Ho visto recentemente the eye , discreto film giapponese dai molteplici riferimenti al cinema nostrano: dallo strausato topos dell’impianto di parti di corpi altrui che mantengono la coscienza della personalità precedente, a the mouthman profecy a il sesto senso. La mia riflessione verte proprio su questo nuovo filone inaugurato con il sesto senso e proseguito con the others, per citare i titoli più eclatanti. Da sempre l’horror è una delle vie preferenziali per raccontare forme di disagio: negli anni’80 il genere era caratterizzato in particolare dall’angoscia giovanile: la paura di crescere e del sesso, ecco allora tutta una serie di splatter ambientata in college, e altri luoghi studenteschi, o comunque giovanili che culminò nel poco noto, ma emblematico society -the horror del 1989. Con il sesto senso è nato un nuovo archetipo del terrore: la figura del fantasma che non sa o non accetta di essere tale e lotta disperatamente per farsi riconoscere e mantenere le peculiarità della sua esistenza terrena. In epoca di folle rincorsa verso l’eterna giovinezza è quasi banale leggervi un rifiuto della morte; vi si può scorgere un sottotesto più nascosto ed inquietante se pensiamo che la misura della nostra esistenza è data dal riconoscimento che gli altri fanno al nostro lavoro e dalla nostra posizione sociale: quindi non è forse la vita che i protagonisti temono di perdere ma il loro prestigio, finendo ai margini della società, diventando degli invisibili, come sottolinea anche il programma della jena Marco Berry.