Man on the moon

Manonthemoon

USA 1999
con Jim Carrey, Danny De Vito, Courtney Love, Gerry Becker, Marilu Henner
regia di Milos Forman

Non si puo’ partire che dai titoli di coda che scorrono all’inizio del film per entrare nel mondo sfasato di Andy Kaufman, intrattenitore americano dei tardi anni ’70. Viene solitamente definito un comico perché nasce con il Saturday Night Live, ma Kaufman preferisce definirsi show-man, e la sua intenzione e’ quella di portare a galla, in chi assiste ai suoi spettacoli, le emozioni piu’ sopite, da qui silenzi, verita’ svelate con tanto candore da risultare assurde e burle costruite su continui colpi di scena studiati a tavolino, tanto che anche la sua vita reale diviene un
miscuglio di realta’ e finzione in cui non ci si raccapezza più.




Man on the moon


L’affascinante film di Forman sulla vita dell’eversivo show man Andy Kaufman e’ accompagnato da brevi extra su disco solo in lingua inglese senza sottotitoli e anche l’extra cartaceo che accompagna il DVD non è, a mio parere, del tutto esauriente: il personaggio di Kaufman e’ poco noto fuori dai confini americani e l’allegato non
offre un’ adeguata nota biografica ma preferisce rimandare il lettore ad alcuni siti internet.
Man on the moonAndy fu protagonista di una sit-com, Taxi, che se non erro fu trasmessa anche in Italia, ma neppure su questa notizia ho trovato informazioni esaustive. Insomma l’esperienza con questi extra e’ deludente e frustrante come un happening di Kaufman, (ho reimpostato lingua e sottotitoli diverse volte, pensando che fosse il mio lettore ad avere problemi, rivivendo la scena del film in cui il comico monta il suo special con le immagini che saltano per far credere allo spettatore che sia la sua tv ad esser guasta) senza la soddisfazione di prestarsi a un intelligente gioco mediatico.
Il secondo DVD della serie DVD Cult di Film Tv, si e’ rivelato un po’ deludente.

L’intervista a Mel Gibson

Ieri sera, su Italia1, invece diMai dire grande
fratello
, hanno trasmesso l’intervista che Mel Gibson ha rilasciato tempo fa
a una giornalista televisiva americana a proprosito de La passione di
Cristo
: diciamo che, pur con caratterisitche diverse, sempre di spettacolo
comico si trattava.
Innanzitutto Mel Gibson e’ uno psicopatico tale e quale
al Martin Riggs di Arma Letale: alle domande sulle uscite antisemite del
padre (l’olocausto non fece 6 milioni di vittime perche’ i nazisti non avevano
benzina sufficente per alimentare cosi’ tanti forni crematori) il nostro invita
la giornalista a lasciar cadere l’argomento con un "non provarci, Dyane, non ti
conviene", che neppure Don Vito Corleone avrebbe mai osato dire davanti ai
media.
Per quanto riguarda le sue posizioni sull’antisemitismo, il nostro non
ce l’ha con gli ebrei per il semplice motivo che la sua religione (cattolica)
glielo vieta: sono uscite anche delle encicliche papali che invitano a non
prendersela con il popolo ebraico. Devo dire che questa e’ la prima volta che la
sento, peccato che, pochi minuti dopo e’ risultato che della posizione
altalenante del Papa su La passione di Cristo Mel Gibson se ne impipi
altamente: e io che ero rimasta ai tempi del catechismo in cui insegnavano che
uno dei dogmi della religione cattolica era credere ciecamente nelle parole del
Papa che era l’incarnazione terrena di Cristo!
Per quanto riguarda i canoni
strettamente cinematografici, Mel liquida tutti i precedenti Gesu’ portati sullo
schermo come stereotipi dai" capelli lunghi biondi, effeminati, senza
personalita’"; che dire.. a parte che anche il suo Cristo e’ capellone, in
quelle poche inquadrature che non e’ pestato a sangue io avevo trovato una certa
somiglianza con il Gesu’ di Nazareth di Zeffirelli, per cui Giboson e’
stato Amleto.
So che dovrei ignorare questo film e non farmi coinvolgere
nella bagarre di provocazioni che suscita, ma non riesco a tacere davanti a un
opera di livello artistico mediocre, latrice di un pericoloso messaggio: che una
violenza cosi’ estrema sia giustificabile per amore: piu’ dei pianti e delle
conversioni in sala mi preoccupa un probabile spirito d’emulazione che
porterebbe anche l’America a dotarsi dell’unica arma che ancora non possiede: il
kamikaze spinto da furore religioso. Spirito d’emulazione che ha portato
Mediaset a rimontare il trailer di Ben Hur, un classico da festivita’
religiose di Rete4, eliminando la famosissima scena delle bighe e montando solo
le (poche) scene inerenti alla crocifissione, speriamo che sia solo una
moda.

Auto spam

Renzo mi
ha regalato uno spazio sul suo blog dal titolo altisonante che farebbe schiatta’
d’invidia pure Ghezzi, per non far sentire troppo inferiore il nostro con il suo
miserello Fuoriorario(mi riferisco sempre e solo al titolo) ho iniziato
con Taris,
corto di Jean Vigo che solo Enrico Ghezzi poteva darci modo di vedere.

Compleanni vip

Pullulera’ di feste la notte hollywoodiana?
Facile
imaginarlo visto che oggi Russel Crow festeggia i suoi primi 40 anni, magari
nella natia Nuova Zelanda tra le sue amate mandrie

Jackie Chan arriva al giro di boa dei
cinquanta

e Francis Ford Coppola compie 65 anni , almeno
gli hanno fatto gli auguri la notte dei Telegatti?

Ole’!

Torof_1Barcellona e’ la prima citta’ spagnola ad essersi pronunciata contro la corrida.

Grande prova di civilta’ di un popolo per cui la tauromachia e’ una
tradizione millenaria.
Il confronto con la moda del reality show esploso in
Italia in questa stagione televisiva e’ d’obbligo: e’ fondamentale l’imperativo
che vuole lo sfruttamento animale per "riportare al successo" gente come
Pappalardo? Le cucarache secondo voi, sono felici di farsi spiaccicare contro le
tettone rifatte di Brigitte Nielsen? E non voglio pensare ai poveri animali de
La fattoria!

Gabriella Ferri

002Morta sabato scorso perche’ caduta accidentalmente o
volontariamente (e’ poi cosi rilevante?) dal settimo piano, Gabriella Ferri e’
da allora protagonista di triburi ed omaggi da parte di qualsiasi programma
televisivo, che vanta la sua ultima partecipazione e il fatto di non averla
dimenticata. Questa ipocrisia e’ vergognosamente irritante: fa rimpiangere il
tempo in cui gli artisti non venivano seppelliti in terra
consacrata.

Auguri, Marlon!

Da almeno una settimana i media ci ricordano che oggi cade
l’ottantesimo compleanno di un mito vivente: Marlon Brando; peccato che
l’attenzione sia piu’ rivolta alla sua linea e alle sue tristi vicissitudini
famigliari, dimenticando il ruolo che l’anticonformismo di Brando ha avuto nella
storia della recitazione e del cinema.

Leningrad Cowboys go America

        Nella
tundra finnica uno sgangherato gruppo folk viene provinato da un
impresario che consiglia loro di recarsi in America: la’ mandano giu’
ogni stronzata. Con queste premesse i Leningrad Cowboys guidati dal
loro manager Vladimir si mettono in viaggio per conquistare gli States,
con i risparmi del nonno che li sovvenziona a patto di portarsi dietro
anche il bassista, congelatosi perche’ aveva trascorso tutta la notte
precedente l’audizione provando all’aperto.
Ma la musica del gruppo non piace nemmeno a Nueva York (sic!), cosi’
l’impresario americano li spedisce a suonare all matrimonio di un
parente in Messico e li’, dopo aver attraversato tutti gli Stati Uniti
e aver imparato il rock’n’roll, i Leningrad Cowboys troveranno il
giusto successo e lo scongelamento del bassista.


Assurdo  road movie dall’umorismo stralunato, Leningrad cowboys go America e’ il primo successo internazionale di Aki Kaurismaki. Che il regista
finlandese abbia una grande passione per il cinema muto lo conferma Juha
i suo lavoro senza sonoro del 1999; ma gia’ questo film puo’ essere
letto come una comica, con didascalie ironiche e fulminanti e con brevi
dialoghi una volta tanto resi intelligentemente in italiano da
doppiatori dal forte accento nordico.
Dietro la comicita’ surreale si nasconde una feroce satira contro gli
Stati Uniti, o meglio contro il mito americano: il regista ci mostra
solo i bassifondi delle citta’ statunitensi, con immensi cimiteri
d’auto e fabbriche vetuste. La pellicola non e’ certo tenera neppure
con l’Unione Sovietica, allora agli inizi della disgregazione (il film
e’ del 1989) ed e’ impressionante rivedere oggi come in poche scene
Kaurismaki abbia previsto la parabola politica degli ultimi presidenti
russi: stufi dell’oppressione del loro manager che li sfama con un
sacchetto di cipolle o un sedano mentre lui va a rimpinzarsi al
ristorante, i Leningrad Cowboys lo legano e ridistribuiscono il denaro,
ma l’incaricato di procurare il cibo spende per se’ i soldi e con un
colpo di scena Vladimir (che alla fine del film sparira’ nella notte
del loro successo senza lasciare traccia) ritorna al comando mentre una
didascalia proclama il ritorno della democrazia.
La collaborazione del regista con il gruppo continua nel 1994 con Leningrad Cowboys met Moses e con il documentario del ’93 Total Balalaika Show
che testimonia lo spettacolare concerto tenuto dai Leningrad Cowboys
in collaborazione con il coro dell’Armata Rossa: tutt’e due i film sono
in programmazione la prossima settimana al Centro Culturale Edison  di Parma.
Per quanto riguarda il gruppo, i ragazzi, sempre con le improbabili
scarpe a punta e il cuiffo ad unicorno, sono ancora in pista e sul loro
sito ufficiale  troverete, in lingua inglese, notizie delle nuove mirabolanti avventure. 

The Tiger’s Coat

TheTiger'sCoat

Pelle di tigre viene annoverato nella storia del cinema
muto non tanto per le sue qualita’ artistiche, ma perche’ unica prova
sopravvissuta alle ingiurie del tempo della parentesi attoriale di Tina Modotti.

Usa 1920,
con Tina Modotti, Lawson Butt, Myrtle Stedman, Frank Weed
regia di Roy Clements

In una notte di bufera a La Classe, nella California del Sud, bussa alla porta del ricco scapolo Alexander Mac Allister una misteriosa fanciulla, latrice di una lettera di presentazione di un vecchio amico. Scambiandola per la figlia di costui, il giovane gentiluomo se ne prende cura, nonostante la sua carnagione sia la piu’ scura che abbia visto in una ragazza scozzese. Tra i due nasce l’amore, ma un rivale in affari insospettito dalla provenienza messicana della giovane fa compiere delle indagini e la vigilia delle nozze rivela al promesso sposo l’inganno di cui e’
stato vittima.
Mac Allister si reca dalla fanciulla per avere spiegazioni ed
ella confessa di essere la serva della figlia del suo amico, morta come il padre
per un’epidemia di febbre gialla. Indirizzata in California dalla padrona in
punto di morte, al suo arrivo non aveva avuto il coraggio di chiarire l’equivico
in cui si era trovata. Non avendo ottenuto il perdono dal suo amato che non puo’
legarsi a una peona di umili origini, la ragazza abbandona la casa della
famiglia che le faceva da chaperon. Quando nel promesso sposo l’amore vince
l’orgoglio della razza (sic!) ella ha gia’ intrapreso una carriera di danseuse,
ma il destino vuole che il debutto dello spettacolo avvenga proprio a La Classe
cosi’ i due giovani possono finalmente ricongiungersi.


Thetiger'scoat

Si tratta di un melodramma arzigogolato e senza nessun rillievo tecnico, se non quello di testimoniare una produzione medio-alta del tempo. Che fosse a disposizione un
budget costoso lo testomoniano le didascalie che spesso ribadiscono i concetti
delle scritte con disegni molto curati, come le molte scenografie utilizzate,
sia d’interni che d‘esterni.
Colpisce la storia d’amore basata su una
differenza razziale improponibile ai nostri giorni; interessante invece il fatto
che il flash back non sia introdotto da dissolvenze o tendini, quindi gia’ nel
1920 era un liguaggio filmico perfettamente comprensibile agli spettatori.
La
copia restaurata dalla Cineteca del Friuli, ha ricostruito perfettamente i
viraggi che all’epoca sostituivano il colore che non era ancora stato inventato,
a parte l’esperienza di Melies, che faceva dipingere a mano la pellicola. I
bagni di colore in tinte calde, aranciate venivano scelte per gli interni, per
restituire il calore delle pareti domestiche, mentre gli esterni venivano virati
in toni freddi, azzurrati.
Per quanto riguarda la breve esperienza
hollywoodiana della Modotti, che sui giornali dell’epoca veniva lanciata come
una bellezza sensuale ed esotica (ed infatti nel film non le si risparmia una
danza orientaleggiante su un palco adornato da tre budda) bisogna dire che ha
una recitazione piu’ contenuta di quella delle divine del muto: meno esagitata e
sbracciata, cerca una recitazione, per quanto possibile ai tempi, piu’
incentrata sull’espressivita’ del volto, confermando cosi’ la sua modernita’
artistica che si esprimera’ definitivamente della fotografia.