Theatre of Blood GB 1973 con Vincent Price, Diana Rigg, Ian Hendry, Harry Andrews, Coral Browne, Robert Coote, Jack Hawkins, Michael Hordern, Arthur Lowe, Robert Morley, Dennis Price, Milo O’Shea, Eric Sykes, Madeline Smith, Diana Dors, Joan Hickson, Renée Asherson regia di Douglas Hickox
Quando gli viene negato un importante premio teatrale, l’attore shakespeariano Edward Lionheart si suicida ma due anni dopo i critici che hanno stroncato la sua carriera iniziano a morire in modi atroci che riprendono i classici shakespeariani del repertorio di Lionheart…
Mediocre film horror (?) che poggia tutto sulla gigioneria di Vincent Price che con consumata ironia si presta ai travestimenti più disparati.
Purtroppo il film non ha retto alla prova del tempo e visto oggi nessuna morte risulta più spaventosa o angosciante, l’unica degna di nota è la decollazione nel letto coniugale per i tocchi ironici di Price nelle vesti di chirurgo; il cast all star inglese è all’altezza ma il risutato è comunque poco emozionante.
Il film è prolisso, persino i più celebri monologhi del Bardo diventano pesanti da seguire.
Forse si sarebbe dovuto impostare il film di una chiave più grottesca dato che nemmeno il lato whodonit funziona: ben presto la polizia scopre che l’assassino è l’attore redivivo ma comunque non riesce a fermarlo. .
USA 2001 con Nicole Kidman, Fionnula Flanagan, Alakina Mann, James Bentley, Elaine Cassidy, Eric Sykes, Christopher Eccleston, Renée Asherson,Keith Allen, Michelle Fairley regia di Alejandro Amenábar
1945: Grace Stewart vive con i due figli, Anne e Nicholas, in una grande villa sull’isola di Jersey; il marito è disperso in guerra e la servitù ha improvvisamente lasciato la casa. Un giorno tre persone si presentano alla villa e Grace, convinta che abbiano risposto al suo annuncio per la nuova servitù li accoglie in casa spiegando la complessa gestione della magione: i suoi figli sono affetti da un’acuta forma di fotofobia che potrebbe condurli alla morte per cui non solo le tende vanno sempre chiuse ma prima di aprire una porta bisogna assicurarsi che la precedente sia chiusa a chiave. Grace ha un rapporto conflittuale con la figlia Anne la bambina terrorizza il fratello minore con i racconti su Victor, un ragazzino fantasma con cui sostiene di comunicare, ben presto però anche Grace sente rumori inspiegabili e decide di rivolgersi al parroco; mentre cerca di raggiungere il villaggio la donna si perde nella nebbia e incontra Charles il marito di ritorno dalla guerra. L’uomo resta a casa poco tempo poi torna dai suoi compagni di fronte lasciando la famiglia ancora più sconvolta: mentre aiutava Grace a provare l’abito della prima comunione, Grace aveva creduto che la vecchia strega, un’altra delle persone viste da Anne, si fosse impossessata della figlia così l’aveva aggredita. La notte seguente i due fratellini scappano di casa per cercare il padre ma in giardino scoprono le tombe dei loro domestici e si rifugiano in casa con la madre. Mentre i domestici cercano di spiegare la situazione, gli Stewart devono affrontare la realtà: in casa vi sono degli altri estranei che stanno cercando di comunicare con loro per capire come sono morti e convincerli a lasciare la casa.
Uno dei pochi film che rivisto dopo decenni mi ha fatto cambiare opinione: ammetto che al tempo della visione in sala, come molti, trovai il colpo di scena finale un po’ troppo simile a quello del Il sesto senso uscito nel 1999 e liquidai superficialmente la visione.
Certamente c’è anche una vaga ispirazione a Il giro di vite di Henry James.
Rivisto oggi apprezzo la costruzione della trama: già la scena d’apertura sulla villa riflessa nel lago introduce due mondi, quello dei morti e quello dei vivi, che -come dice la signora Mills- a volte s’intrecciano, poi è un lento affastellarsi di indizi che porta la famiglia a dover accettare una realtà sempre negata, l’infanticidio di Grace ai danni dei figli e il successivo suicidio della donna. La tensione tra Grace, madre severa e rigida e la figlia maggiore dal carattere particolarmente testardo rivela da subito un rancore di fondo qualcosa di non detto e sempre negato.
A colpirmi è la riflessione metacinematografica sulla luce condensata in una battuta di Grace mentre spiega alla servitù appena arrivata come gestire la casa
L’unica cosa che si muove qui è la luce e modifica ogni cosa
E che cos’è il cinema se non il mutare della luce sullo schermo? Sarà anche un gioco di luce sul volto di Nicholas nascosto nell’armadio prima del contatto con la medium a rivelare sul suo volto le tracce della morte.
The others è più specificatamente, una riflessione sui meccanismi della paura rifacendosi al principio aureo degli horror RKO di Val Lewton: al cinema- come nella vita- l’ombra il non detto, l’ignoto faranno sempre più paura del mostro più orripilante perché dal buio di angolo oscuro emergeranno sempre le nostre più inconfessabili paure e angosce.
Anche a livello linguistico il fare luce, il portare alla luce significa svelare la verità e il gesto di disperazione che Grace ha compiuto è troppo grande per essere accettato da qui l’esigenza di negarlo tenendo tutto chiuso, nascosto.
La scoperta del segreto apparentemente porta la serenità tra Grace e i suoi figli e la servitù che voleva accoglierli nel mondo dei trapassati ma la determinazione con cui Grace si dice convinta a non lasciare la casa chiude il film con un senso di nichilismo su quello che avviene dopo la morte: nessun ricongiungimento con i propri cari ma solo un senso di profonda malinconia per i luoghi a cui si è appartenuto da cui a volte diventa impossibile staccarsi.
Degna di lode la prova della Kidman, sempre in scena, tra l’altro mai così somigliante a Grace Kelly che pure ha poi interpretato nel 2014.
Rasputin the Mad Monk
GB 1966 Hammer Film
con Christopher Lee, Barbara Shelley, Richard Pasco, Francis Matthews, Suzan Farmer, Dinsdale Landen, Renée Asherson, Joss Ackland, Derek Francis, Fiona Hartford
regia di Don Sharp
Scacciato per l’ennesima volta dopo le sue intemperanze, Rasputin si trasferisce a San Pietroburgo dove usa i suoi poteri ipnotici su una gran dama imperiale, Sonia, costringendola a mettere in pericolo la vita dello zarevich per poi presentare alla zarina lo stesso Rasputin come l’unico in grado di salvare l’erede al trono. Il piano funziona e la zarina diventa una marionetta nelle mani del monaco sempre più assetato di potere e lussuria finché il suo stesso assistente, il dottor Zargo, decide di eliminarlo con l’aiuto del fratello di Sonia e del suo amico Ivan.
Fosco melodramma girato in contemporanea sfruttando anche parte del set e del cast tecnico di Dracula principe delle tenebre (fonte Il Mereghetti). Anche il protagonista è il medesimo, Christopher Lee con un gran barbone (un po’ Saruman giovane e scapigliato) perfetto per il fisico imponente e lo sguardo diabolico nel rendere la possanza fisica di Rasputin.
La veridicità storica ovviamente lascia molto a desiderare: Rasputin resiste al vino e ai cioccolatini avvelenati ma muore cadendo da una finestra mentre nella realtà resistette anche ad alcune pistolettate e solo le acque gelate della Neva riuscirono a porre fine alla sua vita.
La famiglia imperiale è poco più di una comparsata, il film preferisce solleticare molto castamente lo spettatore con il legame morboso tra Sonia e il monaco che ben presto stufo della donna la costringe al suicidio per togliersela di torno e poter sedurre la sua amica Tatiana, sorella di Ivan, e millantando un incontro con la nuova fiamma, il dottor Zargo e i due nobili lo attirano nella trappola mortale.
Anche il cotè horror è piuttosto limitato: una mano mozzata al fidanzato della figlia della locandiera salvata da Rasputin: le grazie della giovinetta è l’unica ricompensa che il monaco vuole assieme al vino.
Unica scena degna di nota il gioco di volti che scompaiono nel buio nello scontro tra Pietro e Rasputin prima che il monaco sfiguri a morte il giovane con l’acido; buono anche l’uso dei costumi per rappresentare l’evoluzione di Rasputin: dalla comune tonaca nera, si passa a una lunga tonaca bianca messianica quando il monaco deve conquistare al fiducia della zarina per finire con una luciferina casacca rossa quando, credendosi ormai onnipotente, il monaco rivela tutta la sua bieca natura.