Kitty Foyle, ragazza innamorata

Kitty Foyle
USA 1940 RKO
con Ginger Rogers, Dennis Morgan, James Craig, Eduardo Ciannelli, Ernest Cossart, Gladys Cooper, Eduardo Ciannelli, Odette Myrtil
regia di Sam Wood


Kittyfoyle


La stessa notte in cui il fidanzato, un solido pediatra, le chiede di sposarla, compare alla porta di Kitty Foyle il suo grande amore, un rampollo dell’alta società di Filadelfia con cui si era anche brevemente sposata ma che non aveva saputo ribellarsi ai diktat della famiglia, ora Wyn le chiede di fuggire con lui: dove si troverà Kitty a mezzanotte? Sul molo con Wyn o alla cappella per il matrimonio notturno con Mark?

Sostanzialmente il film che lancia la carriera di Ginger Rogers alla fine del sodalizio con Fred Astaire: non il primo film in “solitaria” ma l’oscar vinto come migliore attrice protagonista per il ruolo di Kitty Foyle costruisce la reputazione dell’attrice che compare, nella rievocazione delle sue vicende personali nei panni di una quindicenne con le treccine anticipando così il ruolo di Frutto proibito di Billy Wilder dove la trentenne attrice si finge una dodicenne.
Kitty Foyle, ragazza innamorata è un film sentimentale sempre in bilico tra commedia e melodramma, Dalton Trumbo, nominato all’Oscar per la miglior sceneggiatura, edulcora un po’ troppo la critica sociale insita nell’omonimo romanzo di Christopher Morley uscito nel 1939
Personalmente non ho molto apprezzato la pantomima iniziale, tra l’altro nemmeno interpretata dalla protagonista: il film si apre introducendo Kitty come un’esponente della classe sociale colletti bianchi (gli impiegati) e per spiegare cos’è questa recente classe sociale si salta all’inizio del secolo mostrando la vita di una giovinetta di buona famiglia che sposa lo spasimante che si azzardato a baciarla, gestisce il budget famigliare ma non contenta diventa suffragetta e così i pari diritti si trasformano nella scortesia sul tram da parte degli uomini mentre a inizio ‘900 era tutto un cedere il posto e al duro lavoro segue la “malinconia delle 17,30” cioè la tristezza di non avere un fidanzato con cui metter su famiglia, un’apertura davvero prolissa e patriarcale su cui posso esprimermi poco dato che non conosco il romanzo originale.
In ogni caso la nostra Kitty non soffre certo della suddetta forma di malinconia visto che la sua vita è divisa da anni tra due spasimanti e il caso la mette davanti alla scelta definitiva nella stessa notte.
La coscienza di Kitty si palesa allo specchio, unico guizzo passabile in una regia altrimenti piatta e rievoca tutta l’esistenza della ragazza: l’adolescenza a Filadelfia, incantata dagli eventi mondani della città, l’abbandono degli studi per colpa della Grande Depressione, l’incontro con Wyn, ovvero Wynnewood Strafford VI, con cui inizia una relazione che non si concretizza per il divario sociale. Alla morte del padre Kitty si traferisce a New York e qui incontra Mark, giovane medico spiantato che le fa una corte serrata ma il cuore di Kitty è sempre per Wyn che finalmente torna e le chiede di sposarlo, il matrimonio però è osteggiato dalla famiglia snob di lui che vorrebbero far terminare gli studi a Kitty, darle un’infarinatura di buone maniere e poi ricelebrare le nozze in pompa magna ma l’orgogliosa ragazza irlandese non ci sta così chiede il divorzio ma si scopre incinta e contemporaneamente scopre che Wyn ha ceduto e si è sposato con una ragazza del suo ceto, Kitty perde il bambino, in un viaggio per lavoro a Filadelfia incontra anche la moglie di Wyn con un figlioletto che avrebbe l’età del suo, insomma nulla viene risparmiato alla povera fanciulla innamorata che alla fine capisce la solidità di Mark che è diventato pediatra e le è sempre stato accanto e preferisce il matrimonio alla fuga con il grande amore di gioventù.
Una scelta anche sensata visto che Wyn è dipinto come uno smidollato che non sa mai prendere posizione ed è succube delle regole di famiglia ma tutto il film è intriso di continue allusioni all’importanza del matrimonio nella vita di una donna quindi anche la scelta di Mark diventa un po’pesante, non dettata certo da un grande sentimento

Nosferatu, il principe della notte

Nosferatu: Phantom der Nacht
Germania, 1979
con Klaus Kinski, Isabelle Adjani, Bruno Ganz, Roland Topor, Walter Ladengast, Dan Van Husen, Jan Groth, Carsten Bodinus, Martje Grohmann, Rijk de Gooyer, Clemens Scheitz, Lo van Hensbergen, John Leddy, Margiet van Hartingsveld, Jacques Dufilho
regia di Werner Herzog


Nosferatuilprincipedellanotte


L’agente immobiliare Jonathan Harker viene inviato in Transilvania per vedere un’immobile al conte Dracula, uno strano individuo che vive in un castello solitario che suscita il timore del popolino. Harker si ritrova quasi prigioniero del conte che lascia improvvisamente il castello quando vede una miniatura di Lucy, la moglie di Harker. L’uomo fugge dal castello ma riesce a raggiungere Wismar solo dopo che la nave di Dracula è già giunta in porto con il suo carico pestilenziale. Mentre la città sprofonda nella follia del contagio della peste nera, Lucy è l’unica a capire la vera natura di Dracula leggendo il testo sui vampiri che gli zingari hanno dato ad Harker come protezione. Lucy arriva a sacrificare la sua vita per fare in modo che la luce dell’alba distrugga il vampiro ma il suo sacrifico sarà inutile perché Jonathan è stato infettato durante il soggiorno nei Carpazi…



Nosferatu ilprincpie dellanotte


Il remake, o meglio l’omaggio, come preferisce definirlo l’autore, al capolavoro di Murnau riavvicina anche la versione cinematografica tedesca del 1921 al romanzo di Bram Stoker, riutilizzando i nomi originali del romanzo che Murnau non poteva usare non avendo pagato i diritti d’autore alla vedova dello scrittore, resta solo lo scambio tra i nomi di Mina e Lucy ma probabilmente era troppo forte il richiamo alla luce insito nel nome della donna che riesce a sedurre Dracula fino a fargli dimenticare la luce del sole.
Il personaggio interpretato da Isabelle Adjani è quello più fedele alla versione cinematografica del 1921: la recitazione stessa dell’attrice è esasperata come quella del cinema muto, un elemento che può risultare un po’ ostico per chi non ama il cinema degli esordi.
Il tributo al film di Murnau continua anche nella desaturazione della fotografia, a volte arrivando quasi al bianco e nero con una sovrapposizione quasi perfetta tra le inquadrature originali e il remake.
L’illustratore francese Roland Topor, che interpreta Renfield ripropone molto bene lo spirito allucinato di Knock, il capo di Harker nel Nosferatu del 1921.



Nosteratoil principedelletenebre


La fedeltà al romanzo e al film viene meno nella seconda parte della pellicola di Herzog: la minuzia con cui il regista espone i drammi della peste non sono presenti nelle opere originali: la follia di chi vuole vivere gli ultimi giorni nel piacere, dimentico dei guai del mondo, rimanda più all’immaginario medievale. Nosferatu, il principe della notte svela tutto il pessimismo dell’autore che utilizza i “fantasmi” (come dice il titolo originale) di mondi passati per una profonda critica alla società borghese disposta ad accettare anche un mostro come Dracula in nome del guadagno, non a caso la fotografia e i costumi, quando non citano Nosfeatu fanno riferimento alla pittura romantica tedesca e in particolare alla sua coda Biedermeier, stile che segna proprio il trionfo della vita borghese.
Se Dracula è un mostro laido e decadente che non suscita nessuna pietà, a parte la figura di Lucy, non si salva nessuno degli altri protagonisti, a poco serve il rigore scientifico di Van Helsing, impotente davanti all’epidemia che aggredisce la città e lo stesso Harker accetta la missione nei Carpazi “per poter comprare una casa più grande”: il germe malefico di Dracula ha trovato un buon terreno dove attecchire e il film si chiude con Harker trasformato nell’erede di Dracula al galoppo sulla spiaggia deserta come un cavaliere dell’Apocalisse.

Strange Days

USA 1995, 20th Century Fox
con Ralph Fiennes, Angela Bassett, Juliette Lewis, Tom Sizemore, Michael Wincott, Vincent D’Onofrio, Glenn Plummer, Brigitte Bako, Josef Sommer, David Carrera, Richard Edson, William Fichtner, Todd Graff, Jim Ishida, Michael Jace, Nicky Katt, Louise Le Cavalier, Joe Urla, Dex Elliott Sanders
regia di Kathryn Bigelow


Strangedays


Ultimo giorni del 1999: Lenny Nero è un ex poliziotto, ora spacciatore di SQUID una sorta di droga neuronale che permette di vivere le esperienze altrui con la più completa immedesimazione sensoriale e cognitiva. Intanto Iris, una prostituita che regista le sue esperienze per rivenderle a Lenny e altri spacciatori di Squid, viene inseguita da due poliziotti e lascia un dischetto nell’auto di Lenny, la macchina però viene portata via per una multa non pagata. Quando riceve una clip squid dov’è registrato il violento omicidio di Iris, Lenny si preoccupa soprattutto per Faith, la ex di cui è ancora innamorato anche se lei lo ha lasciato per mettersi con un produttore che le spiana la carriera musicale. Con l’aiuto di Mace, una donna di colore guardia del corpo e autista di limousine, Lenny cerca di scoprire di più sulla morte di Iris e arriva a scoprire che la ragazza ha registrato l’omicidio di un rapper impegnato politicamente, freddato dai due poliziotti che la stavano inseguendo. Ancora convinto di dover salvare Faith, Lenny affida il dischetto a Mace perché lo consegni al capo della polizia e mentre la donna se la dovrà vedere con i due poliziotti che hanno ucciso il rapper, Lenny farà un’amara scoperta sul suo migliore amico, Max…

Ho amato Strange Days fin dalla visione in sala anche se all’uscita la pellicola si rivelò un flop e solo nel tempo è stato rivalutato.
La commistione perfetta tra gli stilemi del noir classico e la cupa rappresentazione di un futuro distopico (termine all’epoca non ancora di moda), il triangolo amoroso tra Faith, dark lady letale, Lenny ossessionato dai ricordi dell’amore per Faith e Mace, segretamente innamorata di Lenny: la donna è l’unica figura dotata di moralità e pragmatismo e anticipa le eroine d’azione che sarebbero spuntate da lì a poco con Angelina Jolie in Tomb Raider. Mace però è ben lontana dall’eroina di un videogioco: è una madre single e per giunta di colore. La questione razziale è una parte molto importante nel film che tra ispirazione dai fatti delle rivolte di Los Angeles del 1992 e che il tema poi stia molto a cuore alla regista lo dimostra il suo ultimo film del 2017, Detroit che racconta un fatto storico del 1957 riguardante l’omicidio di afroamericani ad opera di poliziotti.
Notevoli sono gli inserti delle clip di Squid girate tutte in soggettiva con la macchina da presa all’altezza degli occhi di colui che agisce e colui che rivivrà la scena. Il rimando è al classico del cinema noir, il film del 1947 girato tutto in soggettiva, Una donna nel lago, come nell’opera diretta da Robert Montgomery il protagonista con cui ci identifichiamo viene mostrato solo riflesso negli specchi. Strange Days è un profluvio di specchi a sottolineare l’ambiguità morale dei personaggi, a Max, amico traditore di Lenny, viene riservato addirittura uno sdoppiamento d’immagine.
Quello che mi è piaciuto da subito del film è, ripeto la capacità di coniugare classico e contemporaneo, rivisto oggi il film dimostra di aver coniugato il noir classico alle previsioni del futuro: non abbiamo (ancora?) un Dispositivo Superconduttore a Interferenza Quantica, ma l’ossessione voyeuristica per la vita degli altri fomentata dai social non è poi una curiosità dissimile, se le critiche cinematografiche dell’epoca stigmatizzavano una violenza fine a sé stessa, Strange Days ha solo anticipato l’estetica di Tarantino e i suoi emuli, purtroppo gli abusi sugli afroamericani non sono il brutto ricordo di un quarto di secolo fa e la caduta dall’ultimo piano dell’hotel è diventata tragica realtà l’11 settembre.

Macao l’inferno del gioco

Macao, l’Enfer du jeu
Francia 1939
con Sessue Hayakawa, Mireille Balin, Erich von Stroheim, Louise Carletti, Roland Toutain, Henri Guisol, Georges Lannes, Marie Lorain, Alexandre Mihalesco
regia di Jean Delannoy



Macao l'inferno del gioco


Durante la guerra cino giapponese, la ballerina francese Mireille viene arrestata dai cinesi, la fa liberare Werner von Krall, un faccendiere che sta comprando le armi per conto del generale che ha arrestato la donna. Mireille s’imbarca con Krall per accompagnarlo a Macao, Nel frattempo giungono a Macao la giovane Jasmine con la su istitutrice; durante il viaggio la ragazza s’è innamorata di Pierre, un giovane giornalista con la passione del gioco d’azzardo. A unire i destini dei quattro personaggi è Ying Tchaï, capo della malavita di Macao che possiede il casino più famoso della città: è a lui che Krall si rivolge per comprare le armi ma l’accordo non va a buon fine e il faccendiere si gioca i soldi della commessa perdendoli mettendo a repentaglio la propria vita, Mireille che durante il viaggio si è innamorata di lui, si offre di recuperare l’assegno che incastra Krall, Ying Tchaï ha cercato di sedurla appena l’ha vista. Tchai incarica i suoi scagnozzi di eliminare Pierre che ha sbancato il casino dopo aver recuperato il denaro, non sa che è il ragazzo di cui sua figlia si è innamorata, come Jasmine non conosce la losca attività paterna. quando la scopre si rifugia sulla nave di Krall, vecchio amico di Pierre che ha salvato dall’annegamento. Krall, Mireille Jasmine e Pierre partono da Macao con il carico di armi diretti ad Hong Kong ma Almaido, convinto di fare un piacere al boss, racconta del carico alle spie giapponesi che bombardano la nave…

Una delle prime opere del regista francese Jean Delannoy, un melodramma senza redenzione la cui produzione ebbe un destino travagliato: a causa dell’occupazione nazista il film non potè uscire fino al 1942 perché dovettero essere rigirate tutte le scene con Erich von Stroheim di origini ebraiche e dichiaratamente antinazista; l’attore e regista fu sostituito da Pierre Renoir, fortunatamente è possibile reperire la versione con Stroheim che è quella che ho visto io, scoprendo che “l’uomo che amerete odiare” (lo slogan che accompagnava le sue interpretazioni) sa sfoderare un gran fascino da seduttore: la scena in cui abbandona Mireille da sola in cabina dopo averle fatto credere di voler concludere la serata amoreggiando, è da manuale di seduzione e infatti la donna piccata s’innamora veramente di lui, mentre prima avrebbe ceduto solo per ricambiare l’opportunità di salvezza offertale da Krall.
Forse il faccendiere si è portato la bella ragazza per irretire Tchai ma alla fine anche lui s’innamora di Mireille e le ore trascorse nella sua camera mentre la donna è in missione seduttiva presso il boss asiatico lo dimostrano.
La seconda storia d’amore, quella tra Jasmine e Pierre è quella che nel corso degli anni mi si è un po’ confusa nella memoria con I Misteri di Shangai di Josef von Sternberg: anche qui una giovane ereditiera scopriva i sordidi legami della genitrice con il mondo del gioco d’azzardo. Avevo confuso soprattutto gli scenari: il casinò di Sternberg ha la struttura di un girone dantesco mentre questo di Delannoy ricorda un mercato con la possibilità di calare cestini con le poste dai piani superiori del locale.
Bellissimo il montaggio alternato tra l’attacco degli aerei all’imbarcazione e la disperazione di Ying Tchaï (che non sa che la figlia e Pierre sono stati fatti scendere da Mireille mentre imbarcavano le armi) prima di suicidarsi il malavitoso spara al denaro e da fuoco al locale, soprattutto quella degli spari alle banconote che svolazzano per il locale vuoto, è una scena iconoclastica che deve aver colpito l’immaginario di John Woo perché mi ha ricordato molte sequenze del maestro dei film d’azione di Hong Kong.

Le otto montagne

Leottomontagne

Italia 1922
con Luca Marinelli, Alessandro Borghi, Filippo Timi, Elena Lietti, Elisabetta Mazzullo
regia di Charlotte Vandermeersch, Felix van Groeningen

1984: l’affitto di una casa di vacanze a Grana, sperduto villaggio alpino, porta Pietro, dodicenne torinese a stringere amicizia con Bruno, l’unico ragazzino del paese. Bruno è affidato agli zii perchè orfano di madre e col padre sempre lontano per lavoro. visto il legame che si stringe tra i due bambini i Guasti si offrono di ospitare Bruno in città per farlo studiare ma il padre lo prende con sé a lavorare. Pietre e Bruno si perdono di vista e si ritrovano solo una quindicina di anni dopo quando muore il padre di Pietro. l’ingegnere aveva comprato un baita da ristrutturare e aveva offerto l’incarico a Bruno, per portarlo a termine il muratore chiede l’aiuto di Pietro che accetta. Pietro scopre che negli ultimi dieci anni in cui aveva interrotto il rapporto con padre, se n’era istaurato uno altrettanto importante tra Bruno e l’ingegnere. Mentre Bruno è deciso a riprendere la vecchia attività di famiglia, producendo formaggio di malga, Pietro non sa bene cosa fare della sua vita, insicuro delle sue capacità di scrittore. Dopo un viaggio in Nepal Pietro trova la sua strada mentre il fallimento dell’attività di Bruno porta l’uomo ad allontanarsi dalla famiglia e a isolarsi nella baita costruita con Pietro morendo nel gelo dell’inverno.



Le8montagne


Tratto dall’omonimo romanzo di Paolo Cognetti, un film che avuto lo stesso successo del libro, premiato ai festival che al botteghino. Riconosco la potenza emotiva dell’opera che coinvolge lo spettatore ma penso che il film (non conosco il romanzo) abbia scelto la via più facile puntando più sul sentimentalismo che l’approfondimento dei personaggi.
Sulla bella amicizia infantile tra Pietro e Bruno pesa da subito l’ombra del padre di Pietro, padre premuroso ma con grosse aspettative nei confronti del figlio che non si sente all’altezza dell’impegno, anche fisico, che il padre richiede nella sua passione per l’alpinismo per cui è naturalmente dotato Bruno. L’idea di portare Bruno in città spaventa più Pietro del coetaneo, per la naturale quanto inconscia paura di perdere la stima e quindi l’affetto paterno nel confronto con l’amico più dotato e affine al genitore.
Sarebbe stato interessante vedere Bruno in città, una sorta di Heidi al maschile. Lo strappo cruento dalla montagna il ragazzo lo subisce ugualmente, ma da parte del padre naturale che appena tredicenne se lo porta in giro per l’Europa a fare il manovale. Di questa parte della vita di Bruno non sapremo mai nulla anche se la determinazione con cui Bruno ricerca il legame atavico con la vita montanara allude a esperienze traumatiche con un padre beone.
Ventenne, anche Pietro rompe definitivamente i legami con il padre: non vuole studiare all’università ma sperimentare la vita, non vuole diventare un vecchio senza amici come il padre. Pietro non avrà più notizie del padre fino alla sua morte, tornato nella casa di montagna scopre il mondo parallelo del padre: la sua passione per la montagna che lo ha legato così tanto al suo vecchio amico d’infanzia. Se l’amicizia tra Bruno e Pietro esce dal ricordo di un’amicizia infantile perduta durante la crescita è proprio per portare a termine il desiderio dell’ingegner Guasti; restaurare il vecchio rudere. La costruzione della casa (simbolico lampante) è il vero cemento che costruisce l’amicizia tra Pietro e Bruno che conservano le loro diversità: il primo insicuro e curioso che esplora il mondo per cercare la propria strada, il secondo così centrato sulla propria essenza montanara da arrivare a mettere in secondo piano anche la famiglia e trasformarsi a sua volta in un padre assente dopo il fallimento del caseificio.
La lettura, con beneficio d’inventario, che ho fatto del film è tutta in filigrana, l’approfondimento dei personaggi è blando, nonostante la scelta di girare in quattro terzi (non rispettata nella trasmissione televisiva) esaltata dalla critica proprio perché non lascia spazio alla bellezza da cartolina dello scenario alpino ma costringe(rebbe) lo spettatore a seguire le vicende dei personaggi analizzati da un punto di vista più emotivo: la cosa che funziona di più nel film è la tensione di disgrazia imminente che permea tutta l’opera la cui durata supera abbondantemente le due ore: il film quindi funziona, soprattutto per la costruzione del personaggio di Bruno, loser predestinato che segue il proprio destino fino alle estreme conseguenze, un’archetipo sia letterario ma soprattutto cinematografico.
Ottima la prova dei due protagonisti che ritornano a lavorare insieme a sette anni dal film che li ha lanciati Non essere cattivo in due ruoli che invertono la traiettoria dei precedenti: la disperata inquietudine del borgataro Cesare è speculare alla disperazione quieta e determinata di Bruno e porta agli stessi esiti.

Il matrimonio di Maria Braun

Die Ehe der Maria Braun
Germania, 1979
con Hanna Schygulla, Klaus Lowitsch, Ivan Desny, Gisela Uhlen, Elisabeth Trissenaar, Gottfried John, Hark Bohm, Georghe Byrd, Claus Holm, Günter Lamprecht, Volker Spengler, Christine Hoph De Loup, Michael Balhaus, Isolde Barth, Peter Berling
regia di Rainer Werner Fassbinder


Ilmatrimoniodimariabraun


Nel 1943 Maria sposa in tutta fretta il soldato Hermann Braun, prima che l’uomo parta per la guerra. Ben presto Hermann, dato per disperso, viene creduto morto così Maria per sopravvivere pratica la borsa nera e si esibisce nei night club per gli americani diventando l’amante di Bill, un soldato di colore. Hermann torna a casa sorprendendo la moglie con il nuovo amante, tra i due uomini nasce una colluttazione e Maria uccide il soldato americano per difendere il marito che si addossa la colpa e finisce in galera. Maria si lega ad Oswald un ricco industriale, grazie alle sue conoscenze con la lingua inglese Maria fa carriera nell’azienda dell’amante. Oswald intanto si accorda con Hermann perché lasci la Germania una volta scontata la sua pena. Quando l’industriale muore lascia a Maria tutti i suoi beni e Hermann finalmente torna da lei: ora Maria ha tutto, la ricchezza e l’amore ma una distrazione manda tutto all’aria…

Uno dei più noti film di Fassbinder che fu anche un successo commerciale, in cui il regista coniuga l’amore per il melodramma sirkiano con l’allegoria storico politica, come negli altri titoli della trilogia BRD, Lola (1981) e Veronika Voss del 1982 le protagoniste femminili incarnano vari aspetti della Germania post bellica; Il matrimonio di Maria Braun ha una collocazione storica ben precisa racchiusa tra due esplosioni: un bombardamento aereo del 1943 che fa saltare in aria il municipio dove i coniugi Braun si sono appena sposati e il 4 luglio del 1954, anno della vittoria tedesca al mondiale di calcio tenuto in Svizzera: la telecronaca della partita scandisce gli ultimi minuti del film che preludono alla concretizzazione dell’amore tra i due coniugi che in dieci anni di matrimonio non hanno mai avuto occasione di stare insieme, eppure quel matrimonio frettoloso con un uomo semisconosciuto rappresentano l’ideale amoroso di Maria, l’ancora salvifica che giustifica il suo scendere a patti con la vita, fino ad uccidere un uomo che era sempre stato più che gentile con lei solo per salvare la sua idea borghese di matrimonio. Hermann non è tanto l’amore quanto il simbolo di una rispettabilità che Maria pensa di non aver mai perso perché ha sacrificato tutto proprio per salvarla.
L’ipocrisia o forse l’illusione di Maria sono la metafora del primo decennio post bellico della Germania che mette da parte un passato scomodo per ritrovare un potere economico, alcuni discorsi politici via radio fanno da sottofondo alle vicende di Maria, al suo enorme sforzo di volontà per risorgere mandato in fumo da una distrazione, dimenticare aperto un fornello del gas: ironicamente a tradirla è proprio la bella villa, simbolo della ritrovata stabilità economica e sociale.
Lo stile personale di Fassbinder, che si ritaglia il cameo del trafficante di borsa nera, si esalta nel completo irrealismo della messa in scena e della fotografia: i colori accesi antitetici allo scenario di macerie e rovine che caratterizzano soprattutto la prima parte del film. Bella la costruzione dell’immagine che presenta spesso griglie, sbarre a simboleggiare il percorso obbligato di Maria in quello che ritiene essere il suo cammino verso la libertà.

Le jene di Edimburgo

The Flesh and the Fiends
GB 1960
con Peter Cushing, June Laverick, Donald Pleasence, George Rose, Renee Houston, Dermot Walsh, Billie Whitelaw
regia di John Gilling


LejenediEdimburgo


Edimburgo 1828: il dottor Robert Knox dirige una delle principali accademie per anatomisti e si avvale di ladri di tombe per avere i corpi da dissezionare. I beoni William Burke e William Hare, a conoscenza dei traffici di Knox, gli portano un affittuario di Hare appena morto, invece di seppellirlo. Visto che la ricompensa è migliore più il cadavere è fresco, Burke e Hare iniziano a uccidere per procurarsi i corpi da vendere alla clinica. Arriveranno anche ad uccidere Mary, una bella ragazza disinibita che aveva una relazione con un allievo di Knox, Chris Jackson che viene anche lui eleminato dal malefico duo. All’omicidio dello storpio Jamie, che aveva scoperto il cadavere di Chris, assiste Maggie, un’amica di Mary. La ragazza da l’allarme e viene scoperta la turpe compravendita di cadaveri. Il processo però condanna all’impiccagione solo Burke, liberando Hare e Knox da ogni accusa. Su Hare si riversa la vendetta del popolino mentre Knox prende coscienza dei propri errori e ricomincia le sue lezioni partendo dal giuramento di Ippocrate.

Più che un film dell’orrore, un orrorifico film storico visto che la vicenda è tristemente vera ed è stata portata più volte sullo schermo; Le jene di Edimburgo si attiene fedelmente ai fatti che edulcora solo nel finale: non si sa che fine fece Hare che qui è accecato dai mendicanti, vittime predilette dei suoi traffici e il vero dottor Robert Knox, di cui Cushing ostenta anche la palpebra calata a causa del vaiolo, probabilmente non scese mai a patti con la sua coscienza ma ci regalò anche un “bel” trattato intitolato Le razze degli uomini.
Il film è molto interessante nella ricostruzione dell’epoca, con una notevole fotografia molto contrastata, alcune scene di nudità ben presto censurate che si alternano ai tocchi dickensiani nella rappresentazione della vita delle classi più povere, dove sopraffazione e alcol sono all’ordine del giorno per poter sopravvivere. La bella Mary, per quanto innamorata del futuro medico Chris, non riesce ad abbandonare una vita di vizi per aspettare di coronare il sogno d’amore con il giovane medico troppo impegnato con lo studio per offrirle occasioni di svago. Alla coppia male assortita e destinata alla morte di Chris e Mary fa da contraltare quella del dottor Mitchell, collaboratore di Knox che s’innamora di Martha, la nipote prediletta di Knox, raffinata signorina della buona società appena tornata da Parigi. Mitchell è un dottore integerrimo, affascinato dalla tempra inossidabile di Knox, disposto a tutto pur di compiere i suoi studi di anatomia che porteranno un grande sviluppo nella scienza medica.
Peter Cushing regala un’ottima caratterizzazione di Knox, volitivo e ambizioso medico che mette lo sviluppo della scienza al primo posto eppure a rubare la scena è Donald Pleasence, che interpreta William Hare, vera mente del diabolico piano del duo che demanda gran parte degli omicidi al socio, forse più per paura che per astuzia, e talmente infido da denunciare Burke per salvarsi dalla forca: il piglio istrionico e ironico ne fanno un anticipazione dell’Alex DeLarge di Arancia Meccanica.

La mia brunetta preferita

My Favorite Brunette
USA 1947 Paramount
con Bob Hope, Dorothy Lamour, Peter Lorre, Lon Chaney Jr., John Hoyt, Charles Dingle, Bing Crosby, Alan Ladd
regia di Elliott Nugent



Lamia brunetta preferita


Ronnie Jackson, un fotografo specializzato in ritratti per bambini, vorrebbe diventare un detective dalla vita avventurosa come Sam McCloud che ha l’ufficio proprio accanto al suo. Un giorno che McCloud è fuori e ha affidato a Ron l’ufficio, arriva una bellissima donna che scambia Ron per il detective. Ron finisce così in un’intricata vicenda che lo porta nella cella della morte da cui in flash back ci racconta la sua storia…



Lamiabrunettapreferita


Il comico Bob Hope è stato un antesignano della televisione americana e ha avuto anche una lunga carriera cinematografica tra i cui titoli spicca La mia brunetta preferita, una parodia del genere noir allora in voga.
In realtà il film è un perfetto noir in cui al posto del duro detective troviamo un aspirante tale pauroso e pasticcione, Bob Hope appunto, che però si fa rubare la scena da Peter Lorre nel ruolo di Kismet, spietato killer che sta studiando per ottenere la cittadinanza americana, e persino Lon Chaney, Jr nel ruolo dell’energumeno senza cervello che si affeziona a Ron, sembra essere un personaggio più centrato rispetto al protagonista.
Anche da un punto di vista stilistico non mancano alcune chicche: la prima apparizione della dark lady riflessa in una sfera, l’effetto surreale della ripresa dall’alto della vettura che si allontana nelle famose discese di San Francisco, luci contrastate, la voce off del protagonista che rievoca la sua (dis)avventura da dietro le sbarre aspettando di entrare nella camera a gas: il problema de La mia brunetta preferita è di essere un noir troppo credibile rispetto l’intento parodistico per cui sembra il protagonista ad esser fuori luogo nonostante la presenza scenica del comico e qualche battuta divertente.
Da citare i camei che aprono e chiudono il film: il vero detective è mostrato di spalle e indifferente alle richieste di Ron che farebbe di tutto per essere un duro alla Humphrey Bogart, o Dick Powell o persino Alan Ladd ed ecco che il detective si gira e si tratta proprio di Alan Ladd.
Essendo un film comico, all’ultimo minuto Ron viene salvato dalla condanna a morte scatenando l’ira dell’aspirante boia, interpretato da Bing Crosby, sodale di Hope nel ciclo di film A Road to… di cui spesso è protagonista femminile Dorothy Lamour che qui ritroviamo nelle vesti della dark lady.
Stando ben a guardare anche La mia brunetta preferita fa parte di ciclo di film, tre per la precisione: La mia bionda preferita del 1942 e La mia spia preferita del ’51, in tutti e tre Bob Hope si finge spia, detective e quant’altro infilandosi in situazioni più grandi di lui.

Harvey

USA 1950, Universal
con James Stewart, Josephine Hull, Peggy Dow, Charles Drake, Cecil Kellaway, Victoria Horne, Jesse White, William H. Lynn, Grayce Mills, Wallace Ford, Clem Bevans, Nana Bryant
regia di Henry Koster


Harvey


La vedova Veta Louise Simmons si è trasferita con la figlia zitella Myrtle Mae a casa del fratello Elwood P. Dowd, amabile signore di mezz’età che ha come migliore amico Harvey, un invisibile coniglio bianco alto un metro e ottanta. La signora Simmons sopporta la stranezza del fratello fino a quando Elwood non mette in fuga le signore della buona società presentando il suo amico invisibile. Veda decide di far internare il fratello in una clinica ma viene scambiata per pazza e internata al posto del congiunto dal solerte dottor Sanderson. Per evitare che la donna faccia causa alla clinica, il titolare, il dottor Chumley, si mette sulle tracce di Elwood e rimane molto affascinato dalla figura di Harvey che si rivela essere un pooka, uno spirito della mitologia celtica. Mentre il dottor Chumley finisce per credere all’esistenza di Harvey e chiede a Elwood di lasciarglielo, l’uomo, per compiacere la sorella, è disposto ad accettare una drastica cura che lo riporterà alla realtà ma alla fine Veta preferisce che Elwood resti quello che è e anche Harvey preferisce rimanere con lui piuttosto che col dottor Chumley.



Harvey


Tratto dalla pièce omonima di Mary Chase che le valse il premio Premio Pulitzer per la drammaturgia, nel 1945, Harvey è una bizzarra commedia fantastica che ripropone gli stilemi assurdi delle commedie slapstick anni ’30 per cui in alcuni passaggi potrebbe sembrare fuori tempo massimo, ma la progressiva naturalità con cui viene accettata la presenza del coniglio invisibile anticipa le stranezze a cui ci hanno abituato le commedie indie del XXI secolo e pare che da Harvey discenda l’inquietante coniglio di Donnie Darko per la capacità del pooka di viaggiare nel tempo.



Harvey


Oltre la piacevolezza della pellicola che è rimasta inalterata nel tempo, Harvey si presenta quindi come un interessante trait d’union tra cinema classico e cinema contemporaneo dove sotto le battute svagate pulsano le nevrosi dell’America post bellica: Elwood è un uomo di buona famiglia, destinato a un sicuro successo ma non si è sposato né ha avuto una carriera, nessun avvenimento particolare sembra aver ostacolato la sua vita eppure è chiaro che Elwood ha un grosso problema di alcolismo, e la sua solitudine e il suo senso di inadeguatezza emergono sempre più dai suoi dialoghi.
James Stewart aveva già interpretato il personaggio a teatro con grande successo ma sul grande schermo Elwood non avrebbe potuto essere che lui, anche per un certa rivisitazione acida del suo più grande successo, La vita è meravigliosa di Frank Capra dove la bontà d’animo del protagonista viene ripagata dalla riconoscenza spontanea dei concittadini, in Harvey l’amabilità, financo eccessiva, del protagonista è una difesa dal mondo, la madre di Elwood gli diceva sempre che nella vita bisogna essere o molto astuti o molto amabili, e il protagonista confessa di aver ripiegato sull’amabilità anche se avrebbe preferito l’astuzia: ma quale astuzia più grande di quella di essere sempre amabili? Ci si fa perdonare anche la pazzia…

Dieci piccoli indiani

And Then There Were None
USA 1945
con Barry Fitzgerald, Walter Huston, Louis Hayward, Roland Young, June Duprez, Mischa Auer, C. Aubrey Smith, Judith Anderson, Richard Haydn, Queenie Leonard, Harry Thurston
regia di René Clair

 


Dicecipiccoliindiani

Otto sconosciuti vengono invitati da un tale che non conoscono a trascorrere il weekend in un’isola provata. Ad attenderli ci sono solo una coppia di servitori che a loro volta non hai mai visto il proprietario. A un certo punto della serata il maggiordomo segue le missive ricevute per posta e fa partire una registrazione in cui il misterioso U.N. Owen rivela che il motivo per cui gli invitati si trovano sull’isola è per scontare le loro colpe. subito dopo iniziano gli omicidi fedeli alla macabra filastrocca dei dieci piccoli indiani…

10piccoliindiani

L’ultimo film americano del regista francese René Clair è la prima trasposizione cinematografica del celebre romanzo di Agatha Christie, il finale, adottato anche nelle trasposizioni successive, non è quello originale del libro dove muoiono tutti e il mistero si risolve grazie al ritrovamento una lettera postuma, ma è quello con lieto fino dell’adattamento teatrale realizzato dalla stessa scrittrice.
Il film è l’unica incursione nel giallo del celebre regista, noto per i toni fantastici e surreali delle sue opere, cifra a cui Clair si mantiene fedele anche in questa pellicola con l’uso dei trasparenti che riescono a dare una connotazione irreale all’ambientazione, soprattutto negli esterni.
Il tono è piuttosto leggero, da giallo rosa con una forte caratterizzazione dei personaggi che prevede anche tocchi umoristici e l’ottimo cast supporta con successo l’idea del regista: le occhiate furbesche di Barry Fitzgerald nei panni del giudice Quinncannon, la quasi perenne ubriacatura di Walter Huston ovvero il dott. Armstrong, l’alterigia snob di Emily Brent interpretata da Judith Anderson, la celeberrima signora Danvers, governante di Rebecca la Prima moglie, Misha Auer nei panni dello scroccone russo purtroppo prima vittima del crudele meccanismo che ci toglie subito le sue esilaranti performances. La scena dei vari personaggi che si spiano dai buco della serratura (ingrandito) è degno di una commedia ma più l’azione avanza con la certezza che l’assassino sia tra gli ospiti della villa, più l’atmosfera si fa tesa, puntando sui toni surreali piuttosto che drammatici: notevole l’incontro tra l’ultima sopravissuta e l’assassino per come il regista costruisce la scena mantenendo fino all’ultimo il mistero sull’identità con una serie di immagini dalla valenza profonda.