Вий
URSS 1967, Mosfil’m
con Leonid Kuravlyov, Natalya Varley, Alexei Glazyrin, Vadim Zakharchenko, Nikolai Kutuzov
regia di Georgij Kropačëv, Konstantin Eršov

Il seminario di Kiev chiude per le vacanze, Choma con altri due compagni si perde nelle campagne, i tre giovani trovano rifugio per la notte nella casa di una vecchia che li fa dormire separati. Nel corso della notte la vecchia tenta di sedurre Choma poi, grazie ad un incantesimo, lo usa come cavalcatura per volare. Quando il seminarista riesce a liberarsi bastona la strega fin quasi ad ucciderla ma fugge via quando la donna si trasforma in una bellissima e giovane fanciulla. Tornato in seminario, Choma viene chiamato dal rettore: un possidente ha chiesto di lui perché vada a pregare per la figlia moribonda, Pannochka; il ragazzo vorrebbe rifiutare ma viene costretto a partire con i contadini della tenuta che durante il viaggio bloccano ogni suo tentativo di fuga. Pannochka muore all’arrivo di Choma al villaggio e il compito del seminarista si trasforma nel vegliare per tre notti il cadavere nella solitudine della chiesa. Choma riconosce nella ragazza la strega che lo aveva affatturato: nonostante le preghiere e un cerchio magico, le tre notti di veglia si trasformano in un crescendo di orrore…
Il film è uno dei pochi esempi di cinema horror sovietico, tornato in auge dopo il remake del 2014 come il primo horror sovietico.
L’opera, ispirata a un racconto di Gogol, è un fantasy gotico ispirato alle leggende popolari, le scene horror sono poche ma il crescendo delle tre notti fa ancora un certo effetto, grazie anche all’uso calibrato di scene orrorifiche che esplode nella sarabanda dell’ultima notte di veglia.
Lo stile è quello delle commedie sovietiche anni ’50: la vita paciosa dei contadini è segnata solo dalla predisposizione all’alcol e dai malinconici canti cosacchi , ma nonostante lo spirito cameratesco che lo circonda, Choma è prigioniero e ogni tentativo di fuga è bloccato dai villici che sembrano a conoscenza della natura stregonesca di Pannochka, si avverte quindi un sotterraneo senso di claustrofobia che trova ragion d’essere nelle notti rinchiuse in chiesa con il cadavere che si risveglia.

Anche il gioco scenografico, tra riprese in esterni e altre ricostruite in studio con fondali sfacciatamente dipinti, contribuisce a creare la situazione fantastica in cui si trova immerso il povero seminarista.
La chiesa di legno in cui è costretto a vegliare il corpo della strega, è un ambiente claustrofobico dove il gioco di luci delle candele trasforma i volti ieratici delle icone in facce torve e maligne; anche le lacrime di sangue che segnano il risveglio della strega possono essere scambiate per un’allucinazione, almeno la prima notte. La seconda, la strega usa la bara come una testa d’ariete per sfondare il cerchio magico e al canto del gallo maledice Choma che esce dalla chiesa con i capelli bianchi. La terza notte sarà la più terribile con la venuta di tutti gli esseri infernali: vampiri e licantropi fino alla comparsa del mostruoso Viy.
Tra ingenui scheletri danzanti, terribili mani che escono dai muri e inquietanti volti dalle doppie narici sovrapposte, è ancora il gioco tra elementi quasi infantili e altri più raffinati a creare l’atmosfera paurosa della sarabanda infernale.