Paterson

Patersonloc

Una settimana della vita del trentenne Paterson, autista di autobus nella città di Paterson, New Jersey.
Una vita tranquilla: una moglie, Laura, un cane, un bar dove andare a bere una birra tutte le sere, ritmi di vita talmente consolidati che non c’è neppure bisogno di puntare la sveglia per alzarsi la mattina.
Abitudinario ma felice Paterson si nutre di poesie, quelle che scrive sul suo taccuino segreto, senza nessuna ambizione di fama, solo per restare in contatto con sé stesso.

La maggior parte dei film di Jim Jarmush racconta storie minimali e un po’ strambe che si riflettono anche nello stile di ripresa: macchina frontale o diagonale, ripresa fissa o qualche carrello che, come quando parte come nel sottofinale di Paterson, ti emoziona più dell’elaborato piano sequenza del momento.


Paterson

Nulla di nuovo, apparentemente se non fosse che Paterson è il film più zen degli ultimi anni, dove la poesia delle piccole cose è raccontata con poesia (scusate la ripetizione ma in fondo l’anafora linguistica e stilistica è la cifra del film) e spiega come può dare se non la felicità, quanto meno la più necessaria serenità.
Un film che dimostra meglio del più venduto manuale motivazionale come il nutrire le proprie passioni, vulcaniche come quelle di Laura o delicatamente intime come quelle di Paterson, rappresenti il vero io di una persona, molto più del suo lavoro o del suo status sociale: lo dimostra il piccolo (!) dramma famigliare che getta giustamente il protagonista nello sconforto di aver perso sè stesso ma gli dà anche l’occasione per nuovi incontri e ritrovare la sua inossidabile serenità.


Patersonbar

Anche la città Paterson è protagonista del film, con il suo fascino decadente fatto di vecchie fabbriche abbandonate senza nessuna prospettiva di riqualificazione, la cascata incastonata nell’ex tessuto industriale, un passato glorioso di personaggi celebri che sono passati di lì e che ora sopravvivono solo sul muro del bar di Doc.

Marco Nereo Rotelli – Poetry. Parola d’artista

Nato a Venezia nel 1955, Marco Nero Rotelli e’ uno dei piu’ interessanti artisti italiani che sviluppa la sua ricerca artistica nell’ambito della parola (intesa come segno, glifo) e della poesia, collaborando con tantissimi poeti, compresa Fernanda Pivano, omaggiata con un’istallazione in Corso Buenos Aires dal titolo “Le parole dell’amore”.
Milano celebra l’artista con una mostra molto suggestiva che occupa gli spazi espositivi della Rotonda della Besana e Palazzo Reale. Sono rimasta molto colpita dall’allestimento di questa seconda sezione chiamata Di-segni d’Oriente e d’Occidente: luci molto basse che puntano direttamente sulle opere di Rotelli. Nelle teche i collage su fogli scritti dal poeta Adonis in arabo, lingua il cui aspetto ornativo e’ lampante, e le celebri porte d’oro di cui l’ambiente soffuso sottolinea l’aspetto mistico del fondo oro che riprende gli stilemi bizantini ed altomedievali mentre i simboli dei vari alfabeti creano una dimensione quasi esoterica. Avendo la sottoscritta una passione per le lingue straniere che parte dalla fascinazione per alfabeti diversi dl nostro, non posso che rimanere ammaliata da un percorso artistico che si sviluppa attraverso questo linguaggio di segni.
Gran conclusione mercoledi’ 29 settembre alle 21,00 con l’evento “Orbita teatrale. Parola in luce” proiezione di giochi di luce (altro aspetto artistico indagato da Rotelli) sulla facciata di Palazzo Reale.

Marconereorotelli

Marco Nereo Rotelli – Poetry. Parola d’artista
dal dal 19 luglio al 29 settembre 2010

Rotonda di via Besana
Palazzo Reale
Milano