Notturno bus

Nello scontro tra agenti segreti di diverse organizzazioni per recuperare un microchip si trova coinvolta suo malgrado una ladruncola di passaporti che nella fuga coinvolgera’ un guidatore d’autobus sconvolgendogli la vita.

Notturnobus

Piacevole esordio nel lungometraggio di Davide Marengo che racconta una storia in grado di giocare coi toni grotteschi e noir con un pizzico di romanticismo, inserendo anche una bella scena d’azione tra due autobus che non sara’ al cardiopalma come negli action movie statunitensi ma si lascia comunque apprezzare.
Da sottolineare anche la scelta di mostrare una Roma notturna ed inconsueta, senza indugiare sui classici scenari da cartolina che invadono anche i film d’autore (penso in particolar modo ad Ozpetek).
Grande prova del cast: convincenti Mastrandrea e Fantastichini, piu’ bella che mai la Mezzogiorno che risalta in un ruolo finalmente leggero ma soprattutto il piacere di ritrovare Roberto Citran negli insoliti panni di cattivo, sempre perfetto anche se in piccolo cameo Antonio Catania.

a chi di dovere

Votazione Si avvicinano le elezioni amministrative e la buca delle lettere strabocca ogni giorno di piu’ di manifestini di propaganda elettorale che prelevo dalla cassetta postale per depositarli direttamente nel bidone della carta da riciclare, c’e’ solo un partito (di cui nella mia magniminita’ da par condicio tacero’ il nome) che si distingue gia’ dalle precedenti elezioni inviando volantini incellophanati, presumo sia una astuta mossa di marketing per attirare l’attenzione del ricevente, or bene a parte lo spreco e l’ulteriore inquinamento, sappi genio della comunicazione che noto il tuo volantino perche’ l’occhio mi cade sul simbolo mentre divido la carta dalla plastica e proprio lo stupido gesto in piu’ che devo compiere per cestinarti, piu’ ancora dello spirito ambientalista, mi induce a non votarti mai, neppure se tra le tue file ci fosse il piu’ grande statista del secolo e questa frase e’ un paradosso o una frecciatina.

L’uomo dell’anno

Luomodellanno Il comico televisivo Tom Dobbs, spinto dai suoi fan, decide di presentarsi come candidato per la presidenza degli Stati Uniti d’America e vince le elezioni, le prime svolte tutte elettronicamente grazie a un sofisticato software che sta facendo volare le azioni della azienda costruttrice, ma se il computer avesse sbagliato?

Una storia di onesta’ politica che riecheggia vagamente Frank Capra e che per essere raccontata ha bisogno di venire presentata quasi come una favola narrata dal manager di Dobbs, Jack Menken (un sempre sublime Christopher Walken, qui nei panni di un saggio fanfarone bloccato su una sedia a rotelle dall’enfisema).
E’ un film molto divertente che, senza mai spingere sulla satira, non risparmia battute anche raffinate sulla politica e sul costume non soltanto americani, infatti non manca un riferimento al nostro Parlamento con Cicciolina deputata; Robin Williams e’ ovviamente a suo agio nei panni del mattatore televisivo e riesce a non strafare con la sua gigioneria.
Il film si perde un po’ nella seconda parte dove lascia troppo spazio all’azione complottistica dell’azienda che vuole nascondere il guasto del suo prodotto ma nel complesso e’ un film godibile, che offre qualche interessante spunto di riflessione su questa bizzarra commistione tra comicita’ e politica che sta investendo il mondo occidentale.

The good shepherd – L’ombra del potere

Goodshepherd

Robert De Niro torna dietro alla macchina da presa a tredici anni di distanza dal suo esordio con un film,apparentemente molto diverso dal precedente Bronx: si tratta di una pellicola ambiziosa che cerca di raccontare la storia della CIA dalla nascita fino al 1964, quando fallisce il tentativo di ingerenza americana nella rivoluzione cubana.
Cupo e a tratti irrisolto, a questo film andrebbe riconosciuto se non altro il merito di tener desta l’attenzione dello spettatore per le tre ore di un racconto fiume dalla sceneggiatura spezzettata in flashback e con un intrigo giallo da svelare, ma a mio parere la pellicola riesce anche a miscelare bene le vicende private del protagonista con l’epopea della Storia.
Edward Wilson, che seguiamo dalla sua brillante carriera universitaria diventa uno dei primi agenti segreti americani, ma la figura della spia dipinta in questo film e’ ben diversa da quella dello 007 tutto azione e bella vita solitamente protagonista al cinema: qui siamo di fronte a un burocrate dell’Intelligence che sacrifica tutta la sua esistenza in nome di un bene superiore, quello della Nazione.
Il protagonista sceglie di dedicare la sua vita al controspionaggio per riscattare l’onta del padre, ufficiale di marina che si era suicidato per esser venuto meno al suo dovere, questa decisione condizionera’ tutta la sua vita, non solo lavorativa ma anche sentimentale, costringendolo a rinunciare alla donna della sua vita, per sposare una bella ragazza del suo ambiente che ha messo incinta; quindi come in Bronx a De Niro sta a cuore analizzare il rapporto padre-figlio, approfondendo due aspetti della vita di Edward: il suo bisogno di riscattare il padre che condizionera’ il rapporto con il figlio.
Un altro aspetto che il film esamina e’ quello dell’amicizia, quella sui generis che nel corso degli anni Edward instaura con il suo corrispettivo russo, Ulysses, fatto di drammatici tranelli ma anche di coperture perche’ i nemici di oggi possono essere gli amici di domani, ma in realta’ solo l’antagonista che vive lo stesso genere di vita puo’ capire un’esistenza fatta di segreti e un continuo guardarsi le spalle che porta a una sottile paranoia, ben sottolineata dal tono noir del film.
Forse un po’ troppo artefatta la regia di De Niro che si diletta in qualche manierismo (le inquadrature sghembe) mentre il film avrebbe richiesto uno stile piu’ asciutto, molto belle le scene di raccordo per cui da immagini di repertorio si entra direttamente nelle scene del film.

Erich Von Stroheim

Stroheim 50 anni fa, il 12 maggio 1957 moriva a Yvelines, in Francia, Erich Von Stroheim, geniale e bizzara personalita’ del cinema muto, e non solo, famoso come the man you love to hate.
Nato a Vienna nel 1885, figlio di un borghesissimo cappellaio, fin da giovane Erich Oswald Stroheim subisce il fascino del mondo aristocratico e militare, e quando si trasferisce in America nel 1909 ben presto si avvicina al mondo della cinematografia hollywoodiana, presentandosi come il conte Conte Erich Oswald Hans Carl Maria Stroheim di Nordenwald, ufficiale dell’esercito austroungarico il che gli valse la fame di esperto in questioni belliche e spesso il ruolo di militare.
Gli esordi nel cinema nel 1915 avvengono comunque come stunt-man in particine non
accreditate tra questi ruoli va segnalata la sua partecipazione ad Intolerance di D.W. Griffith.

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Dopo aver vestito diverse volte i panni del perfido ufficiale austroungarico nei film di propaganda bellica del primo conflitto mondiale , celebre il suo ruolo in Cuori del mondo di Griffith (1918) dove tenta di violentare Lilian Gish in cerca del fidanzato sui campi di battaglia, Stroheim passa alla regia e nelle sue opere mette alla berlina i vizi del bel mondo europeo mettendo in scena triangoli amorosi che hanno per protagoniste signore dell’alta societa’ corteggiate o sedotte da cinici seduttori da lui stesso interpretati, come in Mariti ciechi la sua prima regia del 1918 che ebbe un grande successo e in Femmine Folli (1922) dove la messa alla berlina della decadenza europea tipica del regista raggiunge il suo apice facendo di Stroheim uno dei piu’ quotati autori del cinema muto, nel 1925 gira il suo capolavoro Greed dove, con il suo stile estremamente realista e al contempo allegorico, il regista sposta il suo sguardo dal bel mondo europeo al ceto medio-basso americano ma nonostante questo per l’autore il motore dei destini umani e’ sempre il denaro. Pellicola lunghissima, dai costi esorbitanti e dalle scene proibitive (la scena finale fu veramente girata nella Death Valley) Greed e’ ricordato come Il piu’ bel film mutilato della storia del cinema : dalle originarie otto ore di lunghezza i produttori arrivarono a mettere in circolazione una versione di soli 100 minuti che pero’ conserva la potenza delirante del cinema di von Stroheim.

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Queen Kelly del 1928 viene addirittura bloccato dai produttori per i costi altissimi e per la forte valenza erotica della pellicola, con la scusa che il film non avrebbe retto il confronto con i nuovi film sonori e l’avvento del sonoro diviene la scusa ufficiale per non produrre piu’ i film di questo regista visionario e battagliero, cosi’ a partire dai primi anni’ 30 Stroheim ritorna al ruolo di attore con esiti sempre molto buoni ma incastonando in questa sua seconda vita cinematografica due perle assolute della storia del cinema: il ruolo del capitano von Rauffenstein ne La grande illusione di Jean Renoir del 1937 e il marito maggiordomo di Norma Desmond, Max von Mayerling in Viale del tramonto.

Pensieri Notturni

Pensierinotturni

Una raccolta di pensieri e poesie di Marlene Dietrich curata dalla figlia, Maria Riva, che appartengono all’ultimo periodo della vita dell’attrice (scomparsa il 6 maggio 1992), ormai ritiratasi dalle scene.
Pare che Marlene soffrisse di insonnia e sublimasse le ore di veglia notturna scrivendo ricordi ed emozioni su un taccuino che teneva sempre vicino al letto per questa evenienza. Nel 2005 la figlia ha raccolto e pubblicato questi testi, editi in Italia da Frassinelli in un elegante volume che accompagna belle fotografie d’epoca agli scritti dell’attrice.
Si tratta di poesie e frammenti di ricordi riguardanti i personaggi del mondo del cinema, dell’arte o della storia che Marlene ha conosciuto: dal General e Patton a Erich Maria Remarque passando per Giacometti, da Charlie Chaplin a Joseph von Sternberg, da Jean Gabin a Orson Welles, solo per citare i piu’ celebri.
Un libro da comodino, da sfogliare e riprendere in mano piu’ volte, inedito sprazzo di luce sull’animo di una grande diva.

La vie en rose

La prima cosa da dire è che il titolo originale e’ La mome (la ragazzina, la piccolina) e non La vie en rose, ci tengo a sottolinearlo perché, se uscendo dalla sala dopo aver visto il film, l’occhio cade sulla locandina, si nota la sadica ironia che nasconde questo titolo, dati i momenti della vita di Edith Piaf che il regista ha scelto di raccontare e cioe’ la tragica infanzia, la tragica morte del suo grande amore e la devastante agonia degli ultimi anni. Di Yves Montand si sussurra solo il nome verso la fine, come avviene per Cocteau, degli altri artisti con cui la Piaf ebbe collaborazioni e del suo peso sulla cultura del Novecento si sorvola bellamente, per cui se una persona si approcciasse per la prima volta a Edith Piaf tramite questo film, potrebbe pensare che la Piaf sia una Mina d’Oltralpe, molto piu’ sfigata della nostra tigre di Cremona, ma forse sono io che parto da un presupposto sbagliato: che il genere biografico, che difficilmente offre opere di grande qualita’, abbia un intrinseco intento pedagogico, un po’ l’equivalente delle pitture nelle chiese medievale, le cosiddette, “Bibbie per i poveri”; invece il successo del genere biografico deriva principalmente dal piacere di vedere quanto un attore riesce nell’opera di immedesimazione con il protagonista, imitandolo alla perfezione e in questo La vie en rose centra l’obbiettivo e da qui derivano le critiche piu’ che positive che l’hanno accompagnato in sala.


Lavieenrose

Personalmente lo trovo un film pessimo, non solo per aver completamente messo da parte la componente intellettuale dell’esistenza della Piaf ma anche per il modo in cui e’ stato raccontato il film, con una morbosa attenzione ai dettagli piu’ lacrimevoli della vita della cantante che rendono il lavoro stucchevole ed irritante quanto un servizio de La vita in diretta: la commozione non scatta mai e il cumulo di episodi tragici e‘ tale che ogni volta che inizia un nuovo capitolo si teme che l’inquadratura seguente porti morte e stridor di denti: angosciante!


Lamome

Dovrebbero consolare le canzoni della potente voce della Piaf ma a parte qualche rara esibizione originale tutte le canzoni sono state ricantante da una cantante che imita fedelmente l’artista, pero’ assicuratevi di vedere questo film in una sala che sapete avere una buona acustica: i gorgheggi a piena voce durano quanto il film e non vengono troppo sfumati durante i dialoghi per cui l’emicrania e’ assicurata, e’ d’uopo fare un’operazione di disinquinamento acustico leggendo tutti i titoli di testa che sono accompagnati da un semplice sottofondo musicale, oltre a riavervi, sara’ l’unico modo per sapere, in questo film, che la Piaf e’ anche autrice di gran parte dei suoi successi.

Le vite degli altri

Lavitadeglialtri L’esordio del regista tedesco Florian Henckel von Donnersmarck e’ davvero ottimo e mai statuetta come miglior film straniero agli Oscar fu piu’ meritata, avendo dato l’opportunita’ di una discreta distribuzione alla pellicola che altrimenti dubito saremmo riusciti a vedere.
La vicenda e’ ambientata a Berlino Est nel 1984 (quanto casuale la scelta di questo anno in un film che parla di controllo della societa’?) e il capitano Wiesler e’ davvero un perfetto elemento della STASI, la polizia segreta che controlla il paese: egli e’ convinto che anche le torture psicologiche siano per il bene della nazione, la sua fede nell’ideologia inizia a vacillare quando gli viene affidato il caso del drammaturgo Dreyman, messo sotto controllo per volere del viscido ministro della cultura Bruno Hempf che ha una relazione con la compagna dell’intellettuale, Christa-Marie Sieland, un’attrice costretta ad accettare le avance del ministro per poter continuare a recitare. Wiesler si accorge, e noi con lui, di quanto sia squallido e meschino l’abuso di potere, esercitato il piu’ delle volte per il puro piacere di umiliare gli altri o soddisfare i propri sfizi. Durante questa indagine il capitano ha anche modo di capire cosa spinge alcuni intellettuali a resistere ai soprusi del potere anche se questo li porta a rischiare la loro carriera e questo spinge Weisler a mettersi in gioco a sua volta.
C’e’ una chiara spaccatura nel film tra chi si vende per il potere: il ministro, l’ambizioso capo di Wiesler, persone che cadono sempre in piedi e chi si ribella: persone descritte senza retorica, anzi dipinte quasi come dei loosers senza appello, nel mezzo c’e il personaggio di Dreyman, che pur aiutando la resistenza non si espone piu’ di tanto e l’unica volta che compie un gesto forte, concreto trova sulla sua strada un angelo, anzi una persona buona che lo protegge.
Eccellente la ricostruzione storica della Berlino Est degli anni ‘80: oltre alle scenografie e agli oggetti d’epoca, anche la fotografia riesce a ricreare sapientemente l’atmosfera fredda e cupa di quel periodo. La pellicola e’ sempre compatta, non ci sono mai cadute di ritmo che resta sempre piuttosto teso (anche se si tratta di una tensione ben diversa da quella dei thriller americani). Ho trovato notevole anche la regia, mi ha colpito in particolar modo la messa in scena dello spionaggio: in tutta questa parte del film il regista gioca molto con il fuori fuoco, tenendo a fuoco solo la persona che parla a sottolineare ulteriormente l’attenzione morbosa dell’intercettazione che si concentra sul singolo dettaglio dimenticando il contesto.

Un requiem per Pietro Guerra

Pietroguerra Dovrebbe essere stata girata ieri mattina la scena della morte di Pietro Guerra, uno dei personaggi piu’ amati del serial La squadra il che fa presupporre che la morte del nostro eroe avverra’ alla fine di questa ottava serie e cioe’ nella tranche dopo la pausa estiva, dato che in una delle ultime puntate andate in onda si potevano scorgere ancora i negozi con gli addobbi natalizi.
Pietro Guerra non e’ mai stato uno dei miei personaggi preferiti: troppo perfettino per i miei gusti, piu’ vicini a personaggi cinici come Pettenella, alla puntigliosita’ della Veneziani o ai cani sciolti come Sciacca, nonostante le simpatie personali, la decisione di eliminare un personaggio cosi’ fondamentale per l’economia del telefilm mi fa presagire un triste futuro per le nuove stagioni che andranno incontro a un cambio di format , ed e’ un peccato perché anche questa ottava serie si e’ mostrata all’altezza delle precedenti raccontando storie molto vicine all’attualita’ e la scena dell’asta delle commesse sartoriali sembrava quasi una citazione di quanto raccontato in Gomorra da Roberto Saviano.

aggiornamento
per sapere com’e’ andata l’ultima puntata clikka qui

Bruci la citta’

E’ uscita da una settimana ed e’ gia’ un tormentone la nuova canzone di Irene Grandi, scritta con insieme a Francesco Bianconi dei Baustelle: non sono una grande fan ne del gruppo senese ne’ di Irene Grandi e l’unica cosa che mi diverte davvero e’ questa apoteosi del congiuntivo, quasi un canto funebre del modo verbale che va sempre piu’ scomparendo, visto che in radio due volte su tre sento annunciare “brucia la citta’”, a proposito nella prima strofa non dovrebbe esserci un rimanga invece di rimani?

Bruci la città
e crolli il grattacielo
rimani tu da solo
nudo sul mio letto.

Bruci la città
o viva nel terrore
nel giro di due ore
svanisca tutto quanto
svanisca tutto il resto.

E tutti quei ragazzi come te
non hanno niente come te
io non posso che ammirare
non posso non gridare

che ti stringo sul mio cuore
per proteggerti dal male
che vorrei poter cullare
il tuo dolore il tuo dolore.

Muoia sotto un tram
più o meno tutto il mondo
esplodano le stelle
esploda tutto questo

muoia quello che è altro
da noi due almeno per un poco
almeno per errore.

E tutti quei ragazzi come te
non hanno niente come te
io vorrei darmi da fare
forse essere migliore

farti scudo con il mio cuore
da catastrofi e paure
io non ho niente da fare
questo e quello che so fare

Io non posso che adorare
non posso che leccare
questo tuo profondo amore
questo tuo profondo amore