A suma dra Tur, a suma semper i migliur

Il Carnevale sembra essere definitivamente uscito dalla mia
vita: neppure piu’ Sabrina ha voglia di mascherarsi, e in effetti non sembrano
piu’ tempi da spensierati veglioni.
La sfilata dei carri allegorici
sopravvive solo nelle cittadine che hanno fatto di questa tradizione un introito
economico, qui e’ morta da tempo portandosi via tanti ricordi di carri di cui
non so piu’ il nome ne’ la storia che volevano rappresentare. Non rammento
neppure se ho partecipato l’anno in cui fu costruito il cavallo di Troia che poi
per lungo tempo fece bella mostra di se’ nel campo sportivo, ricordo “la
scoperta della Merica “ e il costume da indiana ma non su cosa voleva
ironizzare. Eravamo ancora i migliori come riportava la scritta posta sul primo
trattore (rigorosamente un Massey Fergunson) che apriva la sfilata, ma non
costruivamo gia’ piu’ macchine da scena di un certo livello meccanico che
sorprendevano chi assisteva alla nostra pantomina, come il cammello che alzando
la coda sbrinciava petroldollari sugli astanti.
E’ nitidissimo nella mia
memoria il ricordo del primo carro a cui partecipai in eta’ prescolare.
Quell’anno era stato a lungo alla ribalta il problema della Torre di Pisa e
della sua inclinazione pericolosa, cosi’ raccontammo la storia di un saggio
cinese invitato a risolvere la situazione.
Io e un altra bambina eravamo le
cinesine che facevano da contorno al medico sul suo baldacchino. Mia madre mi
fece un abito bellissimo che conservo ancora: pantaloni blu con casacca ocra,
tutto di raso, il cappello a cono era ocra con i pois blu e un paio di calze
intrecciate formavano il mio lungo codino.
I cinesi avevano la faccia
dipinta di vernice gialla, l’altra bambina rifiuto’ categoricamente la vernice e
opto’ per un piu’ prosaico cerone suscitando tutto il mio disprezzo e fu con una
certa sicumera che mi avvicinai al bidone di vernice e strizzati gli occhi e i
labbruzzi mi feci spennellare (e forse proprio quella mano di biacca e’ il
segreto della tanto decantata qualita’ della mia pelle!).
Dalla mia posizione
privilegiata a due metri di altezza mi incantai nell’osservare la folla durante
la sfilata: c’era moltissima gente almeno per una bimba di 5 anni! Ero cosi’
presa nello scrutare volti e maschere che dimenticai di spargere coriandoli al
mio passaggio, me lo ricordo’ mia madre quando le fui accanto: pochi metri piu’
in la’ c’era un vigile che stava scrivendo qualcosa, mi rifiuto di pensare che
stesse facendo una multa, ma a dimostrazione che non ho mai subito il fascino
della divisa rovesciai un intero sacchetto di coriandoli sulla sua testa
china.
Arrivati in piazza del Duomo inizio’ la pantomina: Olindo, l’istrione
del paese, interpretava il medico cinese con sopracciglioni e una lunga barba
bianca, invitato dalla popolazione scese con sussiego dalla portantina giro’
intorno alla torre scrutandola, poi con aghi giganti la punzecchio’ mentre tra
cigolii e stridori il prezioso monumento inizio’ ad ondeggiare per poi
schiantarsi al suolo mentre il medicastro venne rincorso dai “pisani”
inferociti.
Ovviamente vincemmo quella gara e posso ancora sentir
rieccheggiare le risate degli astanti.