The island

TheIsland 2019: i sopravvissuti ad una contaminazione vivono in un bunker sperando di vincere la lotteria che gli permetterebbe di trasferirsi sull’unica isola terrestre non contaminata del pianeta, ma uno dei sopravvissuti, Lincoln 6-Echo, inizia ad avere dei sospetti su questo stato di cose, scoprira’ di essere “solo” il clone di un VIP..

Voglio togliervi tutte le illusioni: questo film non vuole riflettere su un tema scottante come la clonazione, ma e’ un solo un pessimo action movie che sfrutta l’argomento della biogenetica per far partire uno script piuttosto barcollante che si rifa’ un po’ a Matrix condito nella sempre verde salsa Blade Runner.
Disomogeneo nei suoi vari segmenti: la vita dentro il bunker, la fuga, il confronto con l’umanita’ e il ritorno, la pellicola vanta anche buchi di sceneggiatura notevoli: se Lincoln sa cos’e’ un insetto, come mai non conosce l’esistenza dei serpenti e con la sua compagna resta incantato a guardare un crotalo riuscendo per giunta ad evitarne il morso? Forse che i novelli Adamo ed Eva, non si lasciano buggerare dal serpente e riescono a fregare il loro creatore?
Com’e’ possibile che una famosa attrice/top model metta a soqquadro tutta Los Angeles tra inseguimenti ed esplosioni e nessuno la riconosca? ed in ogni caso la vicenda di Jordan 2-Delta rimane in sospeso (spero che questo non voglia presagire un sequel!)
Anche chi ama l’action movie piu’ disimpegnato rimarra’ deluso: le scene piu’ rocambolesche hanno tutte il sapore del dejavu: zanzarini spaziali che sbattono contro ostacoli non visti, inseguimenti in autostrada, veivoli che demoliscono l’intero piano di un palazzo..
Altra caratteristica del film e’ quella di essere l’apoteosi della pubblicita’: solitamente ci si limita alla sponsorizzazione di una o due grosse aziende che in cambio ricevono generose inquadrature dei loro marchi, qui e’ tutto un fiorire di loghi: addirittura per dimostrare che Sarah Jordan, la donna da cui e’ stata clonato il personaggio interpretato da Scarlett Johansson, fa parte dello star-system, si utilizza lo spot che l’attrice ha girato per Calvin Klein!
Pessima anche la scenografia, a parte gli interni di lusso delle abitazioni che sicuramente saranno stati fornita da qualche grande casa d’arredamento, e qualche interessante reperto di archeologia indutriale, il film si svolge in un futuro relativamente vicino, tra quindici anni: mentre l’abbigliamento, le auto sono pressoche’ identiche a quelle di oggi, treni e moto viaggiano sollevati da terra e la futuribile L.A. con i suoi treni che viaggiano su piu’ livelli riprende il modello ormai consunto di Metropolis.

Da evitare.

Il Re Scorpione

Rescorpione Stasera Canale5 trasmettera’ in prima visione per la tivvu’ generalista Il Re Scorpione, prequel assurdo del colossal piu’ brutto della fine del secolo scorso: La Mummia (1999) a cui era seguito un altrettanto deplorevole La Mummia – il ritorno (2001) la cui mancanza di originalita’ si rivelava anche nel titolo.
Il prequel si svolge in un epoca indefinita prededente al sorgere della civilta’ egizia, nella citta’ di Gomorra (!) ricostruita come neppure nei peggiori peplun teverini si poteva inventare, ed anche all’occhio meno allenato non possono sfuggire 4 colonne copiate papali papali da Cnosso.
Tra i vari demeriti del film c’era anche quello di voler lanciare nell’empireo cinematografico un campione del wrestling, The Rock (al secolo Dwayne Johnson), quale epigono dei vari Stallone o Scwharzenegger: l’attore si e’ rivelato una meteora dell’action movie e tenta di riciclarsi nella commedia come dimostra la sua partecipazione a Be Cool.
Pessime prove anche dal punto di vista dell’azione con scene che mancano di competenza: si va dai piu’ volgari colpi bassi a mosse pseudo marziali a la citazione de Il mio nome e’ Remo Williams dove il protagonista fermava le pallottole con le mani.
Mummia32 E pensare che l‘epopea de La Mummia e’ una delle piu’ gloriose della cinematografia horror di tutti i tempi: inizia nel 1932 con la prima versione di Karl Freund, dove Boris Karloff, reduce dal successo di Frankenstein da’ vita a Himotep, egizio incautamente riportato in vita dalla lettura di un antico papiro, con l’inganno si mette alla guida di una spedizione archeologica per ritrovare la tomba della sua amata e resuscitarla, ma al gruppo si unisce una donna che pare la reicarnazione stessa dell’antica principessa, mandando in confusione il perfido Himotep.
Da questo capolovaro prolifera una serie infinita di sequel e remake , di cui certo il piu’ famoso e’ quello prodotto dalla Hammer nel ‘59.
Mummia1959 In questa versione il protagonista e’ un sacerdote (interpetato da Christopher Lee) mummificato vivo per colpa del suo illecito amore verso una principessa del sangue, con il compito di vigilare sul sonno eterno del suo amore. Si risvegliera’ per salvare la tomba dell’amata dalla profanazione dei soliti incauti archeologi; il film diventa quasi un melo‘ fiammeggiante perche’ la somiglianza tra la figlia dell’archeologo e l’antica principessa causeranno l’imbarazzo della mummia che dopo aver seguito il suo amore redivivo fino a Londra, non trovera’ il coraggio di compiere la sua vendetta.
La versione del 1999 e’ solo una scusa per provare i nuovi effetti speciali consentiti dalla tecnologia digitale, la formula seguita e’ quella del film d’avventura con risvolti comici sulla scia di Indiana Jones ma il risultato e’ molto piu’ scadente: manca l’elemento basilare della sorprendente somiglianza tra la protagonista e la principessa morta e invece si introduce lo svarione storico delle 7 piaghe d’Egitto il cui numero viene pure aumentato..
L’incredibile successo del film ha permesso, purtroppo la realizzazione di un seguito dove la coppia di eroi prolifera: almeno nella serie de L’uomo ombra con Dick Powell e Mirna Loy in cui, con molta buona volonta’, e’ possibile trovare un precedente di queste avventure, i protagonisti si limitavano ad accudire un simpatico fox terrier di nome Asta!

Italia70: il cinema a mano armata

Il documentario e’ stato la punta di diamante della serata conclusiva del  festival  cinematografico di Gavi,
di cui e’ stato protagonista l’immarcescibile Claudio G. Fava con il
suo spirito caustico; anche Ottavia Piccolo, che nel corso della serata
ha ritirato un premio si e’ dimostrata persona squisita ed ironica.

CabiriaDa sottolineare come, con la donazione da parte dell’associazione
Museo Nazionale del Cinema di uno spartito originale delle musiche di Cabiria, composte da Manlio Mazza contenenti la Sinfonia del fuoco
di Ildebrando Pizzetti, il Museo del Cinema di Torino sia in possesso
di tutto il materiale concernente l’opera di Pastrone, dato che
recentemente ha acquisito anche l’eredita’ di casa Pastrone, scoprendo
materiali inediti sul film che rivoluziono’ la cinematografia mondiale
(ispiro’ D.W. Griffith per Intolerance): di queste scoperte il
direttore Barbera non ha voluto parlare ma il Museo sta lavorando
perche’ tutto possa essere pronto per creare uno degli eventi di Torino
2006.

Veniamo finalmente al documentario, che sara’ in rotazione su Sky
tutto il mese di ottobre, ad apertura di un ciclo sul genere
“poliziottesco” italiano.

Italia70Protagonista e’ Umberto Lenzi, maestro indiscusso dell’epoca che
racconta genesi e sviluppi del filone, recandosi anche sui luoghi che
trent’anni fa fecero da set ai suoi film.
Altri interventi importanti sono quelli di Enzo Castellari, noto
regista dell’epoca, di Ray Lovelock, attore oggi riciclato dalle
fiction ma che esordi’ in questi film, degli attori americani John
Saxon e Henry Silva che nei polizieschi italiani ebbero spesso ruoli da
antagonista per garantire la vendita sul mercato americano. Guest star
e’ Quentin Tarantino che spiega l’importanza che questi film ebbero
nella sua formazione.

Molto interessante e’ capire come nasce il genere: gli anni ‘70 sono
compresi tra la strage di Piazza Fontana e l’omicidio di Aldo Moro,
anni che videro il sorgere della lotta armata all’interno del Paese,
dove rapine e omicidi erano all’ordine del giorno e il cinema non fece
altro che ispirarisi a questa tragica realta’, questa genesi mi ricorda
quella del cinema horror americano che trovava le sue motivazioni piu’
profonde nella violenza della guerra del Vietnam come racconta il
documentario American Nightmare

La spericolatezza delle riprese, fatte di inseguimenti in mezzo
alle citta’, scene pericolose senza cascatori, di piccole bruciature
dovute alle cariche che simulavano le esplosioni di colpi di pistola,
ricorda invece gli action movie di Hong Kong, come sono raccontati
nella biografia di John Woo dove spesso la paura degli attori non era
solo simulata ma vissuta in prima persona.

Un documentario interessante, da non perdere che permette di conoscere meglio un filone del cinema italiano finora dimenticato.

Paycheck

Poster_lg02Un ingegnere informatico “affitta” periodi della sua vita a compagnie che lo
utilizzano per sviluppare progetti nati dallo spionaggio industriale, terminato
il lavoro la sua memoria viene ripulita perche’ egli stesso non possa rivendere
il materiale che ha creato. Un amico gli offre un lavoro piu’ lungo del solito:
tre anni della sua vita in cambio delle quote societarie, ma l’offerta nasconde
un trucco. e nel corso dei tre anni il protagonista si innamorera’ della bella
Rachel.


L’ultima fatica di John Woo e’ un action movie piu’ che dignitoso
ispirato a un racconto di Philip Dick: non so se i nomi di Rachel e Dekker
ricorrano anche nell’opera, ma credo siano piu’ un omaggio a Blade
Runner
.
Penso che la critica lo abbia accolto in maniera piuttosto fredda
perche’ il film non ci mostra il futuro in maniera cupa e angosciante, come
solitamente accade nelle opere tratte da Dick: Woo utilizza i toni del giallo
rosa di Once a Thief dove se non ricordo male c’era un inseguimento tra
auto e moto ben piu’ rocambolesco di quello che il regista mette abilmente in
scena in Paycheck, e forse i toni leggeri sono un escamotage per superare
i veti delle major americane sempre restie all’estremo sacrificio del
protagonista.
Ricorre l’eterna dualita’ tra bene e male che caratterizza
tutte le opere del maestro di Hong Kong, a cui va il merito di aver reso quasi
decente perfino la recitazione (?) di Ben Affleck, e scusate se e’ poco.