Tsotsi nello slang delle baraccopoli di Johannesburg significa gangster ed e’ il nome che ha scelto per se’ un giovanissimo homeless, capo di una banda di pericolosi teppistelli.
Un giorno Tsotsi ruba un auto, solo in seguito si accorge che sul sedile posteriore c’e’ un neonato..
Il film vincitore dell’Oscar come miglior film straniero mi e’ piaciuto, anche se non mi ha coinvolto moltissimo; a colpirmi maggiormente e’ stato l’incontro tra Tsotsi, delinquentello reso duro dalla vita e il piccolo passeggero: il ragazzo non ha certo voglia di accollarsi il peso rappresentato da un neonato ma il pianto del piccolo e le sue occhiate sembrano quasi dialogare con il cinico rapitore e alla fine hanno ragione della sua durezza.
La recitazione e’ secondo me il punto di forza del film: il giovane Tsotsi (Presley Chweneyagae) ha una presenza ferina e sulla sua faccia passano le espressioni di un adulto brutale, ma anche quelle spaurite di un ragazzino.
Per il resto la pellicola scorre via senza particolari scossoni, con una trama "globalizzata" che si svolge nelle periferie di Johannesburg, ma avrebbe potuto aver luogho in qualsiasi metropoli del mondo; il fortuito incontro tra adolescente e bambino e’ il prestesto per rievocare la triste esistenza di Tsotsi che diventa un ragazzino di strada per sfuggire al padre violento ed ubriacone.
Il finale aperto lascia uno minimo spiraglio di speranza per il futuro del protagonista.