Il cliente

Ilcliente

L’appartamento dove vivono Emad e Rana, una giovane coppia di attori, viene dichiarato inagibile. Babak, un membro della compagnia teatrale, propone loro un appartamento dove andare a vivere temporaneamente. Poco tempo dopo il trasferimento nella nuova casa Rana subisce un’aggressione forse legata alla precedente inquilina che lasciato oggetti di proprietà nell’immobile in attesa di una sistemazione definitiva. La fama della donna nel palazzo è pessima e in Emad si fa strada l’idea che l’aggressore sia un cliente che frequentava l’appartamento e fa di tutto per scoprire il colpevole.

Ancora una volta Asghar Farhadi denuncia la situazione iraniana attraverso una vicenda famigliare: il palazzo che rischia di crollare per la speculazione immobilare, la poca fiducia verso le forze di polizia per cui Rana non vuole denunciare l’aggressione ed Emad si mette da solo sulle tracce del colpevole, l’allusione alla censura sul lavoro teatrale che la compagnia di Emad e Rana sta portando in scena, Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller con cui la trama del film cerca alcuni parallelismi.
Ci sono elementi molto simbolici nel film, ad iniziare dalla casa che rappresenta la serenità famigliare, il caso costringe i due giovani a lasciare il loro nido per rifugiarsi in un appartamento insozzato dagli intrallazzi della donnaccia che ricadranno su Rana, che dopo l’aggressione diventa insicura e paurosa rifiutando di stare in casa da sola e di lavarsi nel bagno dove è stata assalita.
L’appartamento inagibile, sarà il luogo dove finalmente Emad scopre il colpevole e il drammatico confronto finale tra le due famiglie avviene tra le macerie di un immobile che stanno a significare le vite rovinate delle persone coinvolte in questo dramma nato dalla casualità: è stata Rana ad aprire ingenuamente la porta pensando che fosse Emad che stava rientrando a casa.
L’abilità del regista sta nel costruire una storia che avviluppa lentamente lo spettatore in una serie di evente sempre più drammatici che rivelano lati forse insospettati del proprio compagno di vita con cui si dovrà imparare a convivere: il finale sul futuro di Emad e Rana resta aperto.

Rogue One: A Star Wars Story

Rogueone

Il direttore imperiale Krennic recupera lo scienziato  Galen Erso che si era rifugiato in un pianeta ai margini dell’Impero con la famiglia per rifiutarsi di continuare la costruzione della Morte Nera. La figlia Jyn viene allevata dal ribelle Saw Gerrera e non ha più nessuna notizia del padre.
Quindici anni dopo Galen Erso riesce a far avere un messaggio all’Alleanza grazie a un pilota disposto a disertare: costretto a terminare suo malgrado la Morte Nera, lo scienziato ha lasciato una falla nella sicurezza che ne permette la distruzione: sarà proprio Jyn a recuperare il file che permetterà all’Alleanza di disfarsi della tremenda arma di distruzione.

Dopo una trilogia prequel e l’inizio di una sequel, la saga di Star Wars dimostra la sua presa sull’immaginario collettivo cimentandosi in una serie di raccordi, film che approfondiscono storie solo accennate nelle saghe principali. Le storie di Star Wars di distinguono dagli episodi perché manca la classica didascalia diagonale che attraversa lo schermo ma ci si limita a un laconico “in una galassia lontana lontana”.
La nuova avventura inizia con un film che sviluppa un tema presente nel IV episodio, il Guerre Stellari originale, o Una nuova Speranza come è stato ribattezzato nel restyling anni ’90, spiegando come i ribelli siano entrati in possesso delle informazioni che permettono la distruzione della Morte Nera, Rogue one ci racconta che è grazie alla vendetta della famiglia Erso, distrutta dalle bramosie dell’imperatore: Galen prelevato con la forza, la moglie Lyra uccisa e la piccola Jyn costretta a crescere da sola sotto la guida di un ribelle che è costretto a sua volta ad abbandonarla quando la ragazza ha sedici anni.
Il film ha un tocco molto vintage e cerca di riprodurre piuttosto fedelmente le atmosfere del IV episodio, girando negli studi dove fu girato il primo capitolo. L’operazione riesce nei costumi e anche nelle numerose scene con le astronavi che tanto entusiasmarono i ragazzini degli anni ’70 ma quando sento dire che il film rispecchia in pieno lo spirito della vecchia trilogia, per rappresentare il mio stato d’animo avrei bisogno della gif del novello Darth Vader che mulinella la spada laser facendo a fettine decine di ribelli.
Quello che a mio parere ha reso grande la prima serie di Star Wars è qualcosa che è venuta a mancare nel cinema contemporaneo, cioè la citazione della commedia brillante, i siparietti tra Leila e Han Solo hanno contribuito a dare calore a una storia che altrimenti rischia di annoiare tra esplosioni e battaglie spaziali.
Anche in Rougue One, Jyn trova l’amore ma arriva alla fine quasi un contentino obbligatorio tra lei e Cassian in vista di una tragedia finale: nessun gioco di sguardi, nessuna schermaglia tra un lui diviso tra gli ordini ricevuti e la stima per la figlia di Galen Erso e una lei troppo impegnata a perseguire il suo intento con determinazione per guardarsi attorno, il pathos sentimentale è dato solo da una colonna sonora sviolinante.
I tocchi umoristici sono riservati come sempre ai droidi qui il protagonista è  K-2SO, robot della sicurezza imperiale riconvertito dall’Alleanza: il processo lo ha reso loquacemente inopportuno come uno Sheldon dello spazio.

Animali fantastici e dove trovarli

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1926: negli Stati Uniti la situazione tra comunità dei magi e no-mag (termine ”americano” per i babbani) è molto tesa: sorgono anche delle sette che predicano contro i maghi e per rendere la situazione tollerabile il consiglio ha deciso di rendere illegale l’uso di ogni animale fantastico.
In questo clima, letteralmente da caccia alle streghe, sbarca a New York il magizoologo Newt Scamander con la sua valigia piena di animali fantastici per liberarne uno nella sua terra d’origine.
A causa di uno scambio di valige con il no-mag Jakob Kowalski che sta andando in banca per farsi dare un mutuo, alcuni animali fantastici escono dalla valigia creando lo scompiglio in città, ma forse su New York aleggia un pericolo ben più grave..

Torna il magico mondo di Harry Potter con uno spin-off molto originale: Animali fantastici e dove trovarli è un testo che Harry Potter studia a Hogwarts e un volumetto che la Rowling ha scritto nel 2001 per beneficenza, da qui il progetto di realizzare una saga di ben cinque film che ha per protagonista Newt Scamander e i suoi amici, il no-mag Kowalski e le due sorelle Tina e Queenie Goldstein. Immagino che al terzo film sarò già arcistufa (ho scoperto negli anni che reggo a fatica le trilogie) ma per ora mi sono goduta la leggerezza del film, ritrovando l’incanto del mondo magico senza la fatica di dover seguire il destino da predestinato di Harry Potter.
Probabilmente, data la mia veneranda età, apprezzo di più un ciclo che ha protagonisti adulti che uno che segue le turbe adolescenziali di una banda di ragazzini.
Ottimo il cast d’attori con Eddie Redmayne che caratterizza fortemente il suo protagonista sia emotivamente che fisicamente e devo dire che ho apprezzato la camminata a piedi in fuori alla Charlot.
Anche gli animali fantastici sono soprattutto carini, volti a strappare un sorriso allo spettatore piuttosto che spaventarlo: ho trovato adorabili persino gli Occamy serpentini.
Tutto l’elemento fantastico si sposa bene con una ricostruzione storica piuttosto fedele dell’America del 1926: le restrizioni imposte dal proibizionismo nel film si applicano al mondo magico e come sempre J.K. Rowling fa passare un messaggio di tolleranza e comprensione verso il diverso.

Animali Notturni

Susan Morrow è un gallerista di successo ma profondamente annoiata e stanca della propria vita e del proprio lavoro. Riceve del tutto inaspettatamente il romanzo del suo primo marito che non sente da vent’anni e viene affascinata dalla lettura del crudo racconto che l’uomo le ha dedicato: quello che la donna ritrova del suo passato le fa sperare in un riavvicinamento.

Animalinotturni

Vincitore del Leone d’argento al Festival di Venezia 2016, Animali notturni è un film fatto di antitesi e la più interessante è certamente quella sull’idea dell’arte; il film si apre sull’istallazione di vecchie donne obese che danzano nude: il lavoro di Susan è banale e ovvio con una critica falsamente scioccante sul mondo contemporaneo che va a rassicurare chi quell’ideale patinato incarna, mentre il romanzo di Edward è uno scavo doloroso nel proprio passato sublimato in un romanzo crudo che pare avere poco a che spartire con la storia reale dell’autore ma in cui la ex moglie sa riconoscere i segni del passato comune: Edward Sheffield, come Tony Hasting, è un uomo considerato debole, se il personaggio letterario non sa difendere materialmente la propria famiglia, Edward non è stato in grado di soddisfare le esigenze di sicurezza economica e di successo della moglie che si è rifugiata tra le braccia di un uomo che le ha garantito la ricchezza a cui era abituata ma non la stabilità affettiva.
Probabilmente Susan, spinta dalla crisi personale, fraintende anche il senso del romanzo dell’ex marito e vede nella caccia agli assassini della moglie e della figlia che Hasting conduce assieme al detective Bobby Andes lo scatto di orgoglio che è sempre mancato ad Edward ma forse l’uomo uccidendo la moglie e la figlia (e Susan ha avuto una figlia dal secondo marito) vuole solo farle sapere che si è liberato del tormento per quell’amore finito tragicamente e il fatto di non essersi presentato all’appuntamento al ristorante è più segno d’indifferenza che di vendetta: in fondo Hasting non sopravvive all’omicidio di Ray Marcus.
Tom Ford ci racconta questa storia intensa e perturbante mischiando lo stile algido e perfetto che aveva già caratterizzato A single man con riprese più “sporche” e crude ma con più anima riservate alle sequenze inerenti il romanzo. Torna anche nello stile l’antitesi sull’arte espressa nel film e paradossalmente funziona meglio la seconda, che dovrebbe essere più distante da quanto Ford ci ha dimostrato fino a ora.
Cast notevole dove rispetto ai due bravi protagonisti, risaltano le interpretazioni di Michael Shannon nelle vesti del detective minato dal cancro e Aaron Taylor-Johnson nel ruolo di Ray Marcus: pensare che ai tempi di Anna Karenina lo avevo trovato un Vronskij un po’ insipido!

Doctor Strange

Stephen Strange è un neurochirurgo di fama mondiale, tanto bravo quanto arrogante. In seguito a un incidente automobilistico le sue mani perdono la fermezza necessaria per le delicate operazioni che hanno fatto la grandezza di Strange. Dopo aver sperimentato tutte le tecniche mediche per riacquistare la manualità, Strange si affida al misticismo e parte per il Nepal, alla ricerca del tempio di Kamar-Taj retto dall’Antico. Ammesso allo studio delle arti mistiche, il Dottor Strange rivelerà delle doti per la stregoneria che lo porteranno a combattere una battaglia per il bene dell’umanità.

Doctorstrange

Arriva sul grande schermo il quattordicesimo eroe Marvel (e mi domando con un po’ di apprensione quanti ce ne siano ancora nel cassetto) che ha le fattezze di Benedict Cumberbatch e molto del personaggio che lo ha portato al successo, Sherlock: arrogante al limite della sociopatia, anche Strange ha grandissime capacità intellettive tanto che quando gli viene chiesto dove immagazzini tutte le sue conoscenze qualsiasi fan di Sherlock risponde automaticamente “nel suo palazzo mentale!”.
Anche l’abbigliamento sfiora delle similitudini: da quello trasandato durante la depressione al bavero rialzato del mantello della levitazione, ed infine l’Antico consiglia di contare sempre sulla complicità di Karl Mordo, alludendo così alla necessità di un Watson.
In fondo però è interessante che il personaggio televisivo che vive di sola logica si trasformi nel solo supereroe cinematografico che maneggia poteri occulti: è un elemento metacinematografico che rappresenta la doppia natura di Strange, dedito alla scienza e alla magia.
Le dicotomie sono presenti nel film non solo nella composizione del personaggio ma anche nell’impianto visivo, indubbiamente Doctor Strange ha gli effetti speciali migliori apparsi in un comics, debitori certo ad Inception ma che hanno anche referenti nella pittura surrealista contemporanea di Octavio Ocampo (quando il volto di Strange è formato dal moltiplicarsi delle mani) e di Escher, scelte raffinatissime che si scontrano con una rappresentazione piuttosto scontata dell’universo, un po’ troppo glitterato per i miei gusti, come il look del perfido Kaecilius e i portali formati da quei circoli di luce che mi pare si possano creare e fotografare con diversi cellulari.
Anche il mio godimento personale è stato piuttosto altalenante tra la gioia per gli occhi e la classica trama formativa del nuovo eroe che prende coscienza dei suoi poteri, un po’ noiosa nonostante i tocchi umoristici.
Di certo il cast è eccezionale per qualità recitativa confermando ancora una volta il talento trasformista di Tilda Swinton.

Indivisibili

Indivisibili

Viola e Dasy sono due gemelle dalla voce angelica, stelle nascenti della musica neomelodica, il fatto di essere gemelle siamesi le rende speciali: sempre al centro di curiosità morbose e superstizione sfruttate da un prete pentecostale.
Le ragazze sono convinte di non poter essere divise, perché questo è quanto hanno fatto credere loro i genitori che campano sulla loro diversità ma quando un medico incontrato casualmente parla della possibilità di separare facilmente le ragazze, in una delle due gemelle si scatena la voglia di libertà e di normalità alterando i fragili equilibri della famiglia.

Presentato con grande successo alle Giornate degli Autori dell’ultimo festival di Venezia, dove ha fatto incetta di premi, Indivisibili è davvero un film molto bello con diverse chiavi di lettura.
E’ molto interessante lo scavo psicologico sulle due sorelle adolescenti, alla soglia del diciott’anni, unite da un unico lembo di pelle tra due corpi perfettamente distinti, ma ricco di vasi sanguigni che permette loro lo scambio emozionale totale per cui una mangia e l’altra ha mal di stomaco: il dualismo di due corpi uniti e di due anime distinte costrette a una unica vita rappresenta in fondo molto bene il momento di passaggio dell’adolescenza: il desiderio di fare nuove esperienze, scoprire l’amore e la paura di abbandonare la sicurezza della vita famigliare sono sentimenti comuni a tutti, l’escamotage delle gemelle siamesi permette di rappresentarlo in toto, sfruttando un realismo magico che Garrone aveva sperimentato con Reality.
Il contesto della terra dei fuochi, la surrealtà delle comunioni e dei matrimoni pacchiani che abbiamo imparato a conoscere anche dai programmi televisivi sono il contesto ideale per una storia di squallore famigliare: il problema di Viola e Dasy sarebbe potuto esser risolto facilmente nella prima infanzia ma nella loro diversità di genitori e gli zii vedono un’occasione di riscatto che nasce dalla disperazione: alle prime rimostranze delle figlie, il padre sbotta dicendo che per gente come loro, senza opportunità la normalità significa la fame, che la loro diversità è la loro fortuna.
Nella descrizione di degrado ambientale e morale si inseriscono la figura del talent scout che vuole sfruttare sessualmente le ragazze illudendole con il miraggio del successo, se questa figura non stupisce, è una scoperta l’esistenza di preti più o meno onesti che creano chiese sincretiste per gli immigrati africani.
Sembrano storie che possono accadere solo nelle aree più disagiate della Campagna ma come per Perez., il film precedente di Edoardo de Angelis, il regista, attraverso la narrazione del suo territorio che conosce bene, racconta il degrado dell’Italia intera: un welfare sempre più assente, una religione che tira sempre di più verso la superstizione.

Frantz

1919, il francese Adrien si reca in Germania a visitare la tomba del giovane Frantz, caduto al fronte; i famigliari del ragazzo, incuriositi dall’insolita presenza incontrano Adrien che dice di essere un amico di Frantz di prima della guerra, di quando il giovane tedesco studiava a Parigi. Il legame tra gli Hoffmeister e Adrien si fa molto stretto anche se il giovane francese non è ben visto in città.
Un giorno Adrien decide di rivelare la verità ad Anna, la fidanzata di Frantz che vive con gli Hoffmeister: non è un amico di Frantz ma ha avuto un ruolo ben più drammatico nella vita del suo fidanzato. Anna fa credere ad Adrien di aver rivelato la sua vera identità agli Hoffmeister, invece continua ad illuderli con la menzogna dell’amicizia franco tedesca, intanto si scopre innamorata del francese che è tornato a Parigi. Su consiglio degli Hoffmeister, la ragazza parte e va a cercare Adrien ma quando lo ritrova non avrà a sua volta la forza di rivelare il motivo del suo viaggio..

Frantz

Ero molto curiosa di vedere l’ultima fatica di François Ozon, ispirata a L’uomo che ho ucciso di Ernst Lubitsch: non si può definire un remake perché il regista francese segue fedelmente, anche nella costruzione delle scene, il lavoro di Lubitsch e la pièce di Ronstand fino a metà film e poi decide sviluppare la trama in modo autonomo.
Parafrasando la celebre scritta che campeggiava nell’ufficio di Billy Wilder “cosa avrebbe fatto Lubitsch?” Ozon decide seguire il motto “cosa non avrebbe fatto Lubitsch”, nel bene e nel male.
Nel bene perché il regista francese non prova neanche ad imitare il celebre Lubitsch touch e sviluppa alcuni punti che oggi risultano poco credibili della pellicola lubitschiana e cioè l’accettazione quasi repentina dell’amore per l’assassino del fidanzato che Elsa fa in nome della serenità degli Holderlin mentre Anna impiega molto tempo ad accettare il sentimento per Adrien.
Mi è piaciuta anche la scelta di eliminare il prologo in Francia e iniziare il film con l’arrivo di Adrien in Germania: L’uomo che ho ucciso è un film pochissimo conosciuto quindi la gran parte degli spettatori s’identifica con lo shock di Anna quando scopre la vera identità del francese.
Molto interessante la scelta di mischiare l’uso del bianco e nero e del colore: al bianco e nero è riservato il grigiore e la desolazione della vita di un immediato dopoguerra con il suo peso quotidiano di dolore da affrontare, al colore spetta la dimensione del sogno, la serenità dell’illusione. Gli stacchi non sono improvvisi ma sfumati da un sapiente gioco di (de)saturazione.
Frantz indaga e aggiorna il tema del perdono, dell’accettazione del diverso, tema attualissimo ma quando inizia la seconda parte speculare alla prima con Anna che va in Francia e riveste il ruolo di straniera, si ripresenta la scena della confessione de L’uomo che ho ucciso e mentre lo spirito di anarchico e pacifista di Lubitsch aveva il coraggio di far rifiutare l’assoluzione a Paul, per Anna il discorso della colpa relativa di Adrien per ché ha ucciso un uomo in tempo di guerra è determinante per accettare il nuovo sentimento. Questa per me è la nota veramente dolente della pellicola: mi urta che nel nuovo millennio in cui guardiamo con sufficienza al passato, si sia poi più conservatori ed omologati che nel 1932 ma del resto tutta la ricerca di Anna ha dei risvolti molto banali e ovvi: Adrien è un ricco castellano perché il mito del principe azzurro anche se fragile è intramontabile, e Fanny, la fidanzata che pure è gentile, comprensiva e coraggiosa è ovviamente molto più brutta di Anna perché il cliché fiabesco della beltà dell’eroina deve continuare ad imperare.

Remember

Remember

Max Rosenbaum, ex deportato di Auschwitz che ha collaborato con Wiesenthal, ora è immobilizzato e chiuso in un ricovero ma con l’aiuto di Zew Guttman, un altro sopravvissuto conosciuto nella casa di riposo, potrà compiere l’ultimo atto di giustizia: eliminare l’SS che ha sterminato le loro famiglie e che ora vive in America sotto il falso nome di Rudy Kurlander. Zew accetta di compiere la vendetta dopo la morte dell’adorata moglie Ruth e nonostante la demenza senile inizia un viaggio alla ricerca del proprio passato..

Non è un tema nuovo quello della vendetta dello smemorato, a partire da Memento passando per Vendicami dove la vendetta è l’unico motivo per vivere di un vecchio.
Nel film di Atom Egoyan, presentato al Festival di Venezia 2015, il tema centrale è però quello del ricordo, Remember è un thriller che si può ascrivere anche al genere del ricordo della Shoah, di cui esce almeno un film all’anno nell’anniverario dell’apertura dei cancelli di Auschwitz, e allora i quattro Rudy Kurlander che Zew incontra nel suo viaggio rappresentano quattro diversi aspetti del periodo nazista: il primo, interpretato da Bruno Ganz, è un soldato che ha fatto la guerra d’Africa al servizio di Rommel ed era all’oscuro della vera funzione dei campi di concentramento, il secondo era un tedesco ma internato perché omosessuale, il terzo sarebbe stato un ottimo nazista ma era troppo giovane per vivere appieno il momento storico e si è limitato a raccogliere cimeli nazisti e a indottrinare per bene il figlio poliziotto, al quarto incontro c’è la resa dei conti con un drammatico colpo di scena finale che non svelo nonostante il film sia uscito a gennaio ma la programmazione è stata talmente lasca che sicuramente molti dovranno ancora recuperarlo.
Rememberlandauplummer Senza immagini di repertorio o ricordi diretti, la Shoah è presente attraverso le suggestioni di Zew che ci arrivano senza bisogno di essere spiegate: il risveglio nella vasca da bagno e il sussulto vedendo i soffioni della doccia, la paura dei cani aggressivi, soprattutto pastori tedeschi, il suono opprimente della sirena della cava nel segmento dell’incontro con John Kurlander, il figlio del collezionista di cimeli, indubbiamente la parte più angosciante del film per la violenza psicologica a cui Zew è sottoposto che richiama ancora i maltrattamenti dei prigionieri nei lager.
Ma la memoria a cui allude il titolo non si riferisce solo alla tragedia dei campi di sterminio, allude alla perdita della memoria personale per sfuggire al proprio passato, alla capacità di crearsi falsi ricordi per sfuggire a sé stessi opposto alla memoria ferrea di Max Rosembaum che mette in piedi un beffardo gioco del destino perché sa, perché ricorda.
Se Martin Landau è mefistofelico come occulto manipolatore di destini relegato nella sua stanza, Christopher Plummer è superlativo nei panni di Zew Guttman: è sempre in scena tallonato dalla macchina da presa e sa restituire perfettamente la gamma di emozioni che suscita il suo personaggio, mostrandone gli imbarazzi per il senso di smarrimento dovuto alla malattia e la determinazione nel compiere la folle impresa.

La grande scommessa

Lagrandescommessa

Nel 2005 il gestore di fondi d’investimento Michael Burry si accorge che il mercato dei mutui sulla casa, da sempre considerato solidissimo e colonna portante dell’economia americana, è gonfiato oltremisura da emissioni fasulle, decide quindi di scommettere sul crollo del mercato, inventando di fatto un nuovo modo di investire contro l’economia di una nazione. La scelta è talmente bizzarra che la voce si sparge tra gli operatori di Wall Street ma solo pochissimi altri fondi d’investimento decidono di approfondire e seguire la scelta di Burry..

La grande scommessa è un film molto interessante sia da un punto di vista stilistico che di contenuti. E’ la prima volta che un film di finzione e non un documentario affronta un tema astruso come l’alta finanza spiegando un crollo economico epocale in modo tale che lo capisca anche un bambino. Per fare questo si utilizza uno stile pop e veloce che ricorda il ritmo e il tono di The Wolf of Wall Street l’unico stile, del resto, che può riuscire a mantenere l’attenzione su un tema complesso come quello della macrofinanza; in aggiunta c’è il racconto fatto guardando direttamente in macchina della voce narrante del trader Jared Vennett (Ryan Gosling) e l’inserimento di alcuni personaggi estremamente popolari come Selena Gomez che spiegano, sempre rivolti al pubblico, certi meccanismi della finanza con esempi alla portata di tutti.
Lo sfondamento della quarta parete non è solo un elemento stilistico scelto per dare maggior vivacità alla pellicola, ma fa sentire maggiormente coinvolto lo spettatore perché quelle parole e quegli acronimi astrusi che altrimenti si rifiuta di ascoltare regolano di fatto la sua vita.
La recitazione è ottima, come sempre si distingue la prova di Christian Bale.
Quello che ho ritenuto davvero interessante è comunque il messaggio del film: da quando è scoppiata la bolla del 2008 chi investe contro un’economia è stato dipinto come il diavolo, un’entità cattiva che spinge verso il crollo di una nazione, invece La grande scommessa descrive Burry e Mark Baum come due persone profondamente diverse ma entrambe spinte da forme di rettitudine, in soldoni non sono stati loro a rovinare l’economia come si è cercato di far credere al grande pubblico, loro hanno visto per primi i segnali di un sistema malato e corrotto che è proseguito fino a contagiare l’economia mondiale, indifferente ai danni che sapeva benissimo di fare e che continua a fare senza che di fatto nulla sia cambiato, come conclude il film ci sono sempre gli emigrati a cui dare la colpa..

Ave, Cesare!

Avecesare

Eddie Mannix è a capo della casa di produzione cinematografica Capitol di cui è anche il fixer: si deve occupare cioè di mantenere limpida l’immagine degli attori sotto contatto, risolvendo problemi di foto sexy o gravidanze fuori dl matrimonio. Un giorno però capita una grana davvero grossa: Baird Whitlock, la star di punta della Capitol, impegnato a girare un kolossal biblico, viene rapito e dai comunisti!

Ave, Cesare! sarà forse poco più di un divertissement metacinematografico ma per chi è appassionato di storia del cinema la perfetta ricostruzione della Hollywood anni ’50 è estremamente godibile.
Il periodo è ben contestualizzato: i primi anni ’50, cioè l’inizio del declino della grande Hollywood che continua a macinare la sua produzione e l’attenzione dei Fratelli Coen è soprattutto per le produzioni di genere, dai western canterini, ai film acquatici con Esther Williams, dai musical con Gene Kelly, ai kolossal che ruotano attorno alla figura di Cristo che pure rimane una semplice comparsa, filone molto diffuso negli anni ’50 con titoli che vanno da La Tunica a Ben Hur. Le commedie brillanti dirette dai registi di provenienza mitteleuropea di cui da un ottima caratterizzazione Ralph Fiennes, e le regine del gossip Luella Parson e Hedda Hopper qui interpretate dalle due gemelle rivali Thora e Thessaly Thacker, impersonate da una raffinatissima Tilda Swinton.
Non manca il riferimento al maccartismo visto dall’angolazione opposta: la banda di sceneggiatori sovversivi asserviti al divo del musical Burt Gurney che se ne andrà in Russia prelevato da un sottomarino sovietico in una scena surreale. Le motivazioni dei rapitori sono decisamente valide tanto che il divo beone rapito finirà per lasciarsi affascinare.
Sono tutti un po’ svitati a Hollywood ma come al solito nei film dei Coen è l’uomo comune che manda avanti la baracca, in questo caso la fabbrica del sogno americano ecco che allora il cowboy canterino che non ha nessun talento per la recitazione è l’unico a rivelarsi utile per Mannix, “l’uomo qualunque” dietro la Capitol: Mannix è un uomo estremamente concreto, religiosissimo e votato alla famiglia, con un’offerta di lavoro molto remunerativa che lui rifiuta per continuare a gestire i problemi assurdi della major che pure gli portano via tutto il tempo da dedicare alla famiglia, forse con la convinzione che il cinema è l’unica forma d’arte profondamente americana.