Ti amerò… fino ad ammazzarti

Tiameròfinoadammazzarti

I Love You to Death
USA 1990
con Kevin Kline, Tracey Ullman, Joan Plowright, River Phoenix, William Hurt, Keanu Reeves, Heather Graham, James Gammon, Victoria Jackson, Miriam Margolyes, Kathleen York, Alisan Porter, John Kostmayer, Samantha Kostmayer, Jon Kasdan, John Billingsley, Art Cahn
regia di Lawrence Kasdan

Rosalie Boca gestisce una pizzeria col marito Joey di cui è follemente innamorata e di cui ignora le innumerevoli scappatelle nonostante, Deevo, il cameriere innamorato di lei cerchi di metterla sull’avviso.
Un giorno però la crudele realtà di avere un marito traditore seriale si palesa davanti agli occhi della donna, che dopo aver meditato il suicidio, preferisce eliminare il fedifrago con l’aiuto della madre ma Joey è un osso duro e scampa a diversi tentativi di omicidio così le due donne coinvolgono Deevo e due drogati sciroccati….

Una commedia nera, intrisa di luoghi comuni razziali che oggi non sarebbero più accettabili: Joey aderisce talmente al prototipo del maschio italiano sciupafemmine che addirittura il suo look fatto di pantaloni attillatissimi sembra spostare l’azione del film agli anni ’70. Al gallo italiano fa da contraltare la suocera slava, cinica e con abilità manuali che spaziano dalla meccanica all’idraulica tanto che sarà lei a cercare di far esplodere la macchina del genero.
All’humor nero si unisce il tocco demenziale rappresentato dai due drogati Harlon e Marlon , ruoli passati alla storia della filmografia di William Hurt E Keanu Reeves; perché come sempre il tratto distintivo delle regie di Kasdan è il grande lavoro sugli attori e anche Ti amerò fino ad ammazzarti vanta un cast eccezionale dove merita di essere menzionato anche River Phoenix nei panni di Deevo, cameriere new age innamorato di Rosalie.
Commedia piacevole: la cosa più demenziale resta il fatto che la pellicola è ispirata a una storia vera, hapoy end finale.compreso.

Renfield

Renfield

USA 2023, Universal
con
Nicolas Cage, Nicholas Hoult, Jenna Kanell, Awkwafina, Shohreh Aghdashloo, Brandon Scott Jones, Ben Schwartz, Caroline Williams, William Ragsdale, Adrian Martinez, Camille Chen, Joshua Mikel, Derek Russo, Dave Davis
regia di Chris McKay

Dopo un centinaio di anni impiegati come famiglio di Dracula, Renfield ha ormai compreso lo schema del loro rapporto ed è stanco della sua vita. Dopo l’ennesimo fallimento del Conte di conquistare il mondo, i due si trovano a New Orleans e per rimettere in sesto il Principe della notte; per non dare troppo nell’occhio, il suo servitore si è iscritto a un gruppo di sostegno per persone coinvolte in relazioni tossiche con l’intento di nutrire Dracula con i compagni opprimenti degli iscritti al gruppo. Durante una di queste operazioni in cui si scontra con la malavita organizzata, Renfield conosce una giovane poliziotta che lotta praticamente da sola contro la famiglia Lobo, narcotrafficanti senza scrupoli che hanno al loro servizio gran parte dei poliziotti corrotti di New Orleans, l’incontro da la forza a Renfield di essere sé stesso ma quando Dracula scopre la doppia vita di Renfield si schiera con i Lobo…

Dalla figura fantastica del vampiro nasce l’archetipo psicologico del vampiro psichico, l’individuo -reale- che si nutre delle energie psichiche di chi gli sta intorno, figura parodiata nella serie tv What we do in the dark. Il passaggio alla lettura del conte Dracula come il più grande narcisista patologico di tutti i tempi aveva già la strada spianata. Non a caso in Renfield quello che funziona meglio è proprio la rilettura del mito del vampiro in chiave psicologica e nella moda dei gruppi/ libri di autoaiuto: il povero famiglio brandisce un volume stampato dalla Chiesa che ospita il gruppo di autoaiuto, come difesa verso l’attacco del suo irascibile capo.
Il film è una commedia horror, un genere molto diffuso negli anni’80 dove lo splatter eccessivo finiva per essere divertente per cui i cultori del genere troveranno sicuramente piacevole la visione. E’ anche impreziosito da citazioni dei classici dedicati al Conte Dracula, da spezzoni del primo film del 1931 con i volti di Bela Lugosi e di E. Cline sostituiti da quelli degli odierni protagonisti, passando a citazioni della Hanner per arrivare a Dracula di Bram Stoker di Coppola.
Il filo con il cinema contemporaneo è dato dalle immancabili mosse di arti marziali e dal fatto di aver caratterizzato Renfield come un supereroe: gli basta nutrirsi di un insetto (che non si trova mai quando serve!) per diventare invincibile.
La trama è un po’ raffazzonata con i personaggi di contorno non all’altezza dei due protagonisti, sia la poliziotta
Rebecca Quincy (non so perché ma mi ricordava la protagonista di Zootropolis) che la coppia madre-figlio a capo dei narcotrafficanti.
Lo spessore dei personaggi principali è sostenuta anche dalla prova attoriale di Nicholas Hoult (sì il ragazzino di About a Boy che ha saputo costruirsi una carriera di tutto rispetto) e soprattutto di Nicolas Cage, attore che non amo particolarmente ma che ha saputo usare il suo istrionismo per creare una declinazione del principe transilvano degna di nota.

Rancho Notorious

Rancho notorious

USA, 1952
con Marlene Dietrich, Arthur Kennedy, Mel Ferrer, William Frawley, Lloyd Gough, Gloria Henry, Fuzzy Knight, Lisa Ferraday, Francis McDonald, George Reeves, Lane Chandler, John Doucette
regia di Fritz Lang

Quando la sua fidanzata viene uccisa durante una rapina, l’allevatore Vern si mette sulle tracce dell’assassino inseguendolo fino al Mulin d’oro, ranch vicino al confine di proprietà di una ex sciantosa, Amber Altar Keane che offre rifugio ai banditi di tutto il West in cambio di una cospicua percentuale. Amber è legata al leggendario pistolero Frenchy Fairmont ma non è insensibile al fascino del giovane Vern: quando scopre il vero motivo per cui il cowboy si è unito a loro, Amber inizia a provare rimorso per la propria esistenza…




Il terzo western di Fritz Lang è in realtà un melodramma sotto mentite spoglie, capolavoro innaturalista anche per ovviare alla produzione a basso costo dove gli esterni sono quasi tutti fondali dipinti con un singolo fiore a far da quinta e dare profondità alla scena. Ma l’innaturalismo è anche un ricordo della tradizione espressionista basta pensare alla scena in cui Vern accorre all’emporio appena in tempo per vedere spirare l’amata: la ragazza è mollemente distesa su un canapé ma il braccio che ricade verso terra mostra la mano già irrigidita ad artiglio, anticipazione della morte della ragazza e riferimento al tentativo di violenza subito, il dettaglio risalta abbastanza nella composizione della scena ma Lang indugia sul dettaglio del braccio per imprimere negli spettatori il desiderio di vendetta di Haskell che seguendo una labile traccia arriva al nascondiglio dei banditi ricostruendo anche le avventure ormai entrate nel mito della bellissima sciantosa che ora dirige con pugno di ferro il ranch.
Stando alla biografia della Dietrich, pare che l’incontro con il connazionale anche lui fuoriuscito per evitare il nazismo, non sia stato dei più felici, però Lang le regala uno degli ultimi grandi ruoli: l’attrice, non era nuova ai panni di sciantosa, in Amber trova una donna ormai matura cosciente di trovare in Vern il ricordo della gioventù fuggita ma pur cedendo con circospezione alla corte di Haskell, la donna finirà per dover fare un conti col proprio passato, guardando nell’abisso scavato dal proprio cinismo.
Potremmo quasi vedere una contrapposizione tra la (vecchia) cultura europea interpretata da Amber e il suo amante, ormai anche lui sul viale del tramonto, e la nuova cultura americana che si sta imponendo con la granitica determinazione di Vern.




Una pecurialità del film è la colonna sonora: The Legend of Chuck-A-Luck scandisce la vicenda con le sue strofe (il testo integrale potete trovarlo sulla pagina wikipedia del film. Oltre al valore integrante rispetto la trama, la bellezza del brano sta anche nel lato onomatopeico che ricorda il galoppo dei cavalli e tutto il film è scandito da ricerche o fughe a cavallo.
Il titolo del brano doveva essere anche il titolo del film ma venne poi cambiato dal produttore in Rancho Notorious, mi pare un rimando al celebre film di Hitchcock del 1948: in fondo anche qui abbiamo un infiltrato in una banda per scoprire intrighi e omicidi..

Barbie

Barbie

USA 2023, Warner Bros
con Margot Robbie, Ryan Gosling, America Ferrera, Kate McKinnon, Michael Cera, Ariana Greenblatt, Issa Rae, Rhea Perlman, Will Ferrell, Ana Cruz Kayne, Emma Mackey, Hari Nef, Alexandra Shipp, Kingsley Ben-Adir, Simu Liu, Ncuti Gatwa, Scott Evans, Jamie Demetriou, Connor Swindells, Sharon Rooney, Nicola Coughlan, Ritu Arya, Helen Mirren, Emerald Fennell, Dua Lipa
regia di Greta Gerwig

Un giorno a Barbieland, la zuccherosa terra delle Barbie, Barbie Stereotipo viene colta da pensieri di morte e si risveglia coi piedi piatti ed un inizio di cellulite. Viene chiesto consiglio a Barbie Stramba, emarginata ma di riconosciuta saggezza, che spiega a Barbie che i suoi guai nascono da una profonda connessione con la bambina che la possiede; invita quindi Barbie a recarsi nel mondo reale per aiutare la ragazzina e ripristinare l’ordine delle cose ma due cose vanno storte: Ken, da sempre innamorato di Barbie la segue nel suo viaggio e soprattutto il mondo reale non è la riproduzione perfetta di Barbieland dove ogni donna può essere ciò che vuole e addirittura la bambola che credeva di essere un simbolo di libertà femminile è vissuta come un modello inarrivabile che mette in crisi le bambine…



Barbie 2


Pur divertendomi il film mi ha lasciato diverse perplessità ma ha innegabilmente spostato le categorie del pensiero oltrepassando la categoria del post- che pure è ben presente nella costruzione filmica: la citazione di 2001 è ormai abusata e l’ultima reinterpretazione, anche più originale è d quella di Everywhere Everything Everywhere All At Once e la conclusione (la morale?) del film è l’ennesima variazione sul tema di Pinocchio.
Non mi pare invece di essermi mai imbattuta in un film, soprattutto nato per essere un blockbuster, che sfrutti l’immaginario da cui deriva per criticarlo e non penso tanto all’assurdo CdA della Mattel tutto al maschile che si è impossessato del progetto di una donna snaturandolo, un’operazione simpatia a cui una multinazionale si presta senza problemi e che siamo tutti in grado di riconoscere; penso piuttosto a certi fermo immagine con il nome del prodotto accessorio che nel corso degli anni hanno costruito il mondo di Barbie: l’esaltazione di oggetti oggi di culto, più costosi della bambola che dovevano accessoriare, un’operazione bizzarra dentro un film che vorrebbe denunciare capitalismo e patriarcato, concetti saldamente connessi.
Indubbiamente Barbie punta più a stigmatizzare il patriarcato e anche qui succede un cortocircuito: a mio modesto parere il film non riesce ad essere mordace nella contrapposizione tra i sessi eppure il ruolo marginale dei Ken a Barbieland è il più commentato: davvero neppure in un mondo fantastico di bambole si può accettare il ruolo di appendice per un bambolotto sfigato per natura con cui nessun maschio avrebbe mai voluto giocare e pure le femmine preferivano fidanzare le loro Barbie con Big Jim e mo’? Sollevazione per la rappresentazione di un maschile con il solo ruolo decorativo? Segno che il nervo è più scoperto di quanto si credesse.



Barbie 1


Non trovo ficccante la critica sul patriarcato per il buco di sceneggiatura per cui Ken torna dal mondo reale e riesce ad instaurare il patriarcato a Barbieland senza colpo ferire, con Barbie premio Nobel e altre forme di genialità ben contente di stare in bikini a cucinare per i maschi, questo lo trovo veramente offensivo.
Altra caduta il famoso monologo di Gloria che riesce a far tornare pensanti le Barbie imbesuite dal patriarcato: Gloria è interpretata da America Ferrara, famosa soprattutto per aver interpretato Ugly Betty, per uscire dal ruolo da allora è di una magrezza impressionante, far tenere a lei il discorso sull’impossibilità di essere donna è straniante, ribadisco siamo in una nuova categoria di pensiero dove vale tutto, mi sfugge se per superficialità o se si tratta di un’evoluzione del ragionamento così raffinata da superare sé stessa: mah!

Bianco Natale

White Christmas
USA, 1954, Paramount
con Bing Crosby, Danny Kaye, Rosemary Clooney, Vera-Ellen, Dean Jagger, Mary Wickes, Anne Whitfield, Sig Ruman
regia di Michael Curtiz, Robert Alton (scene musicali)


White christmas


Italia 1944: durante uno spettacolo natalizio per salutare l’amato generale Waverly, l’aspirante compositore/cantante Phil Davis salva la vita al più famoso Bob Wallace, nasce così una coppia artistica di grande successo. Dopo un decennio, Phil, stanco del perfezionismo stakanovista del socio, cerca in ogni modo di trovargli una ragazza. Il refrattario Bob ha un colpo di fulmine per Betty, una cantante che si esibisce con la sorella e che vengono provinate perché sorelle di un vecchio commilitone. Phil riesce a convincere l’amico a seguire le due ragazze in Vermont dove hanno una scrittura in un hotel che si scopre appartenere al vecchio generale Waverly. Sull’orlo del lastrico come albergatore, l’ufficiale vorrebbe tornare in servizio ma il rifiuto dell’alto comando lo lascia prostrato. Bob decide di sfruttare le sue conoscenze radiofoniche per realizzare una serata di beneficenza in favore di Waverly ma per un equivoco Betty crede che il cantante voglia sfruttare l’evento a scopo di lucro e lo lascia, scoperte le buone intenzioni del cantante torna a far parte dello show.


Bianconatale


Melassa sentimentale e retorica militare per un classico natalizio creato ad arte per sfruttare i buoni sentimenti natalizi sfruttando il successo di una canzone, la White Christmas del titolo, che era un cavallo di battaglia di Bing Crosby dal 1941 ed infatti è la canzone di apertura dello spettacolo per le truppe del prologo e la canzone di chiusura del film ambientato in un allora probabilmente poco realistico Vermont senza neve che ovviamente cade la notte di Natale a riportar la gioia in ogni cuooor.
BianconataleChe il film sia un un’opera furbetta lo si intuisce dalla trama molto esile che ricorda un po’, fatte le debite distinzioni, Cantando sotto la pioggia per la narrazione del dietro le quinte di una rivista, ma qui ci si limita a mettere insieme una serie di numeri slegati fra di loro perché non sapremo mai su cosa verte lo spettacolo; c’è poi una scipita storia d’amore che non decolla mai, colpa anche della legnosa zia di George Clooney, Rosemary Clooney dalla gran voce ma dal poco carisma scenico nonostante il taglio di capelli e un profilo alla Marilyn Monroe.
Più affiatata la coppia Vera-Ellen Danny Kaye protagonista del balletto più interessante, Choreography.
Il film, oltre ad essere un intramontabile classico natalizio è il primo girato in VistaVision, il formato panoramico della Paramount per rispondere al CinemaScope della 20th Century Fox, sviluppato l’anno precedente.

Illusioni Perdute

Illusions perdues
Francia, 2021
con Benjamin Voisin, Cécile de France, Vincent Lacoste, Xavier Dolan, Jeanne Balibar, Gérard Depardieu, Louis-Do de Lencquesaing, André Marcon, Salomé Dewaels, Jeanne Balibar, Jean-François Stévenin
regia di Xavier Giannoli


Illusioni perdute


Nella Francia della Restaurazione, il giovane Lucien Chardon sogna di diventare un poeta e di rivendicare i quarti di nobiltà materni firmandosi Lucien de Rubempré.
Protetto da una nobildonna locale, Lucien ben presto s’innamora, ricambiato, della sua mecenate e per sfuggire alle chiacchiere di paese i due fuggono da Angoulême per cercare fortuna a Parigi. Ben presto Louise de Bargeton si accorge che il giovane protetto è impresentabile in società e lo abbandona al suo destino. Lucien, nel tentativo di far pubblicare le sue poesie, scopre il mondo del giornalismo e il potere della stampa. Desideroso di vendicarsi del rifiuto della nobiltà, il giovane diventa una penna affilata e si fa una posizione tra i liberali, a rovinarlo sarà il suo desiderio di veder riconosciute le sue nobili origini che lo portano a tradire le riviste liberali per entrare in un giornale monarchico che ben presto fallisce lasciando Lucien sul lastrico ed esposto alla vendetta degli ex colleghi di cui farà le spese anche la sua giovane amante, Coralie, un’attricetta stroncata mentre debutta in un’opera di prestigio



Illusioniperdute


Ispirandosi al secondo volume dell’omonimo romanzo in tre parti di Honoré de Balzac, il regista francese Xavier Giannoli torna ai temi analizzati in Marguerite, il film del 2015 che gli ha dato la notorietà internazionale e cioè il confronto tra arte e critica e il peso di quest’ultima nel determinare il successo di un’opera o di un artista.
La trasposizione del romanzo balzachiano che ha vinto sette César nel 2022, è fedele soprattutto nella ricostruzione storica con la macchina da presa al servizio di una vicenda che si annovera tra i capolavori (Proust dixit) della sterminata produzione della Comedie humaine.
Pur sfrondata di molti personaggi e, come già detto, incentrata sul capitolo centrale del romanzo, il film di Giannoli mantiene lo spirito romantico dell’opera con Lucien diviso tra l’amore angelicato per la bella Louise e quello carnale per Coralie, l’attrice che viene dalla strada, follemente innamorata di Lucien il cui destino è già segnato dalla tisi. I protagonisti incarnano perfettamente lo spirito della letteratura ottocentesca francese.
Illusioni perdute però non è solo la bella riduzione di un celeberrimo romanzo, il film si dimostra profondamente attuale nello svelare i retroscena economici che stanno dietro a un momento storico in cui la stampa liberale ha un grande sviluppo data la possibilità di criticare la rigida nobiltà della Restaurazione. La contrapposizione politica si esplicita soprattutto nella critica d’arte dove non è l’analisi dell’opera a determinarne il successo ma la sua capacità di provocare discussioni e quel che è peggio la capacità di pagare meglio la stroncatura dell’avversario, memorabile la figura di Singali, capo claque potentissimo e irremovibile nella sua fedeltà al miglior offerente.
Una critica spesso mossa al film è la presenza di una voce off ingombrante ma non vedo molte altre soluzioni per raccontare i meccanismi distorti del giornalismo ottocentesco così incredibilmente simili alle storture create dai social: diffusione virale di fake news e costruzione ad hoc di inutili diatribe.

Love Actually

Love actually

GB 2003
con Hugh Grant, Emma Thompson, Rowan Atkinson, Colin Firth, Liam Neeson, Alan Rickman, Laura Linney, Martine McCutcheon, Thomas Brodie-Sangster, Chiwetel Ejiofor, Andrew Lincoln, Keira Knightley, Rodrigo Santoro, Martin Freeman, Claudia Schiffer, Billy Bob Thornton, Bill Nighy, Rory MacGregor, Chris Marshall, Heike Makatsch
regia di Richard Curtis

Film corale che racconta dieci storie d’amore tra personaggi legati tra loro da vincoli di amicizia, lavoro o parentela.
S’indagano diverse sfumature amorose, non solo quelle romantiche ma anche la dedizione di una sorella al fratello malato per cui rinuncia a coronare un amore ricambiato, l’impegno di un vedovo verso il figliastro di dieci anni che aiuta a conquistare la più bella della classe e la strana coppia della rock star decaduta e il suo manager che sono la vera chicca del film: la vecchia gloria del rock Billy Mack cerca di ritrovare il successo con una hit natalizia ma sarà la candida volgarità con cui ammette nelle interviste che la canzone è pessima e ha solo scopi commerciali a farlo arrivare in vetta alle classifiche.
Peccato che la regola dell’estrema onestà da humor british non valga anche per la pellicola considerato ormai un classico natalizio e il canto del cigno della commedia romantica inglese; personalmente trovo che Love Actually sia più una commedia sentimentale perché prevalgono i toni un po’ melensi e certi cliché, su tutti il marito che tradisce la moglie con la collega più giovane: per uscire dal cliché sarebbe stato necessario approfondire; cosa impossibile per la scelta di raccontare troppe storie e francamente quella del fattorino Colin convinto di avere successo in amore negli USA si poteva tagliare.
Anche la relazione tra lo scrittore Jamie Bennett e la colf portoghese che s’innamorano senza capire i rispettivi idiomi e che è la storia più romantica di Love Actually viene un po’ buttata in caciara dal finale sopra le righe in quel di Lisbona.
Recentemente il regista ha detto che avrebbe dovuto scegliere un cast più inclusivo: vent’anni fa la mentalità era diversa ma che l’unico personaggio di colore sia il marito di Juliet, di cui è innamorato anche il suo migliore amico Mark che la notte di Natale le confessa i suoi sentimenti con i cartelli, sembra una scelta studiata per rendere più accettabile il comportamento di Mark in quella che oggi è considerata una scena cult.
A far prevalere i pro del film nel mio gusto personale arriva il doppio cameo di Rowan Atkinson, che odio come Mr. Bean, ma nei panni del deus ex machina che permette a Sam di superare i tornelli dell’aeroporto per raggiungere Johanna (con una mezza citazione de Il Laureato) e soprattutto nel ruolo del commesso del grande magazzino ha omaggiato egregiamente il mio caratterista preferito delle vere commedie romantiche: Edward Everett Horton.

Scordato

Italia 2023

con Rocco Papaleo, Giorgia, Simone Corbisiero, Angela Curri, Anna Ferraioli, Manola Rotunno, Eugenia Tamburri, Marco Trotta, Antonio Petrocelli, Giuseppe Ragone, Jerry Potenza, Elisa Gallo, Iacopo Velardi
regia di Rocco Papaleo


Scordato


Il cinico accordatore lucano Orlando, da anni trasferito a Salerno, ha iniziato a vedere “il fantasma” del giovane sé stesso e rimane vittima anche di un intollerabile mal di schiena. L’incontro fortuito con una bizzarra fisioterapista che vuole vedere una foto da giovane di Orlando per capire come il tempo ha pesato sulla sua postura, costringe l’accordatore a tornare a Lauria, il paese natale da cui manca da anni per evitare di confrontarsi con le fratture del passato.


Scordato


Opera agrodolce di Papaleo, uno sguardo intimista su una generazione, quella dei sessantenni, sempre più delusa e depressa e non certo solo per il tempo che fugge.
Il regista mostra come i giovani del decennio più edonistico del XX secolo si siano trasformati negli anziani più delusi e depressi mettendo in scena il dialogo acceso e surreale con il giovane ma pungente fantasma della gioventù fuggita.
Tutto il mondo presente costruito da Papaleo è di una tristezza raggelante, dal giovane pianista pazzo all’imprenditore ossessionato dal sesso. L’unica figura positiva è Olga, la fisioterapista che spinge il protagonista a confrontarsi col proprio passato; il film sembra indirizzarsi sulla via della commedia romantica ma l’on the road di Papaleo devia verso una storia più drammatica di cui è protagonista Rosanna, la sorella maggiore di Orlando, a cui l’accordatore era legatissimo nell’infanzia e nell’adolescenza e che ora ha completato escluso dalla propria vita.


Scordato1


Interessante la scelta stilistica (anche se resa con una CG mediocre) di mostrare un presente dalla fotografia desaturata dove dominano i grigi a sottolineare la mediocrità del presente, in contrasto con i colori squillanti degli anni felici dei ricordi.
Il film però non è una banale retorica dei bei tempi andati perché la ferita che ha “stortato” la tempra di Orlando risale proprio a quel periodo felice con una serie di conseguenze che si sono protratte fino al presente.
Raffinata anche la costruzione circolare racchiusa tra due vittorie: quella dei mondiali dell’82 e la scelta di Matera come capitale della cultura 2019, in entrambi i casi Orlando paga l’esultanza cadendo e fratturandosi un braccio, la nuova frattura sarà l’occasione per sboccare il rinascente rapporto con la sorella.
Se Il film si segnala per il convincente esordio della cantante Giorgia nel ruolo di Olga, sono notevoli anche la prova di
Angela Curri nei panni della sorella e di sicuro interesse resta anche la figura della madre di Rosanna e Orlando, Giacomina, una delle prime divorziate del paese, a sottolineare lo sguardo sempre attento al femminile di Papaleo.

Boudu salvato dalle acque

Boudu sauvé des eaux
Francia, 1932
con Michel Simon, Charles Granval, Marcelle Hainia, Severine Lerczynska, Jean Gerhet, Georges D’Arnoux, Jean Dasté, Jacques Becker, Max Dalban
regia di Jean Renoir



Boudusauvédeseaux.


Il libraio Lestingois salva Boudou, un barbone che si era buttato nella Senna dopo aver perso il cane. L’azione gli vale il plauso della folla e una medaglia ma nessuno è disposto ad aiutare Budu così
Lestingois lo accoglie in casa. Ben lungi da essere riconoscente il barbone seduce la moglie del benefattore e quando vince alla lotteria impalma anche la giovane cameriera amante del padrone di casa…


Boudu sauve des eaux


Film meno noto del regista, figlio del maestro dell’impressionismo, Boudu salvato dalle acque è un’opera che mette alla berlina le convenzioni sociali e il moralismo borghese.
Lestingois, dall’alto della sua cultura, si crede uno spirito libero che, immaginando la fantasia di ninfe e satiri con cui si apre il film nobilita la più banale delle tresche, quella con la servetta. L’irruzione di un vero anarcoide come Boudu smaschera la natura borghese del libraio che cerca di educare il (buon?) selvaggio alle più elementari regole del vivere civile nonostante lo sprezzo del denaro: è lui a regalare a Boudu il biglietto della lotteria dimenticato in taschino e che poi si rivelerà vincente.
Il barbone però resta refrattario ad ogni regola: non è riconoscente al suo salvatore, non si accontenta di indossarne i vestiti usati ricevuti come gesto caritatevole e ne pretende di nuovi, seduce senza remore le due donne di casa. Lestingois accetta tutto con la consumata bonomia che gli deriva dalle buone letture e quando Boudu vince la lotteria non accampa nessuna pretesa sul denaro come accetta di buon grado il matrimonio della giovane amante con un uomo che ora ha una posizione.


Boudusalvatodalleacque


Il film si potrebbe chiudere con il lieto fine dell’insolito ménage a quattro e sarebbe già dirompente ma Renoir porta all’estremo la coerenza del personaggio; già ad inizio film Boudu aveva regalato il caritatevole soldino ricevuto da una bambina e durante la cerimonia nuziale il barbone si lascia cadere in acqua per ritornare alla sua libertà abbandonando i Lestingois e la giovane sposa.
Il film è un inno libertario che si manifesta anche nelle riprese che si soffermano sulla carrellata di volti e scene di vita vera del sobborgo. Torna la ripresa mossa per il dondolio della barca resa celebre da Une partie de campagne.
Il personaggio di Boudu decreta la fama dell’attore svizzero Michael Simon che pare ispirarsi vagamente a Charlot ma con tinte ben più crude e rudi rispetto allo spirito gentile che anima l’omino di Chaplin.
L’irruzione di un personaggio dirompente in una realtà familiare consolidata verrà ripresa da Pasolini in Teorema.

Vampires

John Carpenter’s Vampires
Usa 1998
con James Woods, Daniel Baldwin, Sheryl Lee, Thomas Ian Griffith, Maximilian Schell, Gregory Sierra, Cary-Hiroyuki Tagawa, Mark Boone Junior, Clarke Coleman, David Rowden, Thomas Rosales Jr., Tim Guinee, Henry Kingi, John Furlong
regia di John Carpenter



Vampires


Jack Crow è a capo di una banda di cacciatori di vampiri al soldo del Vaticano. Dopo aver “bonificato” un covo di vampiri, Crow e la sua banda si rilassano con un festino in un motel ma arriva un super vampiro che stermina quasi tutti i presenti. Crow fugge col fedele Montoya e si portano dietro una prostituta che è stata morsicata dal vampiro in modo da ritrovare telepaticamente il suo creatore che è niente meno che il primo vampiro intenzionato a portare a termine il rito che lo ha reso immortale per poter agire anche alla luce del giorno…


Vampires


Un’opera poco amata di Carpenter che coniuga western con l’action movie fracassone e bidimensionale degli anni 80/90. La scena iniziale è molto esplicativa della crudeltà degli ammazzavampiri che con argani e balestre tecnologiche portano alla luce i vampiri per farli bruciare dal sole cocente: non si simpatizza molto per loro come non era simpatico Ethan Edwards in Sentieri Selvaggi la cui celeberrima inquadratura dall’interno della casa sull’assolato deserto è citata molto fedelmente.


Vampires 2


Brutali gli ammazzavampiri ma ancora più crudele Valek, il prete eretico che vuole superare il tabù della luce sottoponendosi al rito medioevale che lo aveva reso un non morto.
Non si salva praticamente nessuno in questo horror anomalo dove sono più gli inviti a schiattare che i colpi inferti, eppure c’è una contorta vena romantica nell’amore tra Montoya e Katrina e l’amicizia fra Jack e Montoya che infrange anche una delle regole principali di questo crudo ma divertente mondo degli ammazzavampiri.


Vampires 1


Da menzionare Sheryl Lee nel ruolo di Katrina, una delle sue prove più interessanti dopo Twin Peaks.