Un giorno questo dolore ti sarà utile

Ungiornoquestodoloretisaràutile James è un diciassettenne in crisi profonda e ancor più a disagio lo mettono le pressioni dei componenti della sua disfunzionale famiglia che pretenderebbero da lui idee molto chiare per il futuro..

Premettendo che non conosco il romanzo omonimo di Peter Cameron da cui è tratto il film in cui pare che il diciassettenne James Sveck sia una sorta di “Giovane Holden del terzo millennio”, posso giudicare il film di Faenza come un’opera gradevole seppur superficiale visto che nel giro di 98 minuti la profonda crisi esistenziale di James si risolve felicemente con quattro chiacchierate con la psicologa/life coach Lucy Liu.
Resta comunque una storia carina e divertente dove ad esser osservati dall’occhio acuto di James sono i suoi strampalati familiari: la sorella ventitreenne che sta con un professore universitario che ha più del doppio dei suoi anni, la madre al terzo matrimonio che dura lo spazio di un weekend e il padre vanesio alle prese con la blefaroplastica per essere all’altezza delle sue giovani fidanzate. Si salva solo l’adorata nonna Nanette che sembra seguire o per lo meno interessarsi alle inclinazioni del sensibile nipote. Personaggi che non escono dalla stereotipazione classica dei clichè newyorkese e infatti sembra di assistere a una versione deluxe di un qualche episodio di un serial alla Gossip Girl, sarà che quasi tutti i protagonisti arrivano dal mondo seriale americano (il più divertente è il roccioso Stephen Lang capo della colonia di Terranova e Colonnello Quaritch a capo delle truppe che invadevano Pandora in Avatar qui nei panni del terzo marito della madre di James, giocatore d’azzardo conpulsivo)
Resta di grande impatto la fotografia con una luce molto naturale insolita per New York che ci viene mostrata nei quartieri radical chic (la madre ovviamente gestisce una galleria d’arte) e nei suoi uffici vetrati all’ennesimo piano di un grattacielo con vista su Central Park e soprattutto non manca il trendissimo tratto di sopraelevata riconvertito in parco pubblico, High Line Park

Avatar

Che delusione questo Avatar! Una delle trame piu’ piatte della storia del cinema, che non poteva esser certo risollevata da una visione 3D! Tutto e’ talmente prevedibile che non c’e’ nulla di emozionante, neppure la distruzione di una foresta millenaria ha procurato la benche’ minima reazione al mio cuore, pure ecologista. Tacciamo poi sui personaggi tagliati con l’accetta che trovano il loro culmine nel comandante dei marines che e’ praticamente la parodia del soldato duro e puro: fisico tarchiato e massiccio alla Big Jim, grinta e determinazione da vendere che fanno apparire Rambo una pavida femminuccia.
Ma questi potrebbero esser difetti su cui chiudere un occhio, questo film non lo si va a vedere per la trama ma per l’avanguardia tecnologica. Effettivamente quella c’e’: la scena in cui Neytiri abbraccia l’umano Jack Sully, e’ davvero perfetta, l’incontro tra l’attore in carne e ossa e il personaggio digitale e’ credibilissimo. Davvero con questo film la storia del cinema potrebbe cambiare perche’ tutto diventa possibile. E allora analizziamolo questo primo passo nel mondo della totale liberta’ creativa: gli animali che popolano Pandora sono creati mettendo insieme pezzi di diversi dinosauri, io adoro i dinosauri, volevo pure fare la paleontologa ma l’immaginario preistorico al cinema comincia oggettivamente a stufarmi, suggerisco di aprire un bel bestiario medievale per trarre un’ispirazione originale.
Vogliamo parlare del Toruk, intrepido pterodattilo alieno, signore assoluto dei cieli di Pandora che si rivelera’ fondamentale per combattere i terrestri? Si distingue dagli altri uccelli addomesticabili per i colori sgargianti, fiammate di rosso e giallo decorano la sua pelle nera: ma non e’ dagli anni ‘60 che i giovani ribelli decorano le loro auto con lingue di questi colori?

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Neppure la flora brilla per originalita’, brillano solo le fosforescenze kitsch gialle e viola e l’albero della vita non e’ altro che un salice piangente i cui rami sono formati da fibre ottiche, ma del resto siamo in un mondo in cui la connessione e’ tutto e i Na’vi incorporano la loro personale chiavetta USB biologica nella folta treccia.
I Na’vi sono bellissimi e perfettamente omologhi, tutti con la medesima sfumatura di azzurro, lo stesso fisico snello e muscoloso, nessuna ruga o difetto fisico, del resto questo nazismo estetico e’ supportato dalla loro stessa Dea Madre: se la ferita si rivela troppo grave e’ meglio che la persona sfregiata muoia, come tocca alla dottoressa Grace (Sigourney Weaver, che anche nell’avatar non sa rinunciare al nasino alla francese invece di sfoggiare il naso camuso che contraddistingue la popolazione aliena). Io non lo trovo un messaggio granche’ edificante che si ripete anche nel finale dove l’energia vitale di Jake si trasferisce nel suo avatar e vissero tutti felici e contenti. Peccato che l’umano Jake fosse paraplegico e benche’ sia ovvio che per vivere con la nuova razza che ha scelto debba usare il corpo che e’ piu’ congeniale a quel mondo, sotto sotto secondo me passa un messaggio leggermente discriminante.
In sostanza mi chiedo dove finisce tutta la liberta’ creativa che l’avanguardia tecnologica di Avatar ci offre, se il film si limiita a riproporci in costosa chiave digitale la stessa omologazione culturale che possiamo trovare nel piu’ becero prodotto televisivo?