Senza traccia

Forse il programma piu’ significativo sulla situazione americana post
undici settembre che sia stato trasmesso in questo fine settimana
commemorativo, e’ stato il nuovo serial del sabato sera di Rai2 Senza Traccia, creato nel 2002.
Un telefilm mediocre, senza colpi di scena, ma che genera un senso
di sfiducia opprimente, che potrebbe essere il tipico esempio di quella
politica della diffidenza che, secondo il documentario di Michael
Moore, i media americani avrebbero intrapreso dopo la tragedia per
destabilizzare l’opinione pubblica nel paese.
Senza traccia racconta di un particolare settore dell’ FBI,
che si occupa del ritrovamento delle persone scomparse; le statistiche
vogliono che se il ritrovamento di una persona non avviene entro le 48
ore difficilmente ci sara’ modo di recuperarla, in quei due giorni gli
agenti devono setacciare tutta la vita e gli ultimi spostamenti dello
scomparso.
Nei due episodi trasmessi ieri viene raccontata la scomparsa di una
ragazza trentenne, bella e in carriera e quello di un ragazzino
undicenne, smarritosi nella metropolitana newyorkese: in tutte e due i
casi gli agenti si trovano a dover riprendere i familiari per aver
nascosto dei particolari, a comunicare alle famiglie un quadro a loro
del tutto sconosciuto del proprio congiunto e dopo il felice
ritrovamento in entrambe le situazioni la persona che si e’ trovata in
pericolo chiede che ne sarebbe stato di lei se non fosse stata salvata
e regolarmente scopre che era destinata ad una fine orribile.
Il plot su cui vengono costruite le varie storie, un po’ troppo
arzigogolate e poco credibili, e’ sempre lo stesso: un valido membro
della societa’ che in un momento di crisi anziche’ rivolgersi alle
organizzazioni preposte dalla comunita’ per risolvere i problemi,
preferisce far da solo e accetta l’aiuto di uno sconosciuto che si
rivela essere in realta’ il peggiore dei nemici.