L’amore e il diavolo

L'amoreeildiavolo

Favola lieve della coppia Carne’ Prevert, girata durante
l’occupazione nazista (194
2)
ambientata inun medioevo magico dove il diavolo
invia due menestrelli (un uomo e una donna) a creare scompiglio nelle nozze
della figlia di un nobile. Come sempre il diavolo fa le pentole, ma..
Uno dei
film piu’ invisibili di tutti i tempi che muoio dalla voglia di rivedere.

Porzus o del doppiaggio

PorzusLa diatriba sul doppiaggio e’ solitamente rivolta alla traduzione di film stranieri, che tanti vorrebbero in sala con i sottotitoli e la possibilita’ di ascoltare le voci delle loro star preferite.
La visione dell’ultima parte del film Porzus venerdi’ sera pero’ mi porta a riflettere su una forma di doppiaggio ormai caduta in disuso: quello di rendere omogeneo il linguaggio di un film italiano.
Porzus narra (con molti demeriti) una tragica storia della resistenza in cui un gruppo di partigiani comunisti trucida altri partigiani di matrice cattolica. La storia viene rievocata da due sopravvissuti dei blocchi avversari che in tarda’ eta’ si rincontarano per una resa dei conti.
La vicenda si svolge sulle montagne del Friuli e benche’ le molte cadenze dialettali degli interpreti possano venire accettate, e’ abbastanza fastidioso vedere uno dei personaggi principali, Geko, comandante della Garibaldi, interpretato all’epoca della vicenda partigiana dal giovane Lorenzo Crespi dal forte accento meridionale e da anziano da Gastone Moschin che sfodera un impeccabile accento friulano.
GekoSono arrivata anche a pensare che Geko non fosse orginario di quei luoghi e poi vi sia rimasto dopo i tragici eventi che lo videro protagonista, giustificazione un po’ lambiccata per un film che tra i pochi meriti ha quello di una perfetta ricostruzione storica, ma la fedelta’ storica non passa anche attraverso il linguaggio?
Non e’ compito degli attori aver una dizione perfetta e all’occorenza imitare i piu’ diversi dialetti? Le suore da me lo pretesero quando alle medie mi fecero recitare una commedia di Goldoni! Esperienze personali a parte , essere doppiati in patria non e’ un demerito (soprattutto quando questo torna a vantaggio del film al cui servizio dovrebbe essere l’attore): accadde anche a Mastroianni in una delle sue prime apparizioni e, non vorrei sbagliare, venne doppiato da Sordi.

Il monaco

Pur riconoscendomi nelle parole del grande Rino Gaetano che in “mio fratello e’ figlio unico” sostevena che un film non va mai giudicato senza prima vederlo, son qui a scrivere di un film che non e’ ancora uscito nelle nostre sale, per quanto non mi aspetti molto (spero di essere
piacevolmente smentita) so gia che correro’ a vederlo: tutta colpa di Jhon Woo e un po’ di tai chi, per non parlare del fascino magnetico di Chow Yun-fat!
Alla fine del bel libro edito della Lindau su John Woo, Una Tempesta Di Piombo, c’e’ un’intervista all’attore alterego del grande regista di Hong Kong, che spiega il ritardo dell’inizio della sua carriera hollywoodiana in quanto i ruoli propostigli ritornavano sempre all’icona di lui che impugna due pistole.
Cosa fedelmente riproposta nella locandina del nuovo film (dai trailer credevo che questo monaco-highlander avrebbe utilizzato solo le armi classiche del kung-fu).

Ilmonaco

Evidentemente non e’ bastato il ruolo dell’eroe nel blockbuster di Ang Lee, per far cancellare l’elegante immagine del sicario Joeffrey in The killer o meglio ancora dello sbruffone Mark (un moderno Clark Gable orientale e sicura fonte d’ispirazione per Tarantino) in A better tomorrow 1 e 2

baffetti e nasi finti

Fridahours_1 Il riferimento di Pikolo al film su Frida Kahlo [sta diventando la mia musa ispiratrice questa ragazza! ;-)] mi ha fatto tornare in mente una questione che mi aveva lasciata basita all’uscita del film: scrutavo attentamente i trailers per vedere se scorgevo anche sul volto di Salma Hayek i baffetti che sono il carattere distintivo di Frida: ovviamente mancavano.
Quasi in contemporanea usciva nelle sale "The Hours" e la Kidman si e’ aggiudicata l’Oscar per aver recitato con un naso finto.
Secondo me dietro a queste due diverse scelte estetiche non si nasconde tanto il talento artistico, quanto un topos sociale:
un naso "importante" puo’ essere anche interessante, il baffetto da sparviero sul labbro superiore e’ solo segno di trascuratezza: quindi, benche’ elemento caratteristico di una donna che va al di la’ delle mode e dei tempi, segno tangibile della sua androginia su cui il film comunque si sofferma, non possono essere mostrati sul grande schermo: sia mai che qualche pazza la prenda a modello e decida di venirmeno al suo appuntamento settimanale con la ceretta o almeno con la crema schiarente!

United Stupids of America

Devo cambiare le mie abitudini: diventare una donnina più organizzata e non ridurmi a lavare i piatti alle 5 del pomeriggio, altrimenti mi toccano esperienze di rabbia furiosa come mi e’ successo sabato scorso: stavo appunto dedicandomi alle faccende domestiche con MTV in sottofondo, c’era un programma di premiere cinematografiche americane: tra le anteprime di Terminator3 e il prossimo Tarantino (Uma Thurman qui è più che stupenda!) vengo informata della produzione del remake di “Colpo all’italiana” un filmucolo di dubbi meriti inglese dei primi anni ’70, tra frammenti di interviste a protagonisti e regista, quest ultimo, un emerito sconosciuto per cui nemmeno mi sbatto per venire a conoscenza dei suoi dati anagrafici, con aria imbecille (ma lui si sentiva molto cool!) si vanta che le scene girate a Venezia prevedevano una velocità oraria di 100km per i motoscafi mentre di solito in laguna si procede a 20, 25 km/h (chissa’ perche’) che un po’ di gente di e’ arrabbiata ( e mi ridomando il perche’) ma che e’ stato divertentissimo (per te stupido cretino!).
Ora io auspico che Alvaro Vitali, trovati dei fondi neri da Cecchi Gori decida di girare il remake di Smoke a New York, dove ormai e’ risaputo che neppure piu’ sui marciapiedi e’ concesso fumare, spernacchiando i poliziotti che cercheranno di fargli seguire le regole americane.
A volte la legge del taglione ci vuole.

The Eye e altri horror

Theeye Ho visto recentemente the eye , discreto film giapponese dai molteplici riferimenti al cinema nostrano: dallo strausato topos dell’impianto di parti di corpi altrui che mantengono la coscienza della personalità precedente, a the mouthman profecy a il sesto senso. La mia riflessione verte proprio su questo nuovo filone inaugurato con il sesto senso e proseguito con the others, per citare i titoli più eclatanti. Da sempre l’horror è una delle vie preferenziali per raccontare forme di disagio: negli anni’80 il genere era caratterizzato in particolare dall’angoscia giovanile: la paura di crescere e del sesso, ecco allora tutta una serie di splatter ambientata in college, e altri luoghi studenteschi, o comunque giovanili che culminò nel poco noto, ma emblematico society -the horror del 1989. Con il sesto senso è nato un nuovo archetipo del terrore: la figura del fantasma che non sa o non accetta di essere tale e lotta disperatamente per farsi riconoscere e mantenere le peculiarità della sua esistenza terrena. In epoca di folle rincorsa verso l’eterna giovinezza è quasi banale leggervi un rifiuto della morte; vi si può scorgere un sottotesto più nascosto ed inquietante se pensiamo che la misura della nostra esistenza è data dal riconoscimento che gli altri fanno al nostro lavoro e dalla nostra posizione sociale: quindi non è forse la vita che i protagonisti temono di perdere ma il loro prestigio, finendo ai margini della società, diventando degli invisibili, come sottolinea anche il programma della jena Marco Berry.