Estate 2010: una troupe cinematografica arriva a Pomigliano d’Arco per i sopralluoghi di un film che spieghi gli effetti della nuova politica Fiat sulla citta’. Il regista, per meglio dire il Maestro intuisce subito che il genere filmico su cui impostare la pellicola e’ quello fantascientifico.
Surrealismo civile, cinema d’improvvisazione: con questi termini il Maestro interpretato da Paolo Rossi spiega ai suoi accoliti (in particolare all’addetto alla colonna sonora Emanuele Dall’Aquila, spalla perfetta per lo stralunato Paolo Rossi) il lavoro che stanno portando avanti. RCL e’ davvero uno strano oggetto dove i toni documentaristici e d’inchiesta vengono destrutturati dalla comicita’ e la finzione cinematografica, una commistione i cuoi risultati sono lontani anni luce dalla marmellata televisiva. A colpire, in primis, e’ lo squallore architettonico: non che Pomigiano sia particolarmente brutta, semplicemente vanta la medesima orrida edilizia popolare postfascista che infetta tutta Italia e le zone industriali sono la punta di diamante di questa desolazione.
Poi si resta colpiti dagli operai, prima ancora che dai loro racconti: non piu’ espressione di un proletariato ignorante, portano avanti discussioni piu’ lucide di quelle che potremmo sentire in un qualunque talk politico e non e’ certo questo il milieu (certo, non bisogna fare di ogni erba un fascio) da cui esce tutta quella schiera assurda di gieffini inetti. Qui ci troviamo di fronte a persone che con estrema dignita’ lottano per mantenere un lavoro usurante a quella fantomatica catena di montaggio che tutti descrivono come un lavoro fatto scendendo lungo una scala mobile che sta salendo ma che non e’ dato di vedere perche’ l’azienda preclude il diritto di filmare in nome della proprieta’ privata. Non resta allora che volgere una preghiera a Charlie Chaplin, l’unico a cui la catena l’hanno fatta vedere. Tenero finale che arriva, ahime’, troppo presto.