicenda ambientata nuovamente nello stesso periodo storico.
Il grande amore è il film seguente del grande successo della Davis uscito lo stesso anno, Tramonto e nella nuova pellicola ritroviamo George Brent nel ruolo dell’uomo amato dalle due cugine (il ruolo era stato pensato inizialmente per l’altro protagonista maschile del film, Humphrey Bogart) e il regista Edmund Goulding che si mette completamente al servizio di questo melodramma dalla trama intricata e dagli abiti sontuosi, unico virtuosismo il gioco di luci sul monologo di Carlotta che aspetta il rientro dal ballo della figlia alternando le frasi con cui accoglierla con un tono materno per passare poi a quello arcigno della zia.



Ilgrandeamore


Bette Davis avrebbe voluto interpretare entrambi i ruoli delle cugine ma poi le viene affiancata Miriam Hopkins con cui la Davis da vita alle molte scene madri del film. La potenza drammatica e la bravura delle attrici sono infatti il punto forte della pellicola in grado di scandagliare tutte le luci e le ombre di due cugine cresciute dalla nonna, legate dalle confidenze, divise dalla gelosia per l’amore per lo stesso uomo che rivedono in Tina, tra sottili vendette e accese sfuriate le due donne riusciranno a perdonarsi e a vivere insieme per il resto della loro vita: unica prospettiva concessa a due ultra quarantenni con i figli ormai accasati nella rigida Gilded age della fine ottocento americano.



Theoldmaid


Viene criticata la traduzione del titolo originale che in italiano sarebbe La zitella, io trovo che Il grande amore sia un titolo interessante che allude all’uomo amato dalle due protagoniste ma anche all’amore materno che porta Carlotta a rinunciare a tutto per il bene della figlia.

Rocco e i suoi fratelli

Italia 1960 Titanus
con Alain Delon, Annie Girardot, Renato Salvatori, Katina Paxinou, Alessandra Panaro, Spiros Focás, Corrado Pani, Roger Hanin, Paolo Stoppa, Suzy Delair, Claudia Cardinale, Max Cartier, Rocco Vidolazzi, Claudia Mori, Adriana Asti, Rosario Borelli, Renato Terra, Enzo Fiermonte, Nino Castelnuovo
regia di Luchino Visconti



Roccoeisuoifratelli


Alla morte del marito, Rosaria Parondi, con i quattro figli, raggiunge il primogenito a Milano. I Parondi arrivano mentre Vincenzo festeggia il fidanzamento con Ginetta mettendo da subito in crisi il rapporto con la famiglia della ragazza: il fidanzamento viene interrotto e Vincenzo e Ginetta potranno sposarsi solo con un matrimonio riparatore. Un giorno Vincenzo incontra per le scale una ragazza scarmigliata, Nadia che gli racconta di aver litigato con i genitori troppo severi. Vincenzo la fa entrare in casa chiedendo alla madre di darle qualche indumento pesante, Nadia chiacchiera con i fratelli Parondi invitandoli a praticare la boxe a cui si era già avvicinato Vincenzo ma quando arrivano le guardie che dovrebbero aiutarla, la ragazza fugge dalla finestra. Simone e Rocco decidono di frequentare la palestra e Simone viene notato per la sua prestanza fisica. La sera del suo primo incontro ritrova Nadia ad aspettarlo e i due iniziano una relazione anche se per la ragazza Simone è poco più di uno dei suoi abituali clienti. Per mantenere Nadia, Simone si arrangia con piccoli furti, uno anche ai danni della lavanderia in cui Rocco è impiegato come fattorino. Una sera Nadia avvicina Rocco per restituirgli la refurtiva del negozio e far dire a Simone che lei lascia la città. Rocco riporta i gioielli in lavanderia e poi si licenzia, sfruttando la scusa dell’imminente partenza per il militare. Proprio nella città dove svolge il servizio di leva il ragazzo ritrova Nadia che gli racconta di esser appena uscita di prigione e di essere una prostituta. Rocco la invita a cambiare vita e quando finisce il militare i due si ritrovano a Milano e intraprendono una relazione. Simone intanto, sempre più schiavo dei vizi, è ormai alla fine della breve carriera pugilistica, Rocco viene notato mentre gli fa da sparrow e iniza a boxare con successo. Intanto Simone viene a sapere della relazione del fratello con Nadia e organizza una spedizione punitiva con i ragazzotti del suo bar violentando Nadia davanti al fratello e poi facendo a botte con lui. Rocco va a vivere da Vincenzo e Ginetta e decide di lasciare Nadia convinto di aver fatto un torto a Simone, troppo innamorato della ragazza, Nadia promette di vendicarsi e torna con Simone sempre più abbrutito dall’alcol. Quando viene ricercato dalla polizia per il furto ai danni di Duilio Morini, il boxeur che lo aveva scoperto, Rocco che non aveva mai voluto diventare davvero un pugile, s’impegna a gareggiare professionalmente per ripagare il furto e salvare il fratello dalla prigione. Nadia rivela a Simone di non amarlo e di essere stufa di lui, Simone la uccide poi torna a casa dove Rocco festeggia un’importante vittoria per cercare aiuto ma interviene Ciro che rompe la catena omertosa denunciando il fratello.



Roccoeisuoifratelli

Luchino Visconti, uno dei padri del neorealismo chiude il cerchio con una delle più alte espressioni del cinema italiano da dove l’aveva iniziato: se il suo secondo film, La Terra Trema era stato l’apoteosi più intransigente del neorealismo portando la storia dei Malavoglia al cinema in stretto dialetto siciliano, Rocco e i suoi fratelli, capitolo conclusivo dell’esperienza neorealista viscontiana, ha ancora tra i vari referenti letterari, I Malavoglia di Verga.



Roccoeisuoifratelli

Al centro del capolavoro del 1960 c’è il tema dell’immigrazione nelle grandi città del Nord, il bianco e nero della pellicola ci racconta una Milano notturna, fosca e inospitale che sa però raccontare momenti di pura poesia come il risveglio in una mattina di neve, che per i Parondi significa lavoro per tutti i cinque fratelli come spalatori.
Visconti trasforma il contrasto tra Nord e Sud in uno scontro tra presente e mito: il ricordo dell’infanzia felice che non potrà tornare con i cinque fratelli uniti come le dita di una mano, le antiche tradizioni perdute: il lancio della pietra sull’ombra del primo che passa come sacrificio propiziatorio per la costruzione della nuova casa ha il suo corrispettivo nell’omicidio di Nadia che segnerà la fine dell’unità famigliare, già compromessa dall’impossibilità di tornare al paesino del Sud ormai mitologico, perché anche lì, se qualcuno dei Parondi avrà modo di tornarci, forse il piccolo Luca, il progresso avrà ormai trasformato ogni cosa.
Su queste tematiche di fondo il regista innesta il suo registro preferito, il melodramma creando un triangolo amoroso tra Simone, Rocco e Nadia. La violenza con cui Simone reagisce alla scoperta della relazione tra il fratello e Nadia, anche se la loro storia era finita da due anni, ha causato molti problemi con la censura: addirittura la scena dell’omicidio che si svolge all’Idroscalo venne girata sui laghi romani perché, nonostante i permessi per girare a Milano, la provincia intervenne dicendo che l’Idroscalo rappresentava un luogo per famiglie e per sportivi e l’omicidio di una prostituta ne avrebbe rovinato l’immagine. Ancora più pruderie smosse la scena della violenza carnale che venne oscurata e recuperata solo dal recente restauro per L’Immagine ritrovata.
Purtroppo non sono episodi di censura che fanno sorridere come quello del cambio di nome della famiglia da Pafundi a Parondi perchè il primo cognome era talmente diffuso in Lucania da comprendere anche prelati e alte cariche pubbliche. Il racconto della prevaricazione di Simone su Nadia è chiaramente la narrazione di un femminicidio e senza la miopia bigotta del tempo troppo impegnata a salvare le apparenze, forse oggi saremmo più strutturati per affrontare questa piaga.

Il tè nel deserto

The Sheltering Sky
GB, Italia, 1990
con Debra Winger, John Malkovich, Campbell Scott, Jill Bennett, Timothy Spall, Eric Vu-An, Philippe Morier-Genoud, Nicoletta Braschi
regia di Bernardo Bertolucci



Il tè nel deserto


Port e Kit Moresby, una coppia di artisti americani, intraprende un viaggio in Africa partendo dall’Algeria, con loro c’è il ricco George Tunner, corteggiatore di Kit. Kit e Port sono una coppia ormai stanca che cerca nuovi stimoli nell’esotismo africano. Dopo essersi traditi a vicenda, i due si liberano di Tunner e proseguono il loro viaggio nell’Africa più profonda. Port muore di tifo in un forte militare mentre Kit diventa l’amante del capocarovana Tuareg a cui chiede un passaggio. Scacciata dalle mogli mentre Belqassim è lontano, Kit finisce malmenata dalla folla del villaggio. Viene ritrovata in un ospedale dai diplomatici americani allertati da Tunner che non ha mai smesso di cercarla, ma la donna preferisce non incontrarlo.



Ilteneldeserto


dopo l’enorme successo de L’ultimo Imperatore Bertolucci gira questo film tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore e poeta americano Paul Bowles che partecipa anche alla pellicola, con il ruolo del Narratore: lo scrittore che osserva e interagisce con i suoi personaggi è il quid che mi ha sempre affascinato de Il tè nel deserto.
Sembra che in questa opera Bertolucci tenti di unire le due anime della sua cinematografia: la grandiosità dei paesaggi e l’indagine sulla relazione di coppia, riuscendovi solo in parte: da un punto di vista visivo è molto interessante la prima parte, cromaticamente virata su tutte le sfumature della terra d’Africa dai gialli e i marroni fino ai rossi violenti, molto intrigante il gioco di chiaro scuri (penso alla corsa di Kit con una guida africana nella casbah per trovare l’hotel quando Port si ammala) ma la parte del viaggio in carovana con i reiterati notturni dai grandi spicchi di luna hanno un po’ il sapore pubblicitario.
Anche per quel che concerne la relazione amorosa dei due coniugi non c’è nulla di nuovo: la fuga dalla noia dal “logorio della vita moderna” rappresentata dalle immagini sepiate della metropoli sui titoli di testa per approdare al decadentismo del Nord Africa, nonostante Port e Kit si professino viaggiatori e non turisti, anche per loro sarà praticamente impossibile entrare in contatto con gli indigeni: a partire dalla prostituta che mormorando dolci parole ruba il portafoglio a Port, fino all mezzo linciaggio subito da Kit una volta scacciata dalla casa di Belqassim.
Kit è la vera protagonista del film: scrittrice di poche fortune trascinata in Africa dall’amore per il marito, un compositore che ha perso l’ispirazione e ormai animato solo dal cupio dissolvi; è lei stessa a definirsi una via di mezzo tra il viaggiatore e turista nel celebre dialogo; Tunner è il simbolo dell’occidente soddisfatto nella propria ignavia, anche se durante la ricerca di Kit prende le distanze dai mostruosi Lyle; la relazione che Kit ha con lui non rappresenta nulla, nata sull’onda di un’ubriacatura da champagne per superare la paura del viaggio in treno. La catarsi e l’elaborazione del lutto avviene con Belqassim, puro amore fisico senza possibilità di dialogo: se all’inizio del viaggio Kit e Port hanno un baule da viaggio, dopo la morte di Port la donna riparte solo con una valigia e alla fine torna al punto di partenza senza nulla se non gli abiti che indossa, un viaggio alla ricerca di sé sottolineato dall’unica battuta che il Narratore scambia con il suo personaggio: “Ti eri persa?”.

Dagon – La mutazione del male

Dagon, la secta del mar
Spagna 2001
con Francisco Rabal, Ezra Godden, Macarena Gómez, Raquel Meroño, Uxía Blanco, José Lifante, Fernando Gil
regia di Stuart Gordon


Dagon


Paul, giovane americano di origine spagnole, è in vacanza con la fidanzata Barbara sullo yacht del suo capo, Howard, presente con la moglie Vicky. Un giorno sentono una strana musica, che pensano essere religiosa, provenire da un villaggio sulla costa e subito dopo si scatena una tempesta che butta l’imbarcazione sugli scogli, Vicky rimane ferita, Howard decide di restare con lei mentre Paul e Barbara vanno in paese a chiedere aiuto. Imboca si rivela un luogo desolato con una chiesa dedita a uno misterioso culto. Mentre Paul torna sulla nave per scoprire che di Howard e Vicky non c’è più traccia, Barbara viene rapita dagli inquietanti abitanti del posto facendo credere a Paul che sia andata ad avvisare la polizia in un altra città. Scoperto a curiosare sugli insoliti comportamenti degli abitanti di Imboca, Paul viene inseguito, incontrando così Ezequiel un vecchio ubriacone che gli racconta un’incredibile storia sugli imbocani che si sono convertiti al culto di Dagon, divinità marina che pretende sacrifici umani. Cercando di impadronirsi dell’unica macchina del paese, Paul finisce nella villa di Xavier Cambarro il marinaio che ha convertito i compaesani al culto di Dagon. Qui incontra Uxía, la figlia di Cambarro, del tutto simile alla donna che compare nei suoi sogni ricorrenti, anche Uxia sembra conoscerlo ed aspettarlo per sedurlo ma Paul fugge quando si accorge che la donna è una sirena dalla coda bifida. Dopo aver assistito alla cruenta morte di Ezequiel e alle torture inflitte a Barbara che viene poi rapita da Dagon, Paul decide di darsi fuoco ma cade a sua volta nell’antro marino che porta nel regno sommerso della divinità…



Dagon la mutazionedelmare


Mentre il genere horror era dominato da Sadako e l’orda di mostricci giapponesi, il regista americano Stuart Gordon realizzava in Spagna quest’opera già fuori tempo massimo per lo stile visivo molto vicino agli anni’80, con un protagonista un po’ buffo sempre con la felpa della Miskatonic, caso mai non fosse chiaro il legame con Lovecraft.
Il film s’ispira a due racconti di H.P.Lovecraft che hanno per protagonista Dagon, la divinità acquatica del Pantheon dei Grandi Antichi. Il film segue molto da vicino l’ambientazione de La maschera di Innsmouth con il villaggio fatiscente abitato da figure sempre più mostruose tanto più è profondo l’ibridamento con le creature acquatiche: dalle mani palmate, alle branchie sul collo, fino a corpi deformati dai tentacoli.



Dagon la secta del mar


Per Paul è la discesa in un incubo, ogni presunto rifugio è una tappa verso una realtà sempre più orrorifica che ha a che fare con i strani sogni che da sempre lo accompagnano nonostante la madre spagnola non avesse mai voluto fargli avere contatti con la Spagna, nemmeno con la lingua: non è difficile comprendere il perché e tra le stranezze di Dagon c’è anche quella di un bizzarro lieto fine, decisamente insolito per il genere dove di solito il protagonista si può ritenere fortunato se porta a casa la pelle, tutta intera.
La pellicola è un po’ discontinua, ci sono momenti angosciosi come l’inseguimento per le stanze dell’hotel fatiscente, a volte si finisce nel gore: le torture di Ezequiel e Barbara. Gli effetti speciali sono buoni per quanto riguarda i mostri, mentre altri rivelano i segni del tempo.
Resta un’opera passabile, più che apprezzabile per gli amanti del Solitario di Providence.

Amore e guerra

Love and Death
USA, 1975 MGM
con Woody Allen, Diane Keaton, Georges Adet, Féodor Atkine, Yves Barsacq, Lloyd Battista, Jack Berard, Yves Brainville, Brian Coburn, Henri Coutet, Henry Czarniak, Despo Diamantidou, Luce Fabiole, Florian, Jacqueline Fogt, Sol Frieder, Olga Georges-Picot, Harold Gould, Harry Hankin, Jessica Harper
regia di Woody Allen


Amore e guerra


Boris Grushenko è un giovane codardo costretto dall’entusiasmo dei fratelli a seguirli in battaglia quando Napoleone invade l’Austria. Diventato un eroe suo malgrado mentre in realtà era alla ricerca di un riparo, Boris attira le attenzioni della contessa Aleksandrovna; scoperti dal suo amante ufficiale, Lebedokov, Boris viene sfidato a duello. Poiché Lebedokov è un abilissimo tiratore le possibilità di cavarsela per Boris sono nulle così trova il coraggio di chiedere la mano all’amata cugina Sonja, innamorata di suo fratello e rimasta vedova da poco di un mercante di aringhe. Sonja accetta la proposta sicura che Boris non sopravviverà al duello ma miracolosamente ha la meglio. Anche Sonja finisce per innamorarsi di Boris e i due vivono felici fino a quando Napoleone non invade la Russia, la donna convince il riluttante marito a assassinare Napoleone e liberare così la Russia. Il piano però non funziona e Boris viene catturato e giustiziato.



Love anddeath


Amore e Guerra segna la fine del primo periodo artistico di Woody Allen, quello puramente comico.
Il film è una rilettura ironica di Guerra e Pace e della letteratura russa: notevole il pettegolezzo che utilizzando tutti i titoli di Fëdor Dostoevskij.
Allen omaggia anche il suo regista preferito, Ingmar Bergman citando molte sue opere in particolare la danse macabre con la morte de Il Settimo Sigillo e i volti sovrapposti di Persona.



Amore e guerra


Non sono però le uniche citazioni del film: le statue dei leoni parodia di quelle de La corazzata Potëmkin, una comicità slapstick che rimanda ai Fratelli Marx (la scena del duello con Lebedokov) battute da Frankenstein Junior (potrebbe piovere); Sonja che accetta di sposare un pretendente che non ama per dispetto come Rossella in Via col Vento e il nascondiglio dentro il cannone che porta Boris alla gloria volando come Il Barone di Munchhausen



Amoree guerra


Un film estremamente divertente ma che propone tematiche profonde come il rapporto cn la morte e la religione: Boris è affascinato dalla morte fin dall’infanzia che gli appare già in tenera età.



Loveanddeath


Profondamente ateo almeno fino alla ultima notte di vita quando in carcere gli appare un angelo che gli garantisce che verrà graziato all’ultimo minuto, un altro riferimento alla vicenda della mancata fucilazione di Dostoevskij; la profezia per Boris ovviamente non si avvera a sottolineare quanto sentimenti umani come la paura spingano verso la fede.

Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn

Birds of Prey (and the Fantabulous Emancipation of One Harley Quinn)
USA 2020
con Margot Robbie, Mary Elizabeth Winstead, Ewan McGregor, Derek Wilson, Matthew Willig, Jurnee Smollett, Chris Messina, Rosie Perez, Steven Williams, Charlene Amoia, Ali Wong, François Chau
regia di Cathy Yan


Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn


Harley Quinn ci mette un po’ a rivelare la fine della sua relazione con Joker, ben sapendo che senza la protezione del super criminale la sua situazione a Gotham è cambiata e tutti ora vogliono vendicarsi dei torti subiti dalla ragazza; tra questi il boss Roman Sionis. Per salvarsi la pelle Harly promette di riportargli un diamante a cui Sionis tiene molto e che in mano a una giovanissima borseggiatrice, Cassandra Cain. Harley recupera la ragazzina sui cui Sionis ha comunque messo una taglia.
Per questo motivo anche il fidato Doc rivela il nascondiglio di Harley, ormai pronta a consegnare Cassandra a Sionis ma sulla sua strada incontra la detective Renee Montoya, Dinah Lance cantante e autista personale di Sionis che ha a cuore le sorti della ragazzina e la misteriosa Cacciatrice. Le quattro donne si uniranno e riusciranno a sconfiggere le bande assoldate da Roman, che ha dato vita al suo lato più oscuro trasformandosi in Black Mask.



Birdsofprey


Lo spin-off di Suicide Squad incentrato sulla figura di Harley Quinn è un film caotico come la personalità di Harley e come lei, nonostante tutto, innegabilmente simpatico, tutto merito di Margot Robbie che con il suo carisma riesce a sostenere tutto il film.
Il comic è tutto al femminile, non solo il manipolo di eroine Bird of Prey, ma la regista Cathy Yan, prima regista di origini asiatiche a dirigere un action movie, la colonna sonora cantata solo da interpreti femminili.
L’inno al girl power c’è tutto declinato anche in maniera intelligente, seppure leggera: la necessità da mettere da parte le questioni personali per sconfiggere un nemico comune.
Ovvio che il riferimento vada a Kill Bill, citato in diversi momenti, soprattutto nella storia della Cacciatrice e addirittura il titolo provvisorio del film è stato Fox Force Five, il progetto a cui accenna Mia in Pulp Fiction e da cui si è sviluppata l’idea di Kill Bill.



Harley quinn birds of prey


Molti interessante l’inserto in cui Harley immagina la sua versione di Diamond are the girl’s best friend, l’omaggio a Marilyn è pazzoide come tutto il film ma le sonorità hanno molto di Moulin Rouge!, omaggio che giustificherebbe anche la scelta di Ewan McGregor per il ruolo di Black Mask.
image from gfycat.com Visivamente il film è molto piacevole: costumi pazzi, bella fotografia, ottime le scene d’azione.
La narrazione un po’ confusa che torna in dietro per rispiegare i pezzi saltati rispecchia la personalità logorroica e svampita di Harley Quinn, cuore spezzato per amore che trova conforto in una jena come animale domestico, Arlecchino senza più padrone che trova la sua libertà sognando il panino perfetto.