La diatriba sul doppiaggio e’ solitamente rivolta alla traduzione di film stranieri, che tanti vorrebbero in sala con i sottotitoli e la possibilita’ di ascoltare le voci delle loro star preferite.
La visione dell’ultima parte del film Porzus venerdi’ sera pero’ mi porta a riflettere su una forma di doppiaggio ormai caduta in disuso: quello di rendere omogeneo il linguaggio di un film italiano.
Porzus narra (con molti demeriti) una tragica storia della resistenza in cui un gruppo di partigiani comunisti trucida altri partigiani di matrice cattolica. La storia viene rievocata da due sopravvissuti dei blocchi avversari che in tarda’ eta’ si rincontarano per una resa dei conti.
La vicenda si svolge sulle montagne del Friuli e benche’ le molte cadenze dialettali degli interpreti possano venire accettate, e’ abbastanza fastidioso vedere uno dei personaggi principali, Geko, comandante della Garibaldi, interpretato all’epoca della vicenda partigiana dal giovane Lorenzo Crespi dal forte accento meridionale e da anziano da Gastone Moschin che sfodera un impeccabile accento friulano.
Sono arrivata anche a pensare che Geko non fosse orginario di quei luoghi e poi vi sia rimasto dopo i tragici eventi che lo videro protagonista, giustificazione un po’ lambiccata per un film che tra i pochi meriti ha quello di una perfetta ricostruzione storica, ma la fedelta’ storica non passa anche attraverso il linguaggio?
Non e’ compito degli attori aver una dizione perfetta e all’occorenza imitare i piu’ diversi dialetti? Le suore da me lo pretesero quando alle medie mi fecero recitare una commedia di Goldoni! Esperienze personali a parte , essere doppiati in patria non e’ un demerito (soprattutto quando questo torna a vantaggio del film al cui servizio dovrebbe essere l’attore): accadde anche a Mastroianni in una delle sue prime apparizioni e, non vorrei sbagliare, venne doppiato da Sordi.